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Categoria: bersani

Oltre il fallimento

Oltre il fallimento

Quasi un anno fa pubblicavo questo post in cui parlavo esplicitamente di fallimento di Renzi, costretto ad espellere Corradino Mineo dalla Commissione Affari Costituzionali, perchè contrario alla proposta di modifica del Senato avanzata dal Governo. Oggi il premier  reitera questa sua “sana e democratica” abitudine, sostituendo – fatto senza precedenti – ben 10 parlamentari dissidenti (fra cui Bersani, Bindi e Cuperlo), colpevoli di non essere d’accordo con la linea governativa sull’Italicum. Stando così le cose, sacrosanto l’Aventino annunciato da SeL e le altre opposizioni. Ora, oltre a ribadire le stesse considerazioni espresse nel giugno del 2014, non posso che aggiungere un senso di incredulità rispetto alla cieca volontà di far approvare con la forza una legge elettorale che andrebbe condivisa dalla più larga maggioranza possibile, ma che tristemente non trova d’accordo neppure il partito di maggioranza. Davvero non si riesce a comprendere il motivo per cui l’Italicum, nato da una «profonda intesa» con berlusconi, non possa oggi – a Patto del Nazareno bello che sepolto – sollecitare un’identità di vedute almeno con la sinistra del PD. Ormai siamo oltre al fallimento, siamo allo spregio della propria storia, alla negazione dei valori fondanti del Partito Democratico.

Trovo al riguardo estremamente lucido l’articolo di Lucia Annunziata: «Non avrei mai immaginato di arrivare a vedere nella mia vita (…) una “cacciata” da parte di un partito di Sinistra di dieci suoi dissidenti. La sostituzione forzosa di un gruppo di eletti dal popolo al fine di ottenere il passaggio di una legge su cui questi eletti sono in dissenso, e’ un gesto che intacca qualcosa di piu’ delle regole democratiche e delle prerogative di chi viene eletto. E’ una decisione che trucca le carte del voto stesso e che alla fine è (…) semplicemente una truffa. Se la politica e’ l’arte di dare forma al mondo attraverso la costruzione di consenso, allora la coercizione , le espulsioni, il voto ottenuto con la forza sono l’esatto contrario. La sostituzione di dieci deputati dissidenti e’ in effetti, una rinuncia alla politica. In verità, un fallimento per Matteo Renzi».

Non è Chance il giardiniere

Non è Chance il giardiniere

Nel 1990 Sergio Mattarella si dimise da ministro della Pubblica Istruzione in segno di protesta contro l’approvazione della legge Mammì, che – unica al mondo – consentiva ad uno stesso soggetto privato di detenere più di due reti televisive nazionali. Fu tra i primi ad intuire il gravissimo azzardo di una legge che di fatto spianò la strada all’ascesa prima economica e poi politica di silvio berlusconi. Qualche anno dopo, in qualità di dirigente del Partito Popolare, definì «un incubo irrazionale» l’ingresso di Forza Italia nel PPE. Ecco perchè il Cavaliere, che è uomo che non dimentica gli sgarbi ricevuti, non ha gradito la sua candidatura al Quirinale. Chi fra i Cinque Stelle in questi giorni ha criticato la proposta di Renzi,  contesta al neo Presidente quantomeno di non essere stato sufficientemente tempestivo – come Ministro della Difesa – nel denunciare l’estrema pericolosità dell’uso dell’uranio impoverito durante la Guerra del Golfo, come queste dichiarazioni di Occhetto rilasciate 15 anni fa e rivolte al Governo D’Alema fanno intendere. Ma al di là delle speculazioni dell’ultim’ora di cui certe formazioni politiche non sanno proprio fare a meno, Mattarella – autentico coniglio dal cilindro per il premier – è persona degna di considerazione. Bene ha fatto Renzi a seguire il consiglio di Bersani e a non puntare su Chance il giardiniere, ma su una figura di alto profilo,  ferma ed indipendente, che sappia difendere la Costituzione e la legalità, e sia libero da logiche di partito. 

Rinunciando al suo importante dicastero, 25 anni fa, Sergio Mattarella dimostrò un attaccamento non comune ai propri principi ed ideali. Il suo percorso è quello di un uomo delle Istituzioni schivo e discreto, ma tutt’altro che pavido e certo non manovrabile da alcuno, in grado di interpretare il suo ruolo in autonomia e con misura. Il nuovo Presidente ha sempre fatto dell’impegno nella lotta contro la mafia e di un lavoro rigoroso al Parlamento, al Governo e alla Corte Costituzionale la sua cifra caratteristica. Oggi riesce nella titanica impresa di mettere d’accordo quasi tutti: da Vendola ad Alfano, da Civati a Casini, dai fittiani ai fuorisciti grillini. Fra polemiche, malumori, strappi e dimissioni, gli altri è bene che se ne facciano una ragione.

Il PdR

Il PdR

Sinceramente non mi sarei mai aspettato che autorevoli esponenti del PD arrivassero ad accusare la dirigenza di applicare il “Metodo Boffo” nei confronti di chi dissente dalla linea del Segretario. Se persone serie e per bene come Bersani, sempre abituate a misurare le parole, operano una denuncia del genere – peraltro tutt’altro che isolata presso la minoranza del partito – significa che il momento è delicatissimo. Il premier ha condotto il PD ad un successo straordinario, annichilendo gli avversari politici [un sondaggio dei giorni scorsi, dà il PD ad oltre il 40%, FI al 13,3%, NCD al 2% e la Lega all’8%], ma per farlo ha snaturato il partito, trasformandolo in una formazione neocentrista molto più sensibile ed attenta alla propria destra – al fine di soffiare gli ultimi elettori rimasti a berlusconi – piuttosto che alle istanze della sinistra. Un partito leaderista in cui il pluralismo non viene più percepito come una risorsa, ma come un fastidio da eliminare con qualsiasi mezzo. La dirigenza è composta da tanti pretoriani monocolore [ed incolore] che da una parte calano fendenti a chiunque osi esprimere un benchè minimo dissenso [specie se si tratta di colleghi di partito], e dall’altra glorificano ed incensano l’azione del Governo, reiterando fino allo sfinimento fisico [ma quanto è diventata triste la Serracchiani?] uno a caso dei tanti slogan di facile presa del proprio condottiero. Vent’anni di berlusconismo ci hanno abituato a partiti che legano la propria identità a quella del leader e che vivono della sua capacità di conquistare i mezzi di comunicazione. Prova ne è che a fronte dei tantissimi elettori, il PD perde ben 400.000 iscritti in un anno! La struttura viene meno: il PD lascia il passo al PdR. Ciò che importa è che ci sia il trascinatore, l’uomo solo al comando.
 
E se il modello di partito che ha in mente l’ex sindaco di Firenze è quello già sperimentato da Forza Italia in questi ultimi 20 anni, anche i temi politici si fanno sempre più pericolosamente vicini a quelli della destra. Il Presidente del Consiglio si fa infatti promotore di una battaglia politica sull’articolo 18 che qualche anno prima fu di berlusconi e per contrastare la quale il PD aveva portato in piazza milioni di persone, e questo dà la misura di quanto le cose siano cambiate [in peggio, naturalmente]. Detto per inciso: davvero la drammatica situazione in cui versa il mercato del lavoro in Italia [disoccupazione giovanile al 44,2%] non meriterebbe misure ed iniziative più necessarie ed urgenti di questa? Davvero si pensa di risolvere annosi problemi, riducendo dei diritti piuttosto che estendendo quelli esistenti? Sul serio si ritiene che l’abolizione dell’articolo 18 porterà nuovi posti di lavoro? Le uniche piccolissime soddisfazioni che vedo in una situazione assolutamente desolante, è che anche l’informazione mainstream che fino ad ora aveva vissuto una luna di miele col premier, inizia a denunciarne contraddizioni, limiti e problemi. Meglio tardi che mai.
La disfatta del PD

La disfatta del PD

«Proporre oggi Giorgio Napolitano è una fuga dalla realtà per il Partito Democratico. E in corso la tessitura delle larghe intese. Vince l’ipotesi restauratrice rispetto al rinnovamento. Ha vinto Berlusconi».  Così poco fa Nichi Vendola, che riferendosi a Grillo aggiunge: «Chi parla di golpe sbaglia drammaticamente, quella in corso è un’altra cosa. E’ un rinchiudersi nel palazzo, sprezzanti rispetto a quella domanda di cambiamento che sta scuotendo l’intera società italiana. E’ una clamorosa sordità quella che il Parlamento sta dimostrando». Il leader di SeL è durissimo col PD che esce inopinatamente disfatto da questi tre giorni di elezioni presidenziali. Incapace di dimostrare lo stesso coraggio e lo stesso senso di innovamento che solo un mese fa aveva portato Boldrini e Grasso alla presidenza delle Camere. Incapace di esprimere una linea politica chiara e coerente, partendo dal netto rifiuto di ogni ipotesi di larghe intese, passando poi per un accordo discusso con il PdL, terminando infine con la proposta del candidato più inviso a berlusconi. Incapace di spiegare al proprio elettorato perchè non si sia voluto appoggiare una personalità di sinistra, eminente come Stefano Rodotà. Incapace di trovare una sola figura condivisa fra le proprie fila. Incapace di risolvere antichi dissidi, contrasti, contrapposizioni tutte interni al partito, che hanno drammaticamente fatto precipitare la situazione fino alla dimissioni del Presidente e del Segretario. 

Affidarsi ad un uomo di 88 anni, che a fine mandato ne avrà 95, forzando la sua volontà di ritirarsi a vita privata, dà la misura esatta della crisi disperata in cui è piombata la politica italiana che non ce la fa più a garantire la governabilità e la funzionalità democratica. Da domani il centrosinistra dovrà avviare un profondo processo di rinnovamento e rifondazione, pena la consegna del Paese ai grevi populismi di Grillo e berlusconi.

No, Marini no!

No, Marini no!

«Le istituzioni non sono solo funzioni. Sono anche simboli. L’Italia ha bisogno di competenza, lucidità, finezza politica e conoscenza dei meccanismi dello Stato. Ma anche di un segnale fortissimo di novità rispetto alla convinzione diffusa, giusta o sbagliata che sia, di essere soffocati da una nomenclatura immobile e autoconservativa». Così ieri il giornalista Marco Bracconi sul suo blog.

Solo un mese fa il PD pareva aver perfettamente appreso la lezione che era arrivata dalle urne. Aveva rifiutato qualsiasi intesa con berlusconi, aveva messo in difficoltà Grillo chiedendo a gran voce una sua assunzione di responsabilità e aveva accantonato l’idea di collocare alla Presidenza delle Camere due figure come Franceschini e Finocchiaro, degnissime persone ma troppo legate alla gerarchia del partito. Con Boldrini e Grasso il PD era ripartito nel miglior modo dopo la “non vittoria” elettorale, dando l’impressione di essere finalmente in linea con le istanze di rinnovamento espresse dall’elettorato. Ecco perchè la scelta di portare al Quirinale il pur rispettabile Franco Marini, secondo una logora e consunta logica conservativa, rappresenta oggi un errore terribile. In un colpo solo allontana nuovamente il partito dai desiderata della società e ridà fiato e forza ai proclami qualunquisti del M5S che nelle ultime settimane era in costante calo di consensi. Ciò che è difficile da digerire è che Bersani si sia incapponito nel cercare un’intesa con berlusconi, finendo per votare un sindacalista democristiano della Prima Repubblica, già candidato alla Presidenza della Repubblica nel 1999, mentre dall’altra parte i Cinque Stelle [corteggiati fino al giorno prima in funzione governativa] esprimevano la candidatura di un’eminentissima figura della sinistra come Stefano Rodotà, che – nonostante l’età – incarna sicuramente una scelta più coraggiosa ed innovativa. Se poi – come ha ammonito Nichi Vendola – questo accordo PD-PdL costituisse la prova d’orchestra di un governissimo, significherebbe fare i conti con pesantissime ripercussioni sul futuro della coalizione di centrosinistra.

Siamo ingovernabili

Siamo ingovernabili

«E’ chiaro che gli italiani respingono l’austerità» titola il Wall Street Journal. «Gli italiani dicono basta all’austerità. I messaggi populisti e anti-establishment conquistano gli elettori» sintetizza il Financial Times. Ed in effetti le elezioni sono state vinte dal rimborso dell’IMU, dal reddito di cittadinanza, dalla salvifica uscita dall’Euro e da un sonoro vaffanculo a tutti, senza alcuna distinzione. Chi – come berlusconi e Grillo – hanno cavalcato il malcontento per una politica di rigore e la sfiducia verso la classe politica, riscuotono un successo inaspettato. Coloro che – più seriamente, come Bersani e Monti – non hanno nascosto all’elettorato la necessità di sacrifici per uscire dalla crisi economica, ottengono un risultato inferiore alle attese, che nel caso di Casini e Fini è davvero umiliante. E’ un voto di pancia quello che delineano queste elezioni. Un voto che si alimenta di bugie, di promesse irrealizzabili, di bassi espedienti, di retorica da “Bar dello Sport”, di insulti gratuiti, di violenza verbale. Un voto che rincorre il radicalismo presente nel malessere sociale e nella rabbia anticasta nel caso di Grillo, e che vive della seduzione mediatica e del colpo ad effetto nel caso di berlusconi. Protagonisti entrambi di una proposta demagogica che attrae consensi ma che non può produrre alcuna stabilità governativa, e che giustamente sta creando forti preoccupazioni presso gli osservatori internazionali.
 
Quanto al Partito Democratico, ha sbagliato prima di tutto a non imporre una nuova legge elettorale, quando aveva la possibilità di farlo. Una legge che non consegnasse il Paese ad una drammatica situazione di ingovernabilità, come invece è accaduto. Secondariamente non ha saputo intercettare quel forte bisogno di rinnovamento che arrivava dalla pubblica opinione. Un’opzione che al momento diventa improcrastinabile. Ed ora? Ed ora rischiamo che il peggio debba ancora venire.
La partita del Senato

La partita del Senato

Ancora una volta l’impresentabile destra italiana agisce per mere logiche di potere, contro il bene del Paese. PdL e Lega sanno bene che difficilmente potranno vincere le prossime elezioni, eppure si alleano insieme nonostante i grandi mal di pancia dei rispettivi elettorati [in particolare di quello leghista] e i proclami dei dirigenti del Carroccio che avevano più volte perentoriamente garantito «mai più col Cavaliere!». Il vero obiettivo è quello di ottenere una situazione di stallo al Senato. Poichè a Palazzo Madama i seggi vengono assegnati su base regionale con un premio di maggioranza regionale corrispondente al 55% dei seggi assegnati nella singola regione, diventa fondamentale vincere nelle grandi regioni come Lombardia, Campania, Veneto o Sicilia.
 
Ed è proprio al Senato che si giocherà tutta la partita. Se Bersani sarà in grado di conquistare le regioni più popolose potrà ottenere la maggioranza oltre che alla Camera – come indicano tutti i sondaggi – anche al Senato. Se viceversa si arrivasse ad un sostanziale pareggio, se cioè il centrosinistra risultasse vincente soltanto alla Camera, si aprirebbero diverse possibilità che potrebbero favorire un accordo con Monti, portare nuovamente ad un Governo di larghe coalizioni, o addirittura far saltare il banco, con un ritorno alle urne dagli esiti imprevedibili. La sofferta intesa fra Maroni e berlusconi [per raggiungere la quale quest’ultimo ha accettato persino di fare un passo indietro dalla premiership], e l’analoga operazione che il Cavaliere sta compiendo in Sicilia con Miccichè, vanno dritti nella direzione di rendere il Paese ingovernabile, sperando di avere ancora un ruolo da recitare, anche nella prossima legislatura.
La fine della legislatura

La fine della legislatura

Napolitano ha sciolto le Camere. La parola torna al popolo sovrano. La legislatura, che si è conclusa qualche giorno fa, era cominciata nel segno di un berlusconi trionfante. Non aveva semplicemente vinto le elezioni. Aveva spopolato, guadagnando una maggioranza granitica. Per buona parte del suo mandato aveva dispiegato il suo potere in modo incontrollato, calpestando spesso la dignità della politica, disponendo della cosa pubblica per finalità private e circondandosi di una classe dirigente prona ai suoi voleri e completamente priva di senso dello Stato. Un’impasto che ha costituito l’humus per un drammatico declino sociale contraddistinto dall’aumento del debito pubblico e delle tasse, dalla diminuzione dell’occupazione e dall’impoverimento del ceto medio. Un declino che si è mescolato alla più grande crisi economica internazionale del dopoguerra. Il suo impero mediatico ha nascosto a lungo i mali del Paese, fino a quando una sconvolgente serie di scandali ha minato la credibilità del suo esecutivo. 

Il Governo Monti ha sicuramente rappresentato un’inversione di tendenza rispetto al precedente, in termini di considerazione internazionale. La sua politica però ha fallito perchè incapace di improntare la propria azione a principi di equità sociale. Sondaggi alla mano, Bersani – dopo essere riuscito a rintuzzare l’attacco di Renzi – deve solo convincere gli italiani della bontà del suo programma elettorale e, forse soprattutto, dell’affidabilità della coalizione che sta costruendo, per poter finalmente sedere a Palazzo Chigi e far voltare definitivamente pagina al Paese, dopo 20 anni di berlusconismo.

Primarie a confronto

Primarie a confronto

E’ sicuramente curioso come intorno all’istituto delle primarie si stia delineando una significativa distinzione fra gli schieramenti di centrosinistra e di centrodestra. Le primarie del centrosinistra, indipendentemente da chi alla fine vincerà, hanno comunque fatto segnare dei risultati ragguardevoli. Hanno dimostrato cioè che è possibile ritornare ad una idea di politica che vent’anni di berlusconismo aveva cancellato: una politica in cui si confrontano opinioni diverse in modo civile e costruttivo, senza che vi sia deligittimazione o annientamento dell’avversario. Una politica fatta di passione e competenza dove non esiste prevaricazione, in cui il ruolo della gente comune torna ad essere centrale. Portare infatti alle urne tre milioni di persone in questo momento storico di grande disaffezione è di per sè un successo considerevole.
 
Dall’altra parte invece, le primarie, dopo esser state più volte annunciate e messe in discussione, vengono oggi definitivamente affossate da berlusconi. Segno di una politica mossa da tornaconti del tutto personali e bieche logiche di potere, che non è espressione di partiti democratici ma della volontà di un unico generalissimo. Una politica del tutto avulsa dai bisogni reali della gente, alla quale non viene data alcuna opportunità di partecipare alle scelte che la riguardano. L’ex premier torna in campo con tutto il suo bagaglio di arroganza e demagogia, nel tentativo di arraffare ciò che gli è stato tolto l’anno scorso. La speranza è che l’elettorato abbia finalmente compreso la differenza fra la sua politica e quella del centrosinistra e che alle prossime elezioni premi chi ha dimostrato, pur fra mille limiti, errori e difficoltà, di volersi occupare del bene comune.
I Fantastici 5

I Fantastici 5

Checchè ne dica Grillo, il confronto è il sale della democrazia. Se ne è avuta una dimostrazione ieri sera, assistendo al dibattito fra i 5 candidati alle primarie del centrosinistra. Finalmente si è riusciti a parlare di programmi ed intenzioni con grande misura ed equilibrio senza scontri verbali e personalismi fuori luogo. Bersani, Renzi e Puppato del PD, Vendola di SeL e Tabacci di API sono riusciti ad evitare ogni genere di rissa e, pur nei limiti temporali imposti dal format, a dare un’idea costruttiva di ciò che deve tornare ad essere la politica in Italia: uno scambio serrato, ma civile, di opinioni a confronto.

Dopo vent’anni di aggressioni e violenze, deligittimazioni reciproche e facili demagogie, dopo il cesarismo di berlusconi, la grezza propaganda di Bossi ed il populismo 2.0 di Grillo, si è finalmente tornati a parlare con passione e competenza di cose concrete: di tasse, di casta, di lavoro, di privilegi, di diritti. Un dibattito che difficilmente sposterà dei voti, ma che ha evidenziato come, anche in Italia, possa trovar spazio un’idea diversa di politica. Al di là delle differenti posizioni espresse, il progetto politico del centrosinistra è l’unico in grado di dare un’orizzonte futuro all’Italia post berlusconiana, e porsi definitivamente alle spalle i pifferai magici di ieri e di oggi.