Browsed by
Categoria: politica

Italia si, Italia no

Italia si, Italia no

Il calcio dei club non mi appassiona. Troppo facile allestire le squadre migliori per chi ha a disposizione più soldi degli altri. Le nazionali invece sono meno sottomesse al dio denaro ed il talento può nuovamente rivestire una dimensione importante. Quest’anno, oltre i soliti leghisti che da sempre si distinguono per sentimenti anti nazionalisti, anche Grillo e Travaglio hanno dichiaratamente tifato contro l’Italia, impegnata nel Campionato Europeo di Calcio, svoltosi recentemente in Polonia ed Ucraina.
 
Le motivazioni? Il leader del M5S, come spesso gli succede, ha messo nel calderone un sacco di cose diverse che poco c’entrano fra loro. Le banche spagnole, Timoshenko, i No Tav, i recenti scandali nel mondo del calcio. Travaglio quantomeno ha circostritto le proprie ragioni al timore – onestamente più che fondato – che i successi della squadra di Prandelli potessero mettere la sordina alle notizie riguardanti lo scandalo scommesse, che peraltro ha coinvolto anche alcuni calciatori della nazionale: «Io vorrei sapere, che si vinca o si perda, cos’è quel milione e mezzo di euro versato da capitan Buffon a un tabaccaio di Parma. Vorrei sapere quali e quanti calciatori coinvolti nell’inchiesta di Cremona per essersi venduti le partite in barba ai tifosi e alla lealtà sportiva, sono colpevoli o innocenti. Nessuna vittoria all’Europeo può cancellare lo scandalo». Indubbiamente un atteggiamento snob, pretestuoso ed antipatico, però come contestarne i motivi?
Il fallimento di un Paese

Il fallimento di un Paese

Archiviata la parentesi di Monti, berlusconi intende essere nuovamente il leader di «un centrodestra in parte rinnovato e più ampio che torni a guidare il paese».  Nonostante il processo Ruby e le mille intercettazioni che ormai lasciano pochi dubbi sulle sue responsabilità politiche e penali e nonostante la nuova tegola giudiziaria che lo vede imputato di frode fiscale per le irregolarità nella compravendita di diritti televisivi, con una richiesta di condanna a 3 anni e 8 mesi, l’ex premier non nasconde più di voler tornare in sella ad «un nuovo partito di moderati». E a proposito di “moderati”, Formigoni – indagato per corruzione e finanziamento illecito – ha pervicacemente confermato di non volersi dimettere: «Non sarei, in ogni caso, l’unico presidente di Regione o sindaco di una grande città ad essere sottoposto ad indagini». Ben sintetizzando la cifra stilistica del berlusconismo che grava tuttora su istituzioni e tessuto sociale. Al vigile che domani ci contestasse il superamento dei limiti di velocità, potremmo infatti placidamente rispondere: «Che male c’è? Non vede che non sono l’unico?!».
 
Nelle parole di questi signori si respira tutto il fallimento di un Paese, incapace di chiudere definitivamente con un ventennio imbarazzante e penoso, che ci ha condotto sull’orlo del baratro economico, oltre che allo sfascio politico, culturale e sociale. In qualsiasi nazione occidentale, personaggi del genere non avrebbero più alcuna voce in capitolo, sarebbero relegati in qualche eremo dorato, quand’anche non tradotti nelle patrie galere. Invece in Italia l’arroganza e il sopruso sovrastano ancora la parte pulita della società.
Avanti così!

Avanti così!

E’ una pervicacia autolesionista quella che i rappresentanti della nostra gloriosa casta dimostrano quando si tratta di minare il già scarissimo credito della gente nei confronti della classe politica. In un clima da fine impero nessuno si muove per andare incontro alle istanze di moralità e responsabilità avanzate dai principali settori della società civile, o per ridare fiducia ad un elettorato sempre più attratto dall’astensionismo protestatario o dal “populismo 2.0” di Grillo.

Recenti prove si sono avute presso la Regione Lombardia, dove non è passata la mozione di sfiducia contro il presidente Roberto Formigoni. Un risultato certo non sorprendente, data la maggioranza di centrodestra in Consiglio. Ciò che invece ha sorpreso è che il primo firmatario della mozione, il capogruppo del PD al Pirellone, fosse assente perchè intento a prendere il sole su una spiaggia della Grecia. Tutto ciò, mentre ben 169 senatori del Parlamento Italiano [un numero quindi che va oltre quello della maggioranza berlusconiana] votavano contro l’arresto del collega del PdL Sergio De Gregorio, accusato di “cosucce” come associazione a delinquere, truffa e false fatturazioni. In questo leggiadro contesto, non è potuta mancare neppure la tradizionale e chirurgica logica delle spartizioni delle poltrone, secondo cui PdL, PD e UDC hanno nominato dei propri uomini a capo delle Autorità delle Comunicazioni e della Privacy.

L’accendiamo?

L’accendiamo?

Quando nel 94 scese attivamente in politica, buggerando tutti gli italiani che fino a pochi mesi fa hanno continuato a credere alle sue mille panzane, ha sin da subito utilizzato i suoi media come straordinari strumenti di obnubilamento di massa. Chi – come me – ammoniva sul fatto che in nessun Paese civile ad un tycoon della televisione sarebbe stato concesso di formare un partito e candidarsi alla Presidenza del Consiglio, riceveva risposte del tipo: «Ma gli italiani non sono mica così stupidi, non si fanno certo manipolare da quello che vedono in TV». Ecco, appunto!

La notizia di pochi giorni fa è già rientrata, però è comunque sintomatica della concezione populista e demagogica che berlusconi ha sempre portato avanti. Come riuscire a condurre il suo partito fuori dalle sacche della più grave crisi che abbia mai vissuto? Semplice. Candidando l’idolo di casalinghe e pensionati Gerry Scotti come leader di un nuovo partito dal nome Italia Pulita. Ecco ancora una volta riproporsi l’intreccio fatale fra televisione e politica che da sempre è stato il marchio di fabbrica del berlusconismo. L’idea allucinante che lo share televisivo possa sostituirsi al credito politico, per andare a costituire un sistema videocratico in cui una TV vassallo e veicolo del potere riduca gli italiani da elettori consapevoli a spettatori amorfi. Solo così – peraltro – si potrebbe accettare che un partito che si chiama Italia Pulita, annoveri fra i suoi massimi dirigenti personaggi come Dell’Utri, Cosentino, Ciarrapico, De Gregorio, Scajola, Vito, oltre che berlusconi stesso, naturalmente.

Con grandi “se” e grandi “ma”

Con grandi “se” e grandi “ma”

I risultati di queste recenti elezioni stanno convincendomi che Bersani sta all’acume politico, quanto l’orso Yoghi al Nobel per la Fisica Nucleare. Come è possibile, infatti, etichettare quanto uscito dalle urne come «una vittoria senza se e senza ma»? Non mi riferisco naturalmente soltanto alla discutibilissima ed urticante scelta lessicale di utilizzare una formula come “senza se e senza ma”, che è talmente logora da far apparire la prostata di Silvio come ancora incellophanata. Qui oltre la forma [che comunque in politica è anche sostanza] c’è molto peggio. Cè infatti l’incapacità di leggere gli umori della gente comune, che dappertutto vanno tranne nella direzione di premiare il PD.

Volendo essere cattivi, si può tranquillamente sostenere che il PD non ha vinto un bel nulla: sono gli altri ad aver perso. Cedendo ad una lettura più condiscendente verso il partito di Bersani, si può arrivare ad affermare che la vittoria dei democratici ha dei “se” e dei “ma” grossi come case. Ma oltre questo non si può certo andare! L’inossidabile dirigenza dovrebbe in questo senso ascoltare le opinioni dei propri rappresentanti più giovani. La Serracchiani ad esempio dichiara «Parma offusca ogni altra vittoria». Beppe Civati ricorda che se il PD non ha ancora fatto le primarie è solo perchè Bersani ha paura di perderle. Matteo Renzi incalza «Il Pd ha vinto la sfida dei numeri ma non ha convinto nella sfida politica. Se Bersani e i suoi colleghi segretari di partito si rendono conto che la somma di astenuti, grillini e outsider rende i partiti, tutti insieme, minoranza nel Paese, allora abbiano il coraggio di alcuni cambiamenti subito». Il centrodestra si riorganizzerà. La discesa in campo di Montezemolo è sempre più sicura. Il Movimento 5 Stelle è il secondo partito del Paese. Se il PD vuole vincere le prossime elezioni deve dare chiarissimi segnali di discontinuità rispetto al poco o nulla fatto sinora.

Monti fra corruzione interna e crisi internazionale

Monti fra corruzione interna e crisi internazionale

Nei giorni in cui l‘Europa conosce la sua crisi più dirompente e da più parti si inizia a considerare come imminente l’uscita della Grecia dall’Euro, il Parlamento italiano si spacca intorno al decreto anticorruzione. Un contrasto assai stridente che getta l’ennesima sconfortante luce sul senso di responsabilità della nostra classe politica e del PdL in particolare. Il partito di berlusconi infatti è fortemente contrario all’inasprimento delle pene per il reato di corruzione [chissà poi perchè], e per questo motivo non esita a mettere il Governo in grande difficoltà, proprio nel momento in cui invece dovrebbe distinguersi in ambito europeo per compattezza, forza e credibilità.

La spaventosa situazione della Grecia, esacerbata dalla politica di ferreo rigore impostale dalla Germania – unico Paese europeo il cui PIL è in costante crescita – è una bomba prossima ad esplodere. La sua possibile uscita dall’eurozona, infatti, potrebbe portare ad un “effetto domino” che vedrebbe l’Italia come una delle prossime vittime. La Merkel sta conducendo tutti gli altri Paesi europei verso un baratro che sarà possibile evitare soltanto se ci si libererà dal giogo tedesco. Ed in questo, Monti e Hollande potranno sicuramente giocare un ruolo di primissimo piano.

Grillusconi!

Grillusconi!

Le elezioni comunali di domenica ci consegnano uno scenario politico del tutto rinnovato. Il PdL evapora letteralmente e la Lega subisce una sonora batosta. Il PD tiene, ma non trae alcun beneficio dalla clamorosa debacle del centrodestra. Segno inequivocabile che se Bersani ha intenzione di vincere le prossime politiche deve inventarsi  qualcosa di diverso rispetto a quanto fatto sinora. Come ad esempio stringere una salda alleanza a sinistra. Dove infatti i democratici si son presentati insieme a SeL e/o IdV hanno sempre vinto. Ma Fassino, intervistato l’altra sera a Ballarò, ha dato l’impressione che l’unione con Vendola e Di Pietro sia tutt’altro che scontata.

Scontato invece è che l’unico a guadagnare da questa situazione sia stato il Movimento 5 Stelle. A fronte di una crisi economica internazionale ed un forte disagio dei nostri partiti tradizionali, il voto si è radicalizzato e – come già successo in altri Paesi europei – si è premiato un partito di rottura. Il punto è che il movimento di Grillo rompe prima di tutto con la democrazia. Preoccupanti infatti sono i numerosi aspetti che il comico genovese condivide con l’ex premier. Grillo come berlusconi rifugge da qualsiasi confronto pubblico, non ama le interviste e le poche che concede sono monologhi privi di un vero contradditorio. Come berlusconi ed i suoi media, dipinge i politici come tutti uguali e punta esclusivamente alla pancia della gente. Come il PdL, il Movimento 5 Stelle è emanazione diretta della personalità del suo creatore ed è talmente gerarchizzato che ogni voce in conflitto con quella del leader viene spenta autoritariamente. Grillo, ancora come l’ex premier, ha fatto di un strumento di comunicazione di massa la persuasiva gran cassa del suo impegno politico, la Rete per lui, la TV per berlusconi. Nel più puro stile del presidente del PdL, Grillo non si fa scrupolo di attaccare violentemente le istituzioni, qualora queste osino esprimere una posizione critica nei suoi confronti. Così recentemente Vendola su questa somiglianza: «Tra il 92 e il 94 era apparso questo uomo nuovo, Berlusconi», che «vinse in nome dell’antipolitica, perseguendo un consenso aggressivo, con un populismo disinvolto e come alternativo al fango istituzionalizzato». E il Movimento 5 Stelle, secondo il leader di SeL, «usa forme tipiche del populismo di destra, tanto da avere persino tratti xenofobi e omofobi».

Dove i contributi non sono finanziamenti

Dove i contributi non sono finanziamenti

Nell’aprile del 1993 un referendum cancellò in maniera schiacciante il finanziamento pubblico ai partiti. Meno di un anno dopo la legge fu di fatto reintrodotta, cambiando semplicemente la definizione “finanziamento pubblico” in “contributo per le spese elettorali”. A parte domandarsi che democrazia è quella in cui  una precisa ed incontestabile volontà popolare viene ribaltata grazie ad un escamotage lessicale, oggi – dopo vent’anni – resta soltanto l’amarezza nel constatare l’enormità di denaro pubblico di cui i partiti dispongono in una dimensione priva di controlli.

Ma all’estero cosa succede? Come si sa, negli Stati Uniti non esiste alcun tipo di rimborso elettorale. Il sistema di finanziamento a politici e partiti è volontario e privato. In Gran Bretagna hanno accesso alle sovvenzioni solo i partiti dell’opposizione, svantaggiati nel recuperare sostegno economico da lobby e gruppi industriali, come succede invece a chi sta al Governo. In Germania sia l’aiuto economico pubblico sia le donazioni private stanno all’interno di una sfera rigidamente e chiaramente definita dalla Costituzione e da una serie di leggi. Certamente non esiste un modello perfetto, in cui non siano possibili storture ed illegalità, ma soltanto in Italia sono i partiti stessi a certificare i loro bilanci, al di fuori di qualsiasi verifica di legge. Senza alcun tetto massimo e con un’enorme sperequazione tra spese effettivamente sostenute e rimborsi percepiti. 

diBossioni!

diBossioni!

E così, dopo l’uscita di scena di berlusconi dello scorso novembre, anche Umberto Bossi è costretto ad abbandonare il suo posto di comando. I due uomini che per vent’anni hanno retto le pessime sorti della Seconda Repubblica, si trovano oggi accumunati da un analogo destino. Le dimissioni del Senatur ufficializzano la crisi del suo partito, evidente ormai da diverso tempo. Difficile considerare l’esperienza di Governo della Lega in modo anche solo lontanamente positivo. Il partito di Bossi infatti in quasi vent’anni non è riuscito ad ottenere nessuno degli obiettivi che si era prefissato. La sua presenza a Roma non ha potuto far altro che rendere insostenibile la contraddizione di un movimento che pur non riconoscendo la sovranità dello Stato Italiano, si è trovato a rappresentarlo all’interno delle Istituzioni, nel peggiore dei modi possibili, muovendosi sempre secondo dinamiche che hanno fomentato localismi e chiusure identitarie, e spinto all’intolleranza e al rifiuto di chi è diverso.
 
I motivi che costringono Bossi ai margini della scena politica provocano una particolare amarezza, specie se si considerano le origini del suo partito. Nato come reazione alla corruzione della Prima Repubblica ed ora interprete proprio di quella stessa ladroneria che vent’anni fa contestava con tanta veemenza. E’ la nemesi della Lega e la fine politica del suo leader, stretto – anche a causa della malattia che lo ha colpito nel 2004 – all’interno di un cerchio magico [che oggi sarebbe più opportuno definire tragico] di collaboratori e familiari, rivelatisi spregiudicati profittatori. E se la decisione di dimettersi è senz’altro apprezzabile, lo stesso non si può dire delle dichiarazioni rilasciate anche in queste ore, che parlano  – all’insegna del più stantio sproloquio berlusconiano – di “giustizia ad orologeria”. Anche in questo quindi il populismo di Bossi si fonde con il cesarismo dell’ex premier. Due facce dello stesso tracollo culturale e sociale, ancor prima che politico, che l’Italia ha dovuto subire in questi anni.
La difficile vita del tesoriere

La difficile vita del tesoriere

E’ indubbio ormai che fare il tesoriere di un partito politico sia un mestiere terribilmente usurante. Avere ogni giorno a che fare con vagonate di soldi senza essere colti dalla tentazione di impiegarli in modo indebito è umanamente impossibile. Come biasimare allora il senatore Luigi Lusi, tesoriere della Margherita, indagato per aver prelevato dalle casse del partito, naturalmente ad insaputa della dirigenza, almeno 13 – diconsi 13 – milioni di euro, ed averli quindi spesi per acquistare appartamenti di lusso, ville ai Castelli Romani, perfino una casetta in Canadà. Costringendo così il buon Rutelli ad uno sfiancante tour mediatico con l’obiettivo di convincere l’opinione pubblica della sua estraneità ai fatti, come se da un punto di vista meramente politico, essere così fessi da farsi soffiare sotto il naso fiumi di denaro sia davvero tanto meglio d’essere dei ladri.

Come già successo con Lusi, risulta davvero troppo facile fare i fustigatori della domenica nei confronti del povero tesoriere del Carroccio Francesco Belsito [con illustri trascorsi di buttafuori nelle discoteche della riviera ligure e di titolare di un’impresa di pulizie], accusato di truffa aggravata ai danni dello Stato e appropriazione indebita. Avrebbe infatti usato parte dei finanziamenti pubblici della Lega per sostenere alcune spese della famiglia Bossi. Una persona come berlusconi, che ha sempre fatto della trasparenza e della rettitudine morale una linea personale di condotta, ha pensato bene – dall’alto della sua incontestabile autorevolezza – di rilasciare al riguardo una sollecita dichiarazione: «Chiunque conosca Umberto Bossi come me non può essere neanche sfiorato dal sospetto che abbia commesso alcunché di illecito». Con un garante così, come possibile dubitare?