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Anno: 2009

Vorrei un paese normale

Vorrei un paese normale

Non so voi, ma a me questo primo decennio del secolo è volato via che neppure me ne sono accorto. Non parliamo di quest’ultimo anno che è terminato appena un attimo dopo essere iniziato. Tipicamente questi giorni sono quelli dei buoni propositi, ma anche dei desideri e degli auspici. Ci sono diverse cose che mi piacerebbe succedessero il prossimo anno a mia moglie e me. Cose su cui qui sorvolo, perchè il mio blog non è di quelli direttamente personali, ma – come scrissi in uno dei miei primi post, quasi 4 anni fa – un luogo dove parlare del “dentro” attraverso il “fuori”. Allora preferisco elencare brevemente alcune cose che vorrei fortemente per la società in cui vivo. Ecco, non so voi, ma a me piacerebbe stare in un paese normale, una democrazia in cui il premier non avesse pendenze giuridiche irrisolte e non fosse il proprietario di un enorme impero mediatico da utilizzare per annientare la libera informazione e chiunque si difformi dal pensiero unico dominante. Dove non si dovesse assistere all’affossamento della scuola e della cultura in genere, alla deligittimazione delle parti sociali, allo svilimento delle istituzioni esistenti, alla denigrazione dei diversi, alla promozione di un clima di intolleranza ed ignoranza, all’aumento delle morti sul lavoro e delle disgrazie causate da criminali negligenze. Ancora non so voi, ma io vorrei risparmiarmi una nuova stagione di populismo dilagante, di leaderismo videocratico privo di contenuti, di leggi ad personam,  di tensioni sociali, di logoramenti del tessuto sociale, e di derive – più o meno morbide – verso un regime illiberale.

Quindi ecco che, augurandovi un formidabile 2010, mi viene da pensare che un augurio non dovrebbe essere soltanto un gesto scaramantico, ma un’assunzione di responsabilità affinchè ognuno di noi si impegni a cambiare ciò che di sbagliato vede nel proprio personale quotidiano. Se si sarà capaci e fortunati, tanti piccoli cambiamenti provocheranno forse una grande svolta.

Buon Natale, George Bailey

Buon Natale, George Bailey

«Help me Clarence, please… please! I want to live again! I want to live again! I want to live again… please God, let me live again!». Clarence è un angelo di seconda classe, un essere semplice dalla fede pura come quella di un bimbo. E’ a lui, di turno la sera di Natale, che viene affidato il caso di George Bailey, un uomo che ha dedicato la propria vita agli altri e che ora, sull’orlo dell fallimento, ha deciso di suicidarsi. Se Clarence riuscirà ad aiutarlo, potrà finalmente avere le ali che attende da 200 anni. Così, quando George decide di gettarsi nelle acque gelide di un fiume, è Clarence ad intervenire e salvarlo, e poi, per dissuaderlo dalla convinzione che sarebbe stato meglio non essere mai nato, gli mostra come sarebbe stato il mondo senza di lui: una dimensione parallela che evidenzia i fitti intrecci di un sistema in cui ogni vita tocca e condiziona centinaia di altre esistenze, fino a consentirne la stessa sopravvivenza: «La vita di un uomo è legata a tante altre vite e quando quest’uomo non esiste lascia un vuoto» gli spiega l’angelo. In quella notte George sceglie di vivere, nonostante tutto. Torna alla sua famiglia in tempo per scoprire che la solidarietà della sua piccola cittadina lo ha salvato dalla bancarotta. A Natale George prende coscienza del significato della parola “destino” ed il destino concede sempre una rivincita a chi ha il coraggio di lottare. Il suo altruismo spontaneo ha fatto sì che, nel momento di maggiore difficoltà, qualcuno si sia ricordato altrettanto spontaneamente di lui. Infatti, come gli rammenta Clarence nel finale del film, «Nessun uomo è un fallito, se ha degli amici».

La vita è meravigliosa è un mito intramontabile che ha saputo rendersi sempre attuale. Una favola agrodolce che stringe alla gola con il più lungo nodo di commozione che il cinema ricordi. Il senso profondo dell’esistenza è racchiuso in questo film che non ha vinto l’Oscar, ma il premio più ambito per un regista che vuole raccontare la sua visione della vita: il successo di pubblico che supera le barriere del tempo. Prevale su tutto la prova maestosa dell’indimenticabile James Stewart che riveste il suo personaggio di chiaroscuri adeguati all’evolversi della figura complessa di un uomo che sa passare da momenti di grande slancio gioioso, al pessimismo più tragico, al dolore acutissimo per la sorte dei suoi cari. Di lui il regista Frank Capra disse: «Il protagonista non avrebbe potuto essere altri che James Stewart, l’unico capace di rendere con naturalezza e credibilità lo stato d’animo di un uomo sull’orlo del suicidio, ma ancora disposto a spendere un soldo di speranza».

 

Il Natale e il diritto alla preghiera

Il Natale e il diritto alla preghiera

Fra una settimana è Natale, la festività che più di ogni altra celebra i valori della cristianità. Proprio per tale motivo ciò che in questi giorni sta succedendo in provincia di Brescia [dopo il caso “White Christmas” del mese scorso a Coccaglio] stride ogni oltre limite. Siamo dalle parti dell’ennesimo episodio di aggressione xenofoba da parte di un’amministrazione leghista. Questa volta la giunta comunale di un paese di nome Trenzano si è espressa contro lapertura di una moschea, impedendo di fatto il diritto di culto alla componente islamica della popolazione locale. Nell’ordinanza si legge: «considerata la natura di moltissimi centri islamici che diventano nido di pericolosi terroristi e preso atto dell’oggettivo rifiuto dei musulmani all’integrazione, si chiede che il sindaco, la giunta e il consiglio facciano tutto il possibile per negare ogni tipo di autorizzazione e ogni possibilità di apertura sul territorio comunale di centri culturali islamici o moschea». Probabilmente se si fosse aggiunto che i negri c’hanno il ritmo nel sangue e che i napoletani amano la pizza e il mandolino, si sarebbe toccato lo zenit dei luoghi comuni.

Peraltro questa decisione rappresenta l’atto finale di un’escalation di affondi, iniziata con una misura restrittiva che imponeva l’obbligo tassativo che ogni raduno di circoli e associazioni si svolgesse esclusivamente in lingua italiana. Tutte ordinanze – sostiene il sindaco – rese necessarie per garantire la sicurezza dei cittadini! Ancora una volta il partito di Bossi dimostra di cavalcare la xenofobia come strumento di propaganda, configurando un sistema asfittico, in cui vengono fomentati individualismi e chiusure identitarie, e dove si spinge all’intolleranza e al rifiuto di chi è diverso. Del resto perchè sorprendersi? Non è forse questa la democrazia dell’amore?

Un post più bello che intelligente

Un post più bello che intelligente

Si fa un gran parlare in queste ore di clima d’odio. Ieri l’ex piduista Fabrizio Cicchitto, in perfetta osservanza al monito del Presidente della Repubblica che ha chiesto a tutti di tornare ad un confronto civile e pacato, ha indicato fra i mandanti morali dell’aggressione al premier: Eugenio Scalfari, Michele Santoro, Marco Travaglio e Antonio Di Pietro. Come ha scritto oggi Ezio Mauro: «Chi scambia la critica per odio e il lavoro giornalistico per violenza è soltanto un irresponsabile antidemocratico». In effetti l’intervento del capogruppo del PdL alla Camera, giudicato “incendario” dallo stesso Gianfranco Fini, è una stupidaggine colossale ed una becera e volgare strumentalizzazione. Anche perchè, se quanto affermato avesse solo una scintilla di verità, bisognerebbe considerare come mandanti pure le centinaia di migliaia di persone che hanno manifestato lo scorso 5 dicembre chiedendo le dimissioni del premier, ed inoltre quella larga fetta del Paese che ritiene che il cavaliere sia inadatto a ricoprire il suo ruolo e che magari lo scrive dalle pagine dei propri blog, in odore di censura.

Purtroppo poi esistono anche tanti italiani che non la pensano esattamente così, considerati i messaggi augurali che berlusconi, in convalescenza all’ospedale di San Raffaele, sta seguitando a ricevere. In questo senso concordo con Curzio Maltese, quando sostiene: «Il nostro paese vive da quindici anni in una bolla politica e mediatica, il berlusconismo. Dal 1994 l’Italia è divisa in due: chi vive felicemente dentro questa bolla di sapone, si sente protetto e si identifica con il carattere, i presunti vizi e le virtù del Capo del Partito delle Libertà e chi invece ostinatamente non si rassegna al fatto che metà paese si sia lasciato irretire, portare fuori strada dal Cavaliere il quale da 15 anni domina la scena politico-mediatica nazionale facendosi per forza di cose notare anche all’estero. Siamo diventati quindi un Paese spaccato, radicalizzato, che di conseguenza non trova sbocchi, che non sa più sperare, guardare in avanti, la cui crisi economica ha dato il colpo di grazia dove il berlusconismo ha svuotato la democrazia, in maniera sistematica e diffusa, nei palazzi delle istituzioni, come nelle teste dei cittadini. Ha snervato il parlamento, la magistratura, la libera informazione, la scuola».

Chi semina vento

Chi semina vento

Siamo alla resa dei conti. Il regno del Caimano sta vivendo la sua ultima stagione. Due giorni fa Pier Ferdinando Casini ha pronunziato parole pesanti come pietre, quelle che tutte le persone dotate di buon senso aspettavano da lungo tempo: «Se ci saranno elezioni anticipate, emergerà uno schieramento democatico a presidio della democrazia». E se il leader dell’UDC si è spinto a tanto, significa che anche la componente moderata dell’opposizione ha finalmente compreso l’estrema gravità della situazione, culminata – qualche giorno fa a Bonn al congresso del PPE – nel violentissimo e sconsiderato attacco del premier alla Costituzione italiana e a due organi supremi di garanzia come la Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale, accusati di essere strumenti politici di parte.

E’ fondamentale che il sistema politico prenda una posizione esplicita a difesa delle istituzioni, contro l’assalto di berlusconi al cuore della democrazia. Quest’uomo malato che non può essere giudicato da nessuno, che si è autoconvinto di essere “unto” del Signore, di essere uno statista migliore di De Gasperi, di essere il miglior politico che l’Italia abbia avuto negli ultimi 150 anni, di essere vittima innocente di mille complotti bolscevichi deve essere al più presto allontanato dal ruolo che ricopre senza averne nè la statura, nè la pulizia morale. Una larga fetta di italiani è profondamente stanca di essere rappresentata da questo corruttore mafioso, che tiene bloccato il Parlamento per fare leggi che servono soltanto a lui, e che ha condotto il paese sull’orlo dello scontro di piazza. Il successo della manifestazione del 5 dicembre, le contestazioni sempre più frequenti e pressanti che accolgono il premier ad ogni sua pubblica uscita, fino all’aggressione subita ieri a Milano, sono segni inequivocabili di una situazione che ha ormai superato il livello di guardia. In particolare l’attentato di Massimo Tartaglia, per quanto isolato e frutto di follia, non giunge affatto a sorpresa. Chi semina vento, prima o poi è facile che possa ritrovarsi una statuetta del Duomo fra i denti.

Calpestare l’oblio

Calpestare l’oblio

Credo che la moltitudine di persone che ieri ha manifestato a Roma e in diverse altre città italiane ed europee sia il primo segno evidente che qualcosa sta cambiando: l’apatia degli italiani è stata incrinata. Si è dimostrato che la gente può riappropriarsi della politica, per lottare sul serio – visto che l’opposizione parlamentare non sa farlo – contro chi piega il bene comune e le istituzioni alle proprie necessità. Non penso sia più possibile, neppure per il centrodestra, fare a meno di considerare come attorno alla figura di berlusconi si sia prodotta nella pubblica opinione una profonda spaccatura. Metà degli italiani, quelli – cioè – che sanno ancora pensare con la propria testa, valutano l’attuale premier inadatto a guidare una democrazia moderna. Ci sono troppe ombre nella vita del presidente del Consiglio, accuse gravissime ed imbarazzanti delle quali deve rispondere in sede giudiziaria e politica. Del resto, questa spaccatura è ormai evidente anche all’interno del Popolo delle Libertà. C’è chi infatti ha il coraggio delle proprie idee e sta cercando di rappresentare le posizioni di una destra più europea e con più senso dello Stato, come il Presidente della Camera Gianfranco Fini, e c’è chi – per contro – si fa trascinare dalle pulsioni autoritarie e illiberali del cavaliere con il suo codazzo di zelanti servitori, e dalle spinte populiste e reazionarie della Lega, che non si fa scrupolo di strumentalizzare il cristianesimo come ideologia da opporre all’Islam, per una nuova guerra santa contro gli stranieri.

Alcuni cartelli visti ieri riportavano dei versi tratti da un’antologia online di poesie, realizzata da trenta poeti italiani per protestare contro la minaccia incostituzionale di berlusconi e per difendere il valore della resistenza e della memoria. “Calpestare l’oblio” è il nome della raccolta. Una piccola cosa diranno i più, eppure anche questo un segno di ribellione e di speranza. Il fatto poi che Il Giornale abbia ferocemente attaccato l’iniziativa non può che essere una spia positiva.

10 anni della nostra vita

10 anni della nostra vita

A fine mese si chiudera’ un decennio infernale. Lo scrive il settimanale Time, dedicando la copertina alla fine della prima decade del nuovo secolo, una delle peggiori della storia contemporanea: «Chiamatelo il decennio infernale o della resa dei conti o dei sogni infranti o il decennio perduto. Chiamatelo come volete, ma siate grati che è quasi finito».

E’ stato un decennio breve e febbrile. A fronte di una straordinaria accelerazione tecnologica in tutti settori – comunicazioni e web in testa – il mondo si è dibattuto con vecchi e nuovi spaventosi problemi. Ci si è affacciati al nuovo millennio pensando di concederci il lusso dell’ottimismo, ma questa speranza è andata seppellita insieme alle macerie di Ground Zero e alle devastazioni che ne sono seguite: le guerre in Afghanistan e in Iraq, il terrorismo, lo scontro di civiltà, la precarietà economica. Vittorio Lingiardi, professore alla Sapienza, lo ha definito «Il decennio dell’impotenza: grandi mezzi per conoscere e pochi per cambiare». L’Europa, pur adottando una moneta unica ed allargando i propri confini ai paesi provenienti dall’ex blocco sovietico, si è trovata a fronteggiare forti spinte localiste, tese ad allontanare le popolazioni più deboli. I tragici fatti del G8 di Genova hanno rappresentato l’espressione delle mutate condizioni socioeconomiche, in cui i ricchi sono sempre più ricchi e gli altri sempre più poveri. Così una nuova generazione di migranti è approdota nel Vecchio Continente con la speranza di evitare una morte per fame, malattia o guerra, in un contesto di globalizzazione che per adesso non è stato in grado di condurre ad un reale confronto e ad una effettiva condivisione di risorse e conoscenze. Anche lo Tsunami che ha colpito l’Oceano Indiano non ha fatto che rimarcare le responsabilità del mondo occidentale ipersviluppato nei confronti delle zone più povere del pianeta, dove un evento naturale finisce obbligatoriamente per assumere i contorni di un’immane tragedia e dove la solidarietà non si traduce mai in fratellanza od unione. Quanto alla politica, come ha precisato Carlo Bernardini, anch’egli docente alla Sapienza, «Il primo decennio del Duemila è nato dalle menzogne: tutti hanno mentito, Bush, Blair, i manager di Wall Street. La falsità sembra lo strumento politico principe». Una situazione che ha consentito agli stati più industrializzati di appiattirsi su logiche consumistiche ed imperialistiche, facendogli così perdere di vista l’estrema importanza e l’improrogabile urgenza di avviare politiche durature, allo scopo di garantire una redistribuzione del benessere sociale e delle risorse economiche su scala planetaria.

Chi ben comincia

Chi ben comincia

Mi piacciono gli inizi. Quando tutto è ancora possibile. Quando la destinazione non è ancora precisa. Mi piace quando si immagina, ma non si sa. Per dirla con Italo Calvino, mi piacciono le attese ancora senza oggetto.

Cinematograficamente parlando, mi piacciono gli incipit. Mi piacciono i titoli di testa. Quel momento in cui la storia sta per essere dispiegata e lo spettatore inizia con l’assaggiare alcuni elementi portanti del film: non solo il cast, ma anche lo stile, il ritmo ed il clima delle sequenze che seguiranno. Nascono dai cartelli del cinema muto, e – nel tempo – da semplice materiale didascalico per fornire indicazioni su produttori, autori ed interpreti della pellicola, sono diventati sempre più elemento espressivo [quand’anche non artistico] a sé stante, vero e proprio ritratto simbolico del film. Questo passaggio avviene pienamente negli Anni 60, con l’avvento della pop art, ossia della pratica “bassa” di fare arte e cultura. Il primo che porta i titoli di testa ad assumere una dimensione propria è Saul Bass, geniale inventore di un design minimalista, ma al tempo stesso altamente evocativo, capace di dire tanto con poco. I suoi lavori più importanti e rivoluzionari sono stati con registi del calibro di Otto Preminger, Alfred Hitchcock, Billy Wilder e Martin Scorsese. Dopo di lui, fra i più bravi, si possono ricordare Maurice Binder, l’autore degli opening-title di James Bond, e – in tempi più recenti – Kyle Cooper, creatore dei credits di Se7en e Spiderman. Come ha affermato Saul Bass in una sua intervista: «Quello che penso su cosa posso fare con un titolo è di introdurre un umore, di sottolineare il cuore del film, di esprimere la storia in modo metaforico. Io vedo nel titolo un modo per indirizzare gli spettatori, così nel momento in cui il film inizia, dovrebbero avere già una risonanza emotiva di ciò che stanno per vedere».

Topo Gigio e la perdita dell’innocenza

Topo Gigio e la perdita dell’innocenza

La campagna di prevenzione contro l’influenza suina, con Topo Gigio nelle vesti di testimonial del Governo, mi lascia un pò sbattuto. Mi riferisco in particolare allo spot dedicato al tema della vaccinazione, molto meno scanzonato di quello sulle 5 regole e – di conseguenza – alquanto snaturante del personaggio. Nel mio immaginario ed in quello di chi oggi è adulto, il pupazzo creato da Maria Perego nel 1959, era rimasto – fino a qualche settimana fa – un tenero esserino che arrossiva dinanzi ai complimenti di Delia Scala, provava un cauto turbamento alla visione dell’ombelico di Raffaella Carrà, faceva da dolce e stranulata spalla al Mago Zurlì, e chiedeva d’essere strapazzato di coccole alla soubrette di turno di una televisione di qualità che oggi non esiste più. Piccolo, enormi orecchie, capelli biondi a paggetto, ha sempre incarnato lo stupore di un bimbo di fronte alla società dei grandi. Deve il suo successo, come ha detto la sua stessa creatrice, «a quel candore in cui tutti i bambini si riconoscevano, e al fatto che rappresentasse il compagno ideale di chi si sentiva inadeguato di fronte al cinismo della realtà».

In verità non comprendo bene la ratio che ha portato ad impiegare come protagonista della campagna una delle icone di chi era piccolo negli Anni 60 e 70, ma che è poco più che sconosciuta dall’attuale generazione di bimbi. Quest’anno Topo Gigio ha compiuto 50 anni e, a causa della mezza età e di questa scellerata scelta di comunicazione, ha perso l’innocenza e l’ingenuità d’un tempo, trascinando anche chi è cresciuto con lui in una nuova consapevolezza di precarietà e sofferenza. Sentirlo pronunziare termini come “tumori” o “malattie croniche” con lo stesso tono di quando esclamava “ma cosa mi dici mai?”, mi provoca un acuto senso di straniamento. Quasi come se all’improvviso venissi messo davanti all’evidenza di quanto il trascorrere del tempo sia inesorabile e di come ormai non ci sia più spazio per essere protetti dalla crudezza di questa vita. I bambini di oggi hanno i Gormiti, a quelli di ieri è rimasto un invecchiato Topo Gigio in camice bianco, senza più sogni, costretto a vaccinarsi da Bonaiuti.