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Categoria: scalfari

Le aquile della morte

Le aquile della morte

Non furono pochi lo scorso gennaio a ritenere che – in fondo – quelli di Charlie Hebdo se la fossero cercata; come se ammazzare qualcuno perchè responsabile di aver disegnato delle vignette irriverenti fosse in qualche modo spiegabile o persino comprensibile. Chissà cosa penseranno oggi costoro delle 129 persone uccise e delle oltre 300 ferite venerdi notte a Parigi, colpevoli questa volta solo di essere uscite da casa per recarsi in un ristorante, o per assistere ad un concerto rock o ad una partita di calcio. C’è una barbarie cieca ed infame alla base di queste stragi. Folle, vigliacca e fanatica perchè, nascondendosi dietro il nome di Dio, colpisce semplicemente chi è diverso, chi è altro da sè.  Analogamente ai nazisti che diedero vita all’Olocausto sulla base del dominio degli ariani sulle razze inferiori come gli ebrei, gli jihadisti usano la religione come strumento per separare il mondo in due parti: i puri (loro) e i miscredenti (tutti gli altri). Naturalmente chi si trova dalla parte sbagliata va sterminato. Ecco perchè ciò che è successo è una dichiarazione di guerra alla democrazie occidentali, alle libertà e ai diritti acquisiti in decenni di battaglie civili, a cui bisognerà reagire in modo unitario ed implacabile. Lo Stato Islamico si annida  nelle nostre città e si alimenta di un odio inesauribile verso i nostri valori (non ultimi il principio di uguaglianza, il rispetto delle diversità e le libertà di religione e di opinione) arrivando a trucidare senza alcuna pietà persone inermi, nella loro vita quotidiana. L’obiettivo è quello di imporre nel cuore della moderna Europa un regime oscurantista, fondamentalista, violento e sanguinario.

Così Scalfari nel suo editoriale: «Poiché bisogna sgominare l’Is e i suoi capi, qual è la guerra che dobbiamo fare e vincere? Le nazioni aggredite ed i loro alleati debbono scendere sul terreno che sta tra Siria, Iraq e Libia, ma non solo con bombardamenti aerei ma con truppe adeguate. Ci vuole un’alleanza politica e militare che metta insieme tutti i membri della Nato a cominciare dagli Usa e in più i Paesi arabi, la Turchia (che nella Nato c’è già), la Russia e l’Iran. Credo che sia questo il modo di agire nell’immediato futuro. Se non si fa, la nostra guerra con la barbarie terrorista non vincerà. Molto tempo per decidere non c’è. Nel frattempo l’Europa federale dev’essere rapidamente costruita a cominciare dalla difesa comune e dalla politica estera. Sono questi i soli modi per difenderci dal terrore e dalla sua disumanità».

Grillo e la TV

Grillo e la TV

Condivido quanto scritto da Eugenio Scalfari a proposito del rapporto fra Grillo e la televisione. «Grillo non vuole andare in tv perché sarebbe costretto a confrontarsi e a rispondere a domande e non vuole. Vuole soltanto monologare e se un giornalista lo insegue lo copre di contumelie. Quindi fugge dalla televisione ma le televisioni lo inseguono, lo riprendono, lo trasmettono. Conclusione: Beppe Grillo gode d’una posizione mediatica incomparabilmente superiore a quella di qualunque altro leader politico. Una posizione che non gli costa nulla e gli garantisce un ascolto che si ripete fino al prossimo comizio del quale sarà lui a decidere il giorno, l’ora e il luogo. In Sicilia il suo candidato ha avuto il 18 per cento dei voti e il suo Movimento il 14. I sondaggi successivi al voto siciliano lo collocano attorno al 22 per cento. Quale sia il programma del M5S resta un mistero salvo che vuole mandare tutti i politici di qualunque partito a casa o meglio ancora in galera perché “cazzo, hanno rubato tutti, sono tutti ladri”.»
 
La recente partecipazione dell’attivista del M5S Federica Salsi a Ballarò e la conseguente durissima scomunica dell’ex comico genovese ha riacceso il dibattito sulla democrazia interna del Movimento. In precedenza il veto a presenziare tribune televisive veniva giustificato con l’inesperienza degli esponenti del M5S che, secondo Grillo, sarebbero usciti con le ossa rotta dal confronto con conduttori e avversari politici molto più avvezzi ai vari talk show.  Adesso, forse resosi conto della risibilità di tale argomentazione, Grillo ha cambiato rotta, sentenziando che chi si reca a tali trasmissioni lo farebbe soltanto per soddisfare il proprio bisogno ad esibirsi e la propria vanità. Fatto sta che diventa sempre più esplosiva la contraddizione di chi vorrebbe promuovere la democrazia diretta nel Paese, ma che ha ridotto il proprio Movimento ad un contenitore dove tutti sono uguali, ma dove lui è più uguale degli altri.

 

In preda alla paralisi

In preda alla paralisi

Nella Prima Repubblica esistevano le ideologie. La politica proponeva idee contrapposte che stavano alla base di uno scontro d’opinione che, per quanto aspro, si manteneva nell’ambito del rispetto e della legittimazione reciproca. La Seconda Repubblica invece si fonda su una grande mistificazione, che è  evidente a partire dal “primo discorso” di berlusconi nel gennaio del 1994: «I principi in cui noi crediamo non sono principi astrusi, non sono ideologie complicate; no, sono i valori fondamentali di tutte le grandi democrazie occidentali. Noi crediamo nella libertà, in tutte le sue forme, molteplici e vitali: libertà di pensiero e di opinione, libertà di espressione, libertà di culto, di tutti i culti, libertà di associazione; crediamo nella libertà di impresa, nella libertà di mercato, regolata da norme certe, chiare e uguali per tutti. […] C’è un pericolo per il Paese. Io credo che questa decisione noi, tutti noi, l’abbiamo assunta certo guardando ai pericoli che si venivano profilando, ma la ragione forse ci avrebbe invitato a continuare a preoccuparci del nostro particolare, della nostra famiglia, delle nostre aziende, del nostro mestiere, delle nostre professioni. Abbiamo deciso invece di dare una risposta diversa, perché abbiamo sentito che si profilava un pericolo: la possibilità che il nostro Paese fosse governato da una minoranza, da una minoranza che conosciamo bene, che ci avrebbe inflitto un futuro soffocante e illiberale». Le ideologie non esistono più. Esiste solo la libertà, messa in discussione da una parte del Paese. Si scende in politica non tanto per proprio senso civico [la politica è fatica: meglio sarebbe restare a casa o a lavoro], quanto piuttosto per fronteggiare un nemico illiberale. E’ la battaglia del bene contro il male, che non prevede un confronto fra idee politiche differenti, ma una deligittimazione di chi la pensa diversamente, fin da subito rappresentato come un nemico da abbattere. Con questa sorta di “chiamata alle armi” berlusconi maschera i reali motivi che lo hanno portato a fondare “Forza Italia”. E’ questo il peccato originale da cui ne derivano molti altri, che insieme hanno poi condotto il nostro Paese, nel corso di questi ultimi 15 anni, alle drammatiche condizioni di oggi. «L’Italia è in preda alla paralisi. Bisogna ritrovare senso della dignità e del rispetto delle istituzioni» ha dichiarato Emma Marcegaglia solo due giorni fa.

Quelle parole del 1994 costituiscono il brodo di coltura che ha sostanzialmente spaccato il Paese su un piano culturale molto prima che politico. Da una parte chi ha da subito riconosciuto e sconfessato la mistificazione berlusconiana, e dall’altra coloro che si sono lasciati ingannare o che – nella peggiore delle ipotesi – pur avendo smascherato il gioco del Cavaliere si sono identificati nella sua figura. Come del resto scrivono in queste ore sia Beppe Grillo nel suo blog: «In un qualunque altro Stato occidentale sarebbe stato condannato per Mills, non avrebbe il monopolio televisivo, sarebbe stato fatto a pezzi dalla pubblica opinione per la sua frequentazione con dei mafiosi come Mangano o condannati in secondo grado come Dell’Utri. In nessuno Stato, neppure in Libia o in Russia, sarebbe potuto diventare presidente del Consiglio. Solo l’Italia poteva permettersi uno come lo psiconano. E’ lo specchio di una parte del Paese che vorrebbe trombarsi le minorenni (e se le tromba), vorrebbe evadere il fisco (e lo evade), vorrebbe violare le leggi (e le viola)», sia Eugenio Scalfari su Repubblica: «Berlusconi possiede l’indubbia e perversa capacità di aver evocato gli istinti peggiori del paese. I vizi latenti sono emersi in superficie ed hanno inquinato l’intera società nazionale ricacciando nel fondo la nostra parte migliore. È stato messo in moto un vero e proprio processo di diseducazione di massa che dura da trent’anni avvalendosi delle moderne tecnologie della comunicazione e deturpando la mentalità delle persone e il funzionamento delle istituzioni».