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Categoria: televisione

Che noia, che barba. Che barba, che noia.

Che noia, che barba. Che barba, che noia.

Raimondo Vianello è sempre stato un mio punto di riferimento. Ho adorato la sua classe, la sua intelligenza e la sua inarrivabile ironia, tagliente ma mai aggressiva. Sono cresciuto con la sua televisione, popolare ed al tempo stesso raffinata. Mi piaceva tanto quel continuo sfottò con la moglie, che in realtà nascondeva un amore enorme ed una profonda devozione. L’ultimo dei grandi comici se ne va curiosamente nello stesso giorno di Totò, a cui fece da spalla in diversi film. La sua morte oggi mi fa sentire improvvisamente più vecchio e triste. Come ha detto Chiambretti, ricordandolo: «il mondo ora sarà solo una noia, una barba, una barba, una noia».

Realtà e finzione in Lost

Realtà e finzione in Lost

Da pochi minuti negli Stati Uniti è iniziata l’ultima stagione di Lost. Da noi SKY ha deciso di trasmettere ogni episodio in lingua italiana solo con una settimana di ritardo rispetto all’edizione americana. Lo straordinario impatto globale di una serie che ha rivoluzionato il modo di far televisione ha molte spiegazioni. Prima di tutto l’abilità nel mescolare cultura alta e bassa, sperimentazione e popolarità, filosofia e fantascienza, sfruttando fino in fondo i tempi lunghi della narrazione televisiva, ben diversi da quelli cinematografici. Lost propone una serie di questioni dal sapore metafisico: Cos’è un isola? Esiste il mondo esterno oppure è un’illusione? Quali sono i significati di redenzione e rinascita? Qual’è il rapporto fra sogno e realtà? Quale la commistione fra passato e futuro? In particolare poi mette in campo i limiti del concetto di verità come qualcosa di oggettivo, spronando gli spettatori ad andare oltre a quello che può apparire più “giusto” o “logico”. La verità quindi non è la fine di un piatto percorso razionale che non lascia dubbi, ma qualcosa di più complesso e sfaccettato che – svelato poco a poco – mantiene sempre un cono d’ombra impalpabile, concedendo spazio ad altre prospettive e dimensioni. Uno degli sceneggiatori, Damon Lindelof, ha infatti affermato «Se fossimo davvero in grado di concludere la serie come vorremmo, mi piacerebbe restassero delle domande insolute, perchè una delle cose coinvolgenti della serie è che rende il pubblico creativo».

Lost spinge chi la guarda all’interpretazione, ponendolo di fatto sul medesimo piano dei protagonisti della storia. Quindi allo stesso modo in cui Jack, Kate, Sawyer, Sayid, Locke e gli altri si rapportano ai misteri dell’isola, noi ci rapportiamo a Lost, restando sospesi come loro in uno spazio in cui non è sempre facile distinguere fra realtà e finzione, fra verità e rappresentazione. Questo gioco viene portato all’estremo dagli autori, facendo interagire vecchi e nuovi media, ed in particolare avvalendosi appieno delle potenzialità del Web. Una strategia in cui si impiegano i canali di comunicazione del mondo reale per fornire informazioni attinenti ad una dimensione di finzione come quella di Lost. Ecco allora che in Rete si può trovare il sito della Oceanic Airlines [la linea a cui appartiene il volo che ha fatto naufragio sull’isola], o il sito dei Drafshaft [la band di Charlie], così come una serie di siti dedicati agli appassionati. In uno di questi, si è dato il via ad una caccia planetaria a dei codici necessari per attivare – attraverso una complessa procedura – un filmato in grado di svelare molti degli enigmi di Lost. Esistono poi documentari inchiesta ed anche giochi interattivi volti ad appurare la verità dei fatti narrati nella serie. Insomma, un prodotto globale che si traduce in un’intreccio insolubile fra reality e fiction e che ci fa sentire confusi e perduti, proprio come i nostri eroi.

Topo Gigio e la perdita dell’innocenza

Topo Gigio e la perdita dell’innocenza

La campagna di prevenzione contro l’influenza suina, con Topo Gigio nelle vesti di testimonial del Governo, mi lascia un pò sbattuto. Mi riferisco in particolare allo spot dedicato al tema della vaccinazione, molto meno scanzonato di quello sulle 5 regole e – di conseguenza – alquanto snaturante del personaggio. Nel mio immaginario ed in quello di chi oggi è adulto, il pupazzo creato da Maria Perego nel 1959, era rimasto – fino a qualche settimana fa – un tenero esserino che arrossiva dinanzi ai complimenti di Delia Scala, provava un cauto turbamento alla visione dell’ombelico di Raffaella Carrà, faceva da dolce e stranulata spalla al Mago Zurlì, e chiedeva d’essere strapazzato di coccole alla soubrette di turno di una televisione di qualità che oggi non esiste più. Piccolo, enormi orecchie, capelli biondi a paggetto, ha sempre incarnato lo stupore di un bimbo di fronte alla società dei grandi. Deve il suo successo, come ha detto la sua stessa creatrice, «a quel candore in cui tutti i bambini si riconoscevano, e al fatto che rappresentasse il compagno ideale di chi si sentiva inadeguato di fronte al cinismo della realtà».

In verità non comprendo bene la ratio che ha portato ad impiegare come protagonista della campagna una delle icone di chi era piccolo negli Anni 60 e 70, ma che è poco più che sconosciuta dall’attuale generazione di bimbi. Quest’anno Topo Gigio ha compiuto 50 anni e, a causa della mezza età e di questa scellerata scelta di comunicazione, ha perso l’innocenza e l’ingenuità d’un tempo, trascinando anche chi è cresciuto con lui in una nuova consapevolezza di precarietà e sofferenza. Sentirlo pronunziare termini come “tumori” o “malattie croniche” con lo stesso tono di quando esclamava “ma cosa mi dici mai?”, mi provoca un acuto senso di straniamento. Quasi come se all’improvviso venissi messo davanti all’evidenza di quanto il trascorrere del tempo sia inesorabile e di come ormai non ci sia più spazio per essere protetti dalla crudezza di questa vita. I bambini di oggi hanno i Gormiti, a quelli di ieri è rimasto un invecchiato Topo Gigio in camice bianco, senza più sogni, costretto a vaccinarsi da Bonaiuti.
L’influenza del Grande Fratello

L’influenza del Grande Fratello

Pochi giorni fa il viceministro della Salute ha affermato che «il virus dell’influenza A è dieci volte meno aggressivo dell’influenza stagionale». Tuttavia continua il terrorismo mediatico sulla cosidetta influenza suina. Ogni giorno la televisionetrasmette il bollettino dei morti per il virus, omettendo di precisare che gli anni scorsi la mortalità della tradizionale influenza fu decisamente più elevata. Nessuno però in quel caso si sognava di fare la conta delle vittime. Tutto ciò ha finito con lo scatenare la psicosi fra la gente, con buona pace di chi ancora sottovaluta l’enorme ed insinuante potere di convinzione che i media, TV in testa, hanno, specialmente in questo paese. In farmacia spray igienizzanti e salviettine varie sono ormai beni rarissimi. Per strada bisogna fare attenzione a non starnutire o ad evitare il minimo colpo di tosse, perchè si potrebbe essere considerati come dei terribili untori.

Fu Adolf Hitler il primo capo di governo a pensare alla televisione come media per influenzare e condizionare le masse. Documenti rimasti segreti fino a poco tempo fa dimostrano come fosse tutto pronto per lanciare programmi tv diffondibili su megaschermi, da installare nelle piazze e nelle lavanderie. Il palinsesto prevedeva notiziari, programmi di istruzione sportiva ed educazione fisica, un serial sulla vita di una perfetta famiglia ariana ed anche riprese in diretta delle esecuzioni capitali dei nemici del regime. Il progetto venne poi fermato per motivi di budget alla vigilia della guerra.

There’s no place like home

There’s no place like home

Ci risiamo. Anche quest’anno non ci stiamo facendo mancare la nostra dose intramuscolare di Lost. Il serial di  J.J. Abrams  ha assunto per noi una funzione prettamente curativa. Simona ed io siamo pazienti ormai cronici e gravi, che non rispondono a nessun altro trattamento a base di morfina o di altri narcotici affini. Soltanto i giovamenti terapeutici prodotti dalla visione delle vicende dei naufraghi più famosi della televisione ci consentono di ottenere una significativa attenuazione della sintomatologia, di cui siamo preda da circa tre anni a questa parte.
 
Ieri abbiamo iniziato ad iniettarci il primo episodio della quinta serie, non senza un breve ripasso della precedente, che avanza adrelinicamente fino all’intensissimo climax del ritorno a casa di alcuni dei protagonisti. Un’emozionante slow motion in cui Jack e cinque compagni mettono finalmente piede sulla terra ferma e baciano commossi i loro cari in attesa, mentre Kate, sola, stringe al petto il figlio di Claire. Il pathos della scena viene amplificato dallo straziante tema musicale di Michael Giacchino, straordinario autore della colonna sonora del serial ed anche delle musiche di alcuni film Pixar, considerato il più grande giovane talento fra i compositori per il cinema e la televisione.  Interessante ciò che dice in una recente intervista a proposito del suo importante lavoro in Lost «I miei genitori mi mettevano a letto, ed io dalla mia camera potevo udire le colonne sonore dei telefilm che loro guardavano in salotto. Mi divertivo molto a cercare di indovinare che telefilm stessero seguendo, sfruttando la sola musica come riferimento: e così, ho scoperto che i telefilm migliori erano quelli per i quali era più facile indovinare, quelli dotati di uno stile sonoro inconfondibile. Ho voluto far sì che anche Lost diventasse come quei telefilm che ascoltavo durante l’infanzia»There’s no place like home, così si chiama il motivo in questione, travolge fin quasi alle lacrime, perchè ognuno di noi, pur non essendo naufragato su un isola misteriosa, può – talvolta – sentirsi come di ritorno da un lunghissimo, estenuante, terribile viaggio, bisognoso soltanto della salvifica intimità della propria casa.
La cattiva maestra

La cattiva maestra

La recente scomparsa di Mike Bongiorno, giustamente ricordato come il papà della televisione italiana, ha suscitato, oltre che sentimenti di dispiacere e malinconica nostalgia, un’ìnteressante riflessione su quanto sia mutato il ruolo della TV nel nostro Paese dai tempi di Lascia o raddoppia. Come ha sottolineato Aldo Grasso: «La televisione arriva in Italia e la trova in una condizione che vale la pena sottolineare. Nel ‘56 più della metà della popolazione italiana soffriva di un male che si chiamava analfabetismo. Poi c’era quel fenomeno studiatissimo e affascinante della dialettofonia. Tantissima parte della popolazione italiana si esprimeva in dialetti. Si accende quello strumento in valle d’Aosta come in Sicilia, in Tirolo come in Calabria. In alcune serate si raduna un numero immenso di persone e tutte fanno la stessa identica esperienza. Questo ha qualche cosa di miracoloso perché anche se ridotta al minimo, anche se imparano l’italiano di Mike Bongiorno, tuttavia gli italiani fanno un’esperienza culturale che non si ripeterà mai più».

Con il passare degli anni, questo nuovo modello di integrazione e crescita culturale lascerà spazio, specie se si considera la sua eccezionale capacità pubblicitaria, ad un invasivo strumento di persuasione massiva. Come sosteneva Pier Paolo Pasolini nel 1975: «È stata la televisione che ha praticamente concluso l’era della pietà ed iniziato l’era dell’edonè. Era in cui dei giovani insieme presuntuosi e frustrati a causa della stupidità e insieme dell’irraggiungibilità dei modelli loro proposti, tendono inarrestabilmente ad essere o aggressivi fino alla delinquenza o passivi fino all’infelicità». Ma è a partire dai primi Anni 80, con l’avvento di Fininvest, che il media per eccellenza inizia pervicacemente a deformare il gusto e la sensibilità del pubblico. Si sa che i politici hanno da sempre dominato il popolo lasciandolo nell’ignoranza. Pertanto, abbruttendo i mezzi di comunicazione di massa e proponendo dei modelli di riferimento superficiali, volgari e brutali, che influenzano non soltanto il comportamento, ma anche atteggiamenti, credenze e valori, si è costruito un regime videocratico, in cui una TV vassallo e veicolo del potere ha trasformato gli italiani in un popolo di spettatori ipnotizzati.

La luna e la televisione

La luna e la televisione

«Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un balzo gigantesco per l’umanità». Questa frase, pronunziata dall’astronauta americano Neil Armstrong, mentre posava il piede sinistro sulla superficie lunare, rappresenta uno dei momenti più solenni e simbolici dello scorso secolo. Erano le 21:56 del 20 Luglio 1969 ora di Houston [Usa], in Italia le ore 4:56 del 21 Luglio.

La conquista della Luna è stato un evento globale senza precedenti che ha aperto una nuova era di comunicazione di massa. Si stima infatti che 500 milioni di persone abbiano guardato, in un granuloso bianco e nero, Armstrong ed il compagno Buzz Aldrin volteggiare sul terreno polveroso della Luna. Per la prima volta gli italiani poterono assistere in diretta ad un avvenimento storico di quella portata. Nello studio 3 di via Teulada Tito Stagno e, collegato da Houston, Ruggero Orlando, raccontarono la vicende dello sbarco degli astronauti americani, in una lunghissima diretta durata 28 ore, culminata in un famoso battibecco perchè i due giornalisti non concordarono sul momento preciso dell’allunaggio.  Da quel giorno la televisione si conquistò il ruolo di testimone principale della Storia, portando però con sè anche la sostanziale ambiguità della sua rappresentazione. Si compresero allora l’enorme potere che questo mezzo poteva assumere ed i modi per intervenire e speculare sulla mediazione fra ciò che è e ciò che appare, al fine di  generare l’interpretazione voluta.

Preferisco vivere nel mio appartamento

Preferisco vivere nel mio appartamento

Circa un quarto di secolo fa, terminavo i miei anni teen cercando invano di scollare il mio naso dallo schermo televisivo ogni qualvolta Farrah Fawcett entrava in scena in un episodio delle Charlie’s Angels, oppure provando ad abbozzare, con ancor meno successo, una delle più semplici mosse di danza di Michael Jackson, mentre sul piatto del mio stereo Thriller girava senza soluzione di continuità. Non esistevano i DVD, le serie televisive non si potevano scaricare dalla Rete [a dirla tutta non c’era neppure la Rete] e le canzoni erano ancora qualcosa di “fisico”, inciso in una musicassetta o su un disco di vinile. I cellulari erano soltanto dei furgoni in dotazione alla Polizia Penitenziaria per il trasporto dei detenuti, e se in automobile ci si perdeva, tutto quel che si poteva fare era chiedere informazioni ad un passante o dispiegare una cartina formato lenzuolo. La malattia e la morte erano concetti non così definiti, e si aveva la sensazione che le cose non dovessero mai conoscere una fine reale.
 
Capita poi, per quei bizzarri scherzi del destino, che, lo stesso giorno, 25 anni dopo, due icone di allora perdano la vita. E così [non per la prima volta in verità, per quanto mi riguarda] si comprende che il tempo scorre volgare ed inesorabile, e non fa sconti a nessuno, divi compresi. E’ vero, potremo ascoltare la musica di Michael Jackson per sempre, così come ancora non ci siamo stancati di assaporare i film di Marilyn o le canzoni di Presley, ma non è esattamente la stessa cosa. Perchè penso che tutto sommato abbia ragione Woody Allen quando dice «Non voglio raggiungere l’immortalità attraverso le mie opere, voglio raggiungerla vivendo per sempre. Non mi interessa vivere nel cuore della gente, preferisco vivere nel mio appartamento».