Di Arte, Cinema, Noia, Malick e Von Trier

Di Arte, Cinema, Noia, Malick e Von Trier

Il film più brutto che ho visto quest’anno è The Tree of Life di Terrence Malick. Un autore con un’idea di cinema pretenziosa, infarcita di simbolismi più o meno criptici, di intellettualismi privi di consistenza, di filosofeggiamenti new-age sui massimi sistemi e sul senso dell’esistenza. Un Cinema che è inutile esercizio di pedanteria, e che stabilisce un rapporto diretto e proporzionale fra la [presunta] profondità delle tematiche affrontate e la pesantezza della pellicola che le sostiene. Un Cinema – e questo è l’aspetto peggiore – che non solo separa il regime narrativo da quello propriamente visivo, ma che si spinge a negare il primo a favore del secondo, finendo quindi col rigettare l’essenza stessa del Cinema, che è quella del racconto per immagini. L’Arte è comunicazione, ed il Cinema – che è l’Arte popolare per eccellenza – è intrattenimento. La sfida è intrattenere comunicando in modo intelligente e colto. Ma se invece si sceglie deliberatamente di fare a meno del ponte che deve sussistere fra autore e fruitore, o di realizzarlo in modo che questo arrivi ad un numero esiguo di persone, si compie un’operazione che è sleale e fasulla.

Il danese Lars Von Trier ha affermato che lui non fa cinema per gli altri, ma solo per se stesso. Ed è proprio questa sorta di assoluto onanismo autoriale ad ascrivere Melancholia allo stesso tipo di esercizio artificoso e velleitario descritto per Malick. I loro due lavori, entrambi inopinatamente premiati all’ultimo Festival di Cannes [miglior film Malick, migliore attrice Von Trier], presentano diversi aspetti comuni, oltre quello di avermi profondamente annoiato. Sia l’uno che l’altro mettono in parallelo il particolare della vita delle persone con l’universale dei grandi eventi astrali. E mentre Malick realizza uno sfinente videoclip a base di musica classica, Von Trier si impegna ad essere più narrativo, ma con risultati altrettanto deludenti. La sceneggiatura abbozzata e farraginosa non approfondisce mai nessuno snodo di una vicenda di per sè già oltremodo banale. Situazioni e dialoghi imbarazzanti sono nella migliore delle ipotesi frutto della dichiarata depressione del regista, se non dell’assunzione di sostanze forse lecite e forse no. Probabilmente le stesse che durante la conferenza stampa di presentazione del film lo hanno portato a sostenere di simpatizzare per Hitler.

Una risata ci seppellirà

Una risata ci seppellirà

Sarà capitato a tanti, durante un viaggio in Europa, di essere guardati con un misto di incredulità, scherno, commiserazione e preoccupazione, da chi, vivendo in un Paese “normale”, non riesce a comprendere come sia possibile che gli Italiani abbiano scelto di essere guidati da un personaggio come berlusconi. Quando questa situazione travalica la logica ipocrisia delle istituzioni internazionali, allora significa che la misura è davvero colma. Al vertice UE di sabato scorso, alla domanda di un giornalista sull’affidabilità di berlusconi, Sarkozy e la Merkel hanno abbandonato per un attimo ogni etichetta diplomatica e si sono lasciati andare ad un’occhiata complice e ad un sorrisetto ironico.

E’ sicuramente la prima volta nella Storia che la credibilità del nostro paese tocca questo minimo storico. Quanto accaduto a Bruxelles dà la misura esatta della considerazione di cui il Cavaliere gode oltre i confini nazionali, mentre invece qui può affidarsi ancora ai media di sua proprietà per manipolare la realtà dei fatti, e allo stuolo di politici comprati per restare aggrappato ad un potere che sta sempre più sfuggendogli di mano. Hanno un bel daffare i maggiorenti del Governo a rispondere piccati al Presidente francese e alla Cancelliera tedesca, così come hanno di che indignarsi i molti connazionali che dal 1994 hanno dato fiducia a questo imbonitore da strapazzo. Hanno semplicemente ciò che si meritano per aver portato l’Italia ad essere lo zimbello del mondo occidentale.

This Must Be the Place

This Must Be the Place

Fra i suoi primi quattro film vi sono due capolavori. Ecco perchè è comprensibile entrare in sala con aspettative piuttosto alte. This Must Be the Place non ha la genialità narrativa de Il Divo, nè lo straordinario impatto emotivo de Le Conseguenze dell’Amore, eppure è un film che non si dimenticherà facilmente. Il nuovo lavoro di Paolo Sorrentino contiene gli stilemi tipici del suo Cinema. Ogni aspetto è studiato con estrema cura e realizzato con grande padronanza tecnica: inquadrature, movimenti di macchina, ambientazioni, fotografia, montaggio, colonna sonora, costruiscono una complessa ed avvolgente tessitura in cui viene privilegiata la “messa in scena”. E se da una parte questo innegabile virtuosismo consente al regista napoletano di affacciarsi per la prima volta ad un progetto internazionale senza la minima soggezione, dall’altra ne costituisce anche il suo limite, perchè finisce per mettere in secondo piano il racconto stesso.

La vicenda è quella di una rockstar cinquantenne ritiratasi dalle scene da oltre ventanni. A causa della morte del padre si reca a New York, punto di partenza per un viaggio di formazione nel cuore dell’America, alla ricerca dell’ex criminale nazista che ad Auschiwitz aveva umiliato il genitore. Uno spunto di notevole interesse che forse avrebbe meritato un risalto maggiore. Il risultato finale è comunque affascinante, anche grazie ad una prova magistrale di Sean Penn: con mise che ricorda da vicino quella di Robert Smith dei Cure, voce in falsetto, risatina ebete e andatura lentissima, definisce un personaggio da antologia, pierrot lunare, in equilibrio fra il malinconico e l’infantile.

Il premier ha le orge contate

Il premier ha le orge contate

E’ ormai una politica che sta in piedi solo grazie ai numeri, risicati e perlopiù ottenuti attraverso una triste azione di compravendita. Una politica da bottegai che però consente a berlusconi di restare in sella quel tanto che basta per sfuggire ancora alla giustizia. Unico motivo, questo, che 17 anni fa lo ha spinto a fondare Forza Italia. Il Governo in realtà è politicamente morto dal momento in cui Fini ha deciso di abbandonare il PdL e lo è ancor di più da martedi scorso, quando cioè il Parlamento ha bocciato il primo articolo del Rendiconto Generale. Una stroncatura importantissima che in sostanza riguarda il modo in cui l’Esecutivo ha gestito la finanza pubblica nello scorso esercizio. Esistono solo due precedenti della stessa gravità. Entrambi hanno portato il Presidente del Consiglio in carica a rassegnare le dimissioni. Però berlusconi, che – come scrive il Financial Times di ieri – ha condotto l’Italia ad uno stallo politico che ha di fatto impedito quelle riforme strutturali e quelle azioni correttive che avrebbero aiutato il Paese in un momento di grave crisi economica, si guarda bene dal dimettersi.

Tuttavia è evidente che non sarà certo la fiducia di oggi a risollevare le sorti del Governo, nè tantomeno a sciogliere le preoccupazioni di Napolitano, il quale ha chiesto di assicurare che «la maggioranza di governo sia in grado di operare con la costante coesione necessaria per garantire adempimenti imprescindibili come l’insieme delle decisioni di bilancio e soluzioni adeguate per i problemi più urgenti del paese, anche in rapporto agli impegni e obblighi europei». Il premier ha ormai le «orge contate» [per citare Benigni] e appare sempre più verosimile l’ipotesi di elezioni anticipate nella prossima primavera. L’opposizione ha 6 mesi per arrivarci frammentata, litigiosa e senza un leader riconosciuto. Come ha sempre fatto.

Gli Anni 60 al Cinema

Gli Anni 60 al Cinema

Negli Anni 60 i grandi studios americani vivono un progressivo declino, che arriva ad assumere le proporzioni di una bancarotta. La televisione sottrae milioni di dollari al mondo del Cinema, costringendo le majors a licenziamenti di massa. Perdipiù questi sono anni in cui società e mercato subiscono profonde trasformazioni. Il cambiamento nei gusti degli spettatori è la molla che apre la strada ad una nuova generazione di registi, fra cui Stanley Kubrik [con capolavori come Il Dottor Stranamore e 2001: Odissea nello Spazio], Roman Polansky [Rosemary’s Baby e Repulsion] e Blake Edwards [Colazione da Tiffany, La Pantera Rosa, Hollywood Party]. Vecchi e gloriosi autori come Alfred Hitchcock, Billy Wilder e John Ford hanno giusto il tempo per alcuni straordinari colpi di coda [Psycho, Gli Uccelli, L’Appartamento e L’Uomo che uccise Liberty Valance] prima di essere soppiantati – a partire dalla seconda metà del decennio – da un nuovo linguaggio e da un processo di revisione dei classici, che solo qualche anno prima sarebbe stato impensabile.

Tali trasformazioni sono anche una reazione ai cambiamenti in atto in Europa. La Nouvelle Vague francese infatti esercita una notevole influenza sul cinema americano. Altrettanto si può dire a proposito del nuovo cinema d’autore italiano, guidato da registi come Fellini ed Antonioni, e del formidabile lavoro di Sergio Leone, in grado – da solo – di riscrivere completamente l’epopea del genere western. Tutto questo mentre la migliore commedia all’italiana [quella di Dino Risi e dei suoi Una Vita Difficile e Il Sorpasso, e quella dei vari Monicelli, Germi, Comencini, ecc.] guadagna una crescente considerazione internazionale.

Forza gnocca

Forza gnocca

Le prime due agenzie di rating al mondo declassano l’Italia, non potendo far altro che registrare il grave periodo di incertezza economica e politica che sta vivendo il Paese. Una crisi che, a lungo negata da questo Governo, ora è esplosa in tutta la sua evidenza. E mentre sono sempre più le famiglie che stentano ad arrivare a fine mese, berlusconi in Parlamento trova  il tempo per l’ennesima battuta volgare e sessista. A chi gli chiede notizie sul suo nuovo partito, risponde che farebbe bene a chiamarsi «Forza gnocca». I lavori in Aula si fermano perchè si forma un capannello  attorno al premier in vena di “spiritosaggini”. Una deputata del PD si lamenta ed in risposta alle sue proteste dai banchi della Lega le rivolgono un «Fatti scopare che è meglio».

Inutile dire che la notizia fa il giro del mondo in pochi minuti. Sintomatica dello sfascio di questo Governo, che oltre che politico è anche culturale. Nell’episodio c’è infatti tutta l’arroganza e l’ignoranza del bulletto di quartiere, che poi è il vero DNA di PDL e Lega. Riferendosi a berlusconi, Frattini si lascia scappare: «Credo che molti di noi dovrebbero cercare anche di aiutarlo a comprendere qual è il momento per poter fare una battuta e quale non sia invece il momento per farle». Ammettendo implicitamente di avere a che fare con un demente [senile?]. Ieri comunque si registra anche [e i due accadimenti non sono così slegati] la prima  fronda all’interno del Partito del Premier. Pisanu e Scajola escono allo scoperto ed affermano che «Questo governo non è in grado di reggere il peso enorme della crisi». Il primo passo verso la fine dell’impero.

1.200.000 firme contro la Casta

1.200.000 firme contro la Casta

L’immobilismo è il tratto distintivo di questo Governo. Congelato su posizioni che definire indifendibili è a dir poco un eufemismo. L’esecutivo sta affondando [e con lui il Paese] e nè il PdL – arroccato ad eterna salvaguardia di berlusconi – e nè la Lega – non più distinguibile rispetto al partito del premier – sanno trovare il coraggio o il sussulto per uno scarto. L’ennesimo voto a sostegno di un uomo del PdL accusato di associazione mafiosa lascia la base del Carroccio sempre più sconcertata. Da oggi sarà ancora più difficile gridare Roma ladrona da un palco del Nord, senza che qualche [ex] elettore della Lega non comprenda la deflagrante contraddizione della posizione di Bossi.

E’ evidente che in questo scenario il cambiamento possa arrivare solo dal basso. La risposta popolare, data la scorsa primavera alle elezioni comunali e ai referendum, è in questo senso confortante. Così come è confortante aver raccolto in appena due mesi ben 1 milione e 200 mila firme [più del doppio del necessario] al fine di promuovere il referendum abrogativo in materia elettorale. L’attuale legge infatti ha reso ancor più facile che il Parlamento si configurasse come una casta. E’ il secondo miglior risultato di sempre, dopo il referendum del 1993 sul finanziamento pubblico ai partiti. «Il messaggio che viene dal popolo italiano a conclusione della raccolta delle firme per il referendum sulla legge elettorale è netto e incontrovertibile ed ha un valore civile prima ancora che politico: i cittadini vogliono contare, non intendono lasciare una delega in bianco ad una classe politica chiusa in Palazzo sempre più screditato» ha commentato Vendola.

Super 8

Super 8

Ohio, estate del 1979. Mentre stanno girando un filmino amatoriale, alcuni ragazzi assistono ad uno spaventoso incidente ferroviario che mette a repentaglio le loro vite e segna il destino della cittadina in cui vivono, trasformandola nel teatro di una serie di misteriosi eventi.

Il nuovo film di J.J.Abrams non è un semplice rimando al primo Spielberg [qui nelle vesti di produttore], ma è soprattutto un omaggio accorato al Cinema, inteso come Arte suprema del raccontare emozioni attraverso le immagini. Prendendo le mosse da situazioni e tematiche espresse in pellicole di culto come Incontri Ravvicinati, E.T., Stand Bye Me e I Goonies, Super 8 mette in campo tutta la straordinaria capacità narrativa ed il senso dello spettacolo dell’autore di Lost. Anche qui, come nella serie che ha rivoluzionato il mondo della televisione, c’è un enigma inspiegabile, una “scatola dei misteri” – come l’ha definita lo stesso Abrams – il cui contenuto viene svelato soltanto nel finale, lasciando al pubblico per quasi tutta la durata del film il compito emozionante di trovare delle risposte. Ed è proprio in questa capacità di coinvolgere ed incantare – frullando abilmente elementi autobiografici, citazionismo, avventura, fantascienza, sentimentalismo, romanzo di formazione e soprattutto amore per il Cinema – che si trova il valore aggiunto di Super 8. Manipolare l’immaginario di un’epoca ben precisa – quella che a cavallo fra gli Anni 70 e gli 80 ha portato il Cinema ad essere meno aderente alla realtà per abbracciare piuttosto la dimensione del sogno – riuscendo comunque a realizzare un film che facesse parte del nostro presente, è una scommessa ampiamente vinta. C’è sicuramente un pizzico di retorica di troppo, ma è di quella a cui ci si consegna di buon grado, lieti di lasciarsi scaldare il cuore. Super 8, per quanto imperfetto, è un piccolo gioiello, impreziosito dalla sorprendente bravura della protagonista femminile, la tredicenne Elle Fanning.

Carnage

Carnage

Carnage è una formidabile prova attoriale. Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz e John C. Reilly in stato di grazia, un’impeccabile sceneggiatura con dialoghi corrosivi e tempi perfetti, e una regia serrata ed incalzante dimostrano che si può realizzare un film eccellente pur ambientandolo fra 4 mura, senza stacchi temporali. Due coppie di genitori si incontrano per la prima volta in un appartamento di Manhattan dopo una violenta lite fra i rispettivi figli undicenni. Quella che inizia come una civilissima visita di cortesia con tanto di tortà, caffè e scambi di convenevoli, si trasforma ben presto in un gioco al massacro che non risparmia nessuno.

Il nuovo film di Roman Polanski è un’amarissima commedia che svela ciò che si cela dietro una “famiglia borghese” quando cadono le maschere del perbenismo e le convenzioni sociali. Ecco allora che fra i 4 personaggi nascono e si sfaldano repentine alleanze, dapprima tra una coppia e l’altra e poi tra i due sessi. Ci si attacca senza alcun ritegno, sembra che ci si comprenda per un attimo, salvo poi riprendere le reciproche ostilità. Se si considerano le sue ben note vicissitudini personali, è facile scorgere nel lavoro del regista [che rispetto alla piece teatrale da cui il film è tratto sposta l’azione da Parigi a New York] una ferocissima critica alla società americana, così puritana e moralista in apparenza, ma che sotto il tappeto nasconde pregiudizi, vizi e contraddizioni.

Nell’Italia fino al collo

Nell’Italia fino al collo

In questi ultimi due mesi il Governo è riuscito nell’impresa di raschiare il fondo di un barile privo da tempo di ogni intelligenza politica e/o istituzionale. Dopo aver a più riprese spergiurato sulla solidità economica del nostro Paese ed averci assicurato che si stava reagendo alla crisi internazionale meglio che nel resto d’Europa, ci si è trovati di botto nell’occhio di un ciclone finanziario a cui si è risposto cambiando le misure della manovra almeno 4 volte in un mese. Roba che i dilettanti allo sbaraglio de La Corrida al confronto sono quanto di più professionale si possa immaginare. Agli italiani non resterà che versare lacrime e sangue, mentre il Presidente del Consiglio versa fiumi di soldi nei conti bancari di gente come Tarantini, Mora e Dell’Utri. Un uomo stanco e debole, berlusconi, ormai prigioniero non solo dei più spregevoli ricattatori ed intrallazzatori, ma anche del proprio ruolo pubblico, tanto che confessa di considerare l’Italia un «paese di merda», dimenticandosi d’essere uno dei maggiori responsabili del degrado politico, sociale e culturale in cui versa lo Stivale.

Non che il principale partito d’opposizione navighi in acque decisamente migliori, scosso com’è dal caso Penati. Uno scandalo che rischia di travolgere anche la dirigenza, che per intanto decide di allontanare dal partito l’ex Presidente della Provincia di Milano. Decisione forse un pò tardiva e forzata, ma che sicuramente evidenzia un rigore che l’altra parte politica non ha mai dimostrato. Fatto sta che gli Italiani sono sempre più disgustati da questa politica. Riusciranno a liberarsene? Il primo passo potrebbe essere quello di raccogliere le firme per annullare via referendum l’attuale legge elettorale che sostanzialmente nega ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti.