Chi ben comincia

Mi piacciono gli inizi. Quando tutto è ancora possibile. Quando la destinazione non è ancora precisa. Mi piace quando si immagina, ma non si sa. Per dirla con Italo Calvino, mi piacciono le attese ancora senza oggetto.

Cinematograficamente parlando, mi piacciono gli incipit. Mi piacciono i titoli di testa. Quel momento in cui la storia sta per essere dispiegata e lo spettatore inizia con l’assaggiare alcuni elementi portanti del film: non solo il cast, ma anche lo stile, il ritmo ed il clima delle sequenze che seguiranno. Nascono dai cartelli del cinema muto, e – nel tempo – da semplice materiale didascalico per fornire indicazioni su produttori, autori ed interpreti della pellicola, sono diventati sempre più elemento espressivo [quand’anche non artistico] a sé stante, vero e proprio ritratto simbolico del film. Questo passaggio avviene pienamente negli Anni 60, con l’avvento della pop art, ossia della pratica “bassa” di fare arte e cultura. Il primo che porta i titoli di testa ad assumere una dimensione propria è Saul Bass, geniale inventore di un design minimalista, ma al tempo stesso altamente evocativo, capace di dire tanto con poco. I suoi lavori più importanti e rivoluzionari sono stati con registi del calibro di Otto Preminger, Alfred Hitchcock, Billy Wilder e Martin Scorsese. Dopo di lui, fra i più bravi, si possono ricordare Maurice Binder, l’autore degli opening-title di James Bond, e – in tempi più recenti – Kyle Cooper, creatore dei credits di Se7en e Spiderman. Come ha affermato Saul Bass in una sua intervista: «Quello che penso su cosa posso fare con un titolo è di introdurre un umore, di sottolineare il cuore del film, di esprimere la storia in modo metaforico. Io vedo nel titolo un modo per indirizzare gli spettatori, così nel momento in cui il film inizia, dovrebbero avere già una risonanza emotiva di ciò che stanno per vedere».

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