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Categoria: politica

Politica 2.0

Politica 2.0

Non ho mai tessuto le lodi di Facebook. Però in quest’occasione ne parlerò benissimo, visto che da un mese a questa parte la piattaforma sociale più famosa del Web è diventata uno strumento di lotta politica. Parte infatti da una iniziativa spontanea ed apartitica presa sul social network la manifestazione No Berlusconi day, che il prossimo 5 dicembre porterà a Roma un mare di persone con l’obiettivo di chiedere le dimissioni del Premier. La pagina ufficiale dell’evento conta già quasi 300.000 adesioni, ed il ritmo degli iscritti cresce vertiginosamente ogni giorno. Un risultato strabiliante se si pensa che l’idea non nasce attraverso i canali tradizionali della politica, bensì dal basso, grazie cioè ad un manipolo di agguerriti e sconosciuti blogger. Così – a seguito della sentenza Mills e constatata la disinformazione, l’indifferenza generale, l’irresponsabilità dell’opposizione che avrebbe dovuto urlare alle dimissioni in Parlamento e lo sciagurato tentativo di berlusconi di far approvare l’ennesima legge ad personam – dei comunissimi cittadini, ancora fiduciosi sulla possibilità di un cambiamento, hanno deciso di riportare l’impegno politico nelle piazze.

Beppe Grillo, che per primo in Italia ha trasformato il Web da agorà virtuale a nuova forma di aggregazione e mobilitazione sociale, così scrive in suo post: «Non voglio passare la mia vita a inseguire l’ultimo Lodo Alfano, l’ultima ghedinata, l’ultima assoluzione per legge di un corruttore. Non sopporto più i servi che blaterano di riforma della giustizia nei programmi televisivi. Che difendono l’indifendibile, pagati per mentire, coprire, ululare. E’ mai possibile che gli italiani, anche quelli rincoglioniti dalle televisioni, non abbiano un moto di rigetto, un conato di vomito a vedere la Repubblica Italiana trattata come una zoccola? Il Grande Corruttore ha corrotto forse ogni coscienza? Lo psiconano è un uomo in fuga, una vita in fuga dai processi, uno che ha sempre pronto un piano B per sfuggire alla Giustizia, e poi un altro piano B e un altro ancora. Milioni di piani B, fino alla consunzione del Paese. Il 5 dicembre a Roma in piazza della Repubblica è stato organizzato dalla Rete un giorno di caloroso commiato allo psiconano. Io ci sarò».

Nuovo Cinema Brunetta

Nuovo Cinema Brunetta

Pochi giorni fa il ministro della Pubblica Amministrazione ha dovuto incassare la notizia che, nonostante la “cura Brunetta” tanto strombazzata dai media del premier, gli assenteisti sono tornati ad assentarsi ed i fannulloni a non far nulla. Autunno di passione quello del ministro, che nelle ultime settimane si era già reso protagonista di alcune farneticanti dichiarazioni, degne peraltro del suo ispiratore e mentore berlusconi. Un ventaglio di aggressioni livorose che hanno avuto come oggetto prima le elite di merda, cioè quelle delle rendite editoriali, finanziarie e culturali, intente ad organizzare colpi di stato per ribaltare il risultato elettorale. Poi la sinistra parassitaria che deve andare a morire ammazzata. E dopo ancora l’Associazione Nazionale Magistrati, definita come un mostro. Ma il punto più basso e al tempo stesso significativo, sta nelle dichiarazioni raggelanti che il ministro ha rilasciato a proposito del Cinema. «Mescolare cultura e spettacolo è un imbroglio. Cineasti parassiti che ti spiegano quanto l’Italia faccia schifo, gente che ha preso tanti soldi e ha incassato poco al botteghino, gente che non ha mai lavorato per il bene del Paese, anzi, non ha mai lavorato. Un film è come un’azienda: ti presto i soldi, magari a tasso agevolato, se va bene ok, se no ti attacchi e me li ridai lo stesso. Ma perchè finanziamo il cinema? Forse che finanziamo i piano bar o le discoteche?»

Niente più cinema come settima arte, dunque. Rossellini vale come un dancing di Riccione, il neorealismo quanto una balera del basso Piemonte. Ed è proprio dai tempi del neorealismo che un politico non metteva in discussione il cinema come forma artistica. La cultura, secondo il ministro Brunetta, è tale solo se fa soldi! Un assunto perfettamente in linea con un governo neofascista che non perde occasione per dimostrare la propria demagogia populista. Persino la scelta dei toni così volgari e sprezzanti dimostra come oramai non ci sia più neppure bisogno di apparire moderati presso una pubblica opinione inesistente. Oltre alla caccia al comunista, al drogato, all’omosessuale, all’uomo di colore, al rom, al sindacalista, al magistrato, ecco che berlusconi ed i suoi feldmarescialli, con Brunetta in testa, hanno apertamente dato il via alla caccia all’intellettuale.

Croce Via

Croce Via

Cominciamo subito col dire che l’Italia è fra gli Stati firmatari della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali, che – fra le altre cose – stabilisce l’equidistanza di ciascun Stato da ogni religione e quindi il diritto di ogni genitore di vedere i propri figli istruiti nel rispetto di questo principio. Di conseguenza, prendendo le mosse dal ricorso di una madre italiana di origine finlandese, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha, con piena legittimità ed autorità, giudicato in merito all’applicazione di tale fondamento. Il crocifisso nelle aule, esprimendo una maggior vicinanza dello Stato ad una religione specifica, violerebbe il principio di neutralità, tanto più che il crocifisso è presente in un contesto particolarmente influenzabile come quello dei minori.
 
Fin qui i fatti oggettivi, rispetto ai quali non si comprende bene il perchè di tante polemiche, come al solito tutte italiane. Perchè firmare una Convenzione se non se ne condividono i principi ispiratori? Perchè quella italiana è “la politica della convenienza“. La politica, cioè, di quelli che prendono le decisioni solo in funzione della successiva tornata elettorale, con un occhio sempre attento a non entrare in rotta di collisione con la Chiesa cattolica. E visto che da quest’estate, per i ben noti motivi, i rapporti fra Governo e Santa Sede si sono fatti piuttosto tesi, oggi si rende ancor più necessario ingraziarsi le alte sfere vaticane. Diventano così più chiare le reazioni scomposte del centrodestra alla decisione della Corte. Berlusconi parla di sentenza che «nega le radici cristiane del nostro Paese». Bossi con la consueta dose di eleganza afferma che si tratta di «una stronzata». La Russa dà prova di equilibrio e misura, auspicando la morte dei giudici europei e dei «finti organismi internazionali che non contano nulla». Persino Bersani preferisce assumere una posizione conciliante con la Chiesa, sostenendo che «il crocefisso è una tradizione che non può essere offensiva per nessuno» dimostrando, ancora una volta, che il PD non capisce, o finge di non capire nulla.
 
Eppure la decisione della Corte europea non fa che affermare un concetto fondamentale: nessuna istituzione può essere sotto il marchio di un unico segno religioso. Laicità significa neutralità, apertura e rispetto del pluralismo.
Il limite

Il limite

Ricordate quando Moretti ne Il Caimano afferma che «Berlusconi ha già vinto perchè le sue televisioni hanno cambiato la testa degli italiani», rievocando peraltro ciò che nei primi anni 70 aveva detto Pasolini riguardo al neofascismo consumistico: «Il fascismo non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione [specie, appunto, la televisione], non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre».

A proposito del caso Marrazzo, ho letto ripetute volte in più blog, anche da parte di persone di idee vicine al centrosinistra, che non è giusto giudicare un uomo politico in base ai suoi comportamenti privati. Dimenticando forse il concetto di rappresentatività, in virtù del quale chi legifera e governa ha il diritto di essere lì al nostro posto, ma ha il dovere di farlo nel modo più trasparente, non prestando il fianco a situazioni di dubbia moralità, o peggio, clientelismi, lotizzazioni o corruzioni. In democrazie molto più sane della nostra ci si è dimessi perchè non si è pagato i contributi alla colf. Mi si può dire: eh si, ma quello è un fatto illecito. Bene. Giusto. Allora la questione privata va considerata solo se genera un reato. Però in Italia si è considerati innocenti fino a quando non si è condannati al terzo grado di giudizio. Bene. Giusto. Però uno può sempre disconoscere la sentenza che lo riguarda, sostenendo che i giudici che l’hanno emanata sono della parte politica avversa. Bene. Giusto. Allora uno può promulgare alcune leggi ad personam per evitare di essere giudicato da magistrati di parte, a patto però che tali leggi rispettino la costituzione. Bene. Giusto. Però uno può sempre sostenere che la Consulta che valuta la costituzionalità di una legge non è un organo di garanzia, perchè composta da giudici comunisti. Bene. Giusto.

Ecco perchè Moretti e Pasolini hanno ragione. Perchè berlusconi seguita a spostare sempre un pò più in là il limite di ciò che viene considerato normale o giusto in questo piccolo paese. Non si deve mai abbassare la guardia, specie rispetto a cose che alcuni tendono surrettiziamente a far apparire irrilevanti, perchè in realtà sono molto importanti.

Dimettersi? Così non fan tutti!

Dimettersi? Così non fan tutti!

Io sono dell’avviso che nel nostro paese vi sia una grossissima questione morale da affrontatare e risolvere. Forse ci si è dimenticati che esiste un decoro delle istituzioni a cui sono chiamati a rispondere i nostri rappresentanti, che – in quanto tali – hanno il dovere di tenere comportamenti irreprensibili sotto ogni punto di vista. Pertanto per gli uomini di Stato non può e non deve esistere un distinguo fra abitudini private e sfera pubblica. I cittadini hanno il diritto di sapere se chi hanno votato è una persona proba, oppure è coinvolto in situazioni eticamente deplorevoli, quand’anche non perseguibili giuridicamente, che lo mettono, peraltro, nella posizione d’essere ricattabile. Il Governatore del Lazio Piero Marrazzo utilizzava l’auto di servizio per recarsi da alcune prostitute. Un fatto disonorevole e politicamente insostenibile che dopo l’autosospensione, lo porterà verso sempre più probabili dimissioni.

In un “paese normale” ci saremmo fermati qui. Siccome però non bisogna mai scordarsi che ci troviamo in Italia, dove non c’è limite al peggio, sopra questa vicenda si è riusciti ad innestarne un’altra, se possibile ancora più grave e sconvolgente. Grazie al suo mai risolto conflitto di interessi, berlusconi è venuto a conoscenza dell’esistenza di una registrazione video con cui si ricattava Marrazzo, proprio perchè questa è stata proposta al direttore di Chi per 200.000 €. Pronto ad offrire la sua solidarietà ad un altro uomo politico coinvolto come lui in uno scandalo sessuale, ha pensato bene di telefonargli, prima per assicurarlo che i giornali di sua proprietà non avrebbero  diffuso la registrazione compromettente, e dopo per consigliargli di ricomprare il video, facendolo sparire dalla circolazione e mettendo così tutto a tacere. Come scrive Luca Telese nel suo blog: «Ancora una volta c’è da stupirsi di come i giornali riportano con un tono apparentemente bonario e senza nessun commento questa notizia. Così scopriamo che due autorità pubbliche, un presidente di regione e un presidente del Consiglio, di fronte ad un ricatto, non sono nemmeno sfiorati dall’idea di rivolgersi alle autorità giudiziarie, a un magistrato, o a un poliziotto. Non gli passa proprio per la testa». Massimo Gramellini poi rincara la dose, ponendo l’accento sulla gigantesca anomalia del sistema politico italiano: «E’ l’ultima, lampante esplicazione del conflitto di interessi. Ma così lampante che nessuno di noi ci ha fatto caso. Provate a pensarci un attimo. I carabinieri ricattatori filmano Marrazzo e provano a vendere il video a un giornale del Premier. Non importa che il presidente del Consiglio abbia evitato di infierire. Resta il fatto che, grazie al suo ruolo di tycoon mediatico, gli era stata offerta la possibilità di distruggere un avversario politico».

La musica è ancora ribelle?

La musica è ancora ribelle?

La musica italiana d’autore ha da lungo tempo perso quell’impegno politico che l’aveva contraddistinta durante gli Anni Settanta, quando diventò espressione della controcultura giovanile, figlia di quella forte politicizzazione, avvenuta a seguito delle lotte operaie e studentesche della fine degli Anni ’60. I cantautori nati artisticamente in quegli anni personalizzarono il proprio impegno, ognuno a suo modo: De Andrè cantando di figure umili, emarginate e borderline. De Gregori usando una chiave ermetica ed assai poetica. Guccini proponendo la disillusione di storie di [stra]ordinaria quotidianità. Rino Gaetano giocando sulle corde del sarcasmo e del grottesco. Venditti fondendo denuncia sociale e cuore. Questi autori ed altri ancora furono protagonisti di un periodo di estrema creatività ed irripetuta qualità, in cui la musica diventò il simbolo più pieno di una generazione in fermento, fortemente coinvolta dalla politica.

Oggi, Franco Battiato, in verità non nuovo a pezzi di ferma denuncia, riporta la musica italiana ad una dimensione più sociale, facendosi interprete della disillusione che una larga fetta del Paese vive nei confronti della politica. Inneres auge [l’occhio interiore, in tedesco] è un brano colmo di profonda indignazione e fortissimo disagio, in cui il geniale artista siciliano si esprime in modo furente ed alquanto esplicito: «Come un branco di lupi affamati che scende dagli altipiani ululando, o uno sciame di api accanite divoratrici di petali odoranti, precipitano come massi da altissimi monti in rovina. Uno dice: che male c’è a organizzare feste private con delle belle ragazze per allietare Primari e Servitori dello Stato? Non ci siamo capiti, e perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti?». Mi auguro sia il primo segnale di un ritrovato coraggio a schierarsi. Anche se è vero che «con le canzoni non si fan le rivoluzioni», come cantava Guccini, forse si può contribuire a svegliare qualche coscienza. Sarebbe già un ottimo risultato.

Chi ignora il passato non saprà mai nulla del presente

Chi ignora il passato non saprà mai nulla del presente



[1973]
Silvio Berlusconi fonda la Italcantieri Srl, grazie a due misteriose fiduciarie svizzere. Tramite l’amico avvocato Cesare Previti, acquista ad Arcore, pagandola appena 500 milioni di lire, la Villa Casati ed alcuni terreni contigui. La proprietà gli è venduta da Annamaria Casati Stampa, contessina dodicenne rimasta orfana nel 1970, che versa in grandi difficoltà finanziarie, della quale l’avvocato Previti è tutore legale.
[1974]
Grazie a due fiduciarie della BNL, nasce l’Immobiliare San Martino, amministrata da un ex compagno di università,
Marcello Dell’Utri, palermitano. In un condominio di Milano 2 nasce una tv via cavo, Telemilano 58, che passerà ben presto all’etere col nome di Canale 5. Berlusconi si trasferisce con la famiglia a Villa Casati, affiancato dal boss mafioso Vittorio Mangano [nel 2000 condannato all’ergastolo per duplice omicidio], assunto in Sicilia da Dell’Utri come “fattore”, cioè come amministratore della casa e dei terreni.
[1975]
Le due fiduciarie danno vita alla Fininvest. Nascono anche la Edilnord e la Milano 2. Ma Berlusconi non compare mai: inabissato e schermato da una miriade di prestanomi dal 1968 fino al 1975, quando diventa presidente di Italcantieri, e poi fino al 1979, quando assumerà la presidenza della Fininvest.
[1977]
Appena divenuto Cavaliere del Lavoro, acquista una quota dell’editrice de Il Giornale, fondato tre anni prima da Indro Montanelli.
[1978-1983]
Riceve circa 500 miliardi di lire, di cui almeno una quindicina in contanti, per alimentare le 24 [poi salite a 37] holding che compongono la Fininvest, di cui si ignora tutt’oggi la provenienza. Sono gli anni della scalata
al poteree della ascesa al governo del suo amico Bettino Craxi, segretario del Psi.
[1978]
Si affilia alla loggia massonica deviata e occulta
Propaganda 2 [P2] del maestro venerabile Licio Gelli. Di lì a poco comincerà a ricevere crediti oltre ogni normalità dal Monte dei Paschi e dalla BNL [due banche con alcuni uomini-chiave affiliati alla P2]. E inizierà a collaborare, con commenti di politica economica, al Corriere della Sera, controllato dalla P2 tramite Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din. La P2 verrà poi sciolta, in quanto eversiva, con un provvedimento del governo Spadolini.
[1980]
Berlusconi fonda, con Marcello Dell’Utri, Publitalia 80, la concessionaria pubblicitaria per le reti tv.
[1981]
I giudici milanesi Gherardo Colombo e Giuliano Turone, indagando sui traffici del bancarottiere mafioso e piduista Michele Sindona, trovano gli elenchi degli affiliati alla loggia P2. Berlusconi però non subisce danni dallo scandalo che travolge il governo, l’esercito, i servizi segreti e il mondo del giornalismo.
[1982-1984]
Berlusconi acquista l’emittente televisiva Italia 1 dall’editore Edilio Rusconi e l’emittente Rete 4 dalla Mondadori: ormai è titolare di tre network televisivi nazionali, e può entrare in concorrenza diretta con la Rai. Ma tre pretori, di Torino, Pescara e Roma, sequestrano gli impianti che consentono le trasmissioni illegali di programmi in contemporanea su tutto il territorio nazionale. Craxi vara un decreto urgente [il primo “decreto Berlusconi”] per legalizzare la situazione illegale. Ma il decreto non viene convertito in legge perché incostituzionale. Craxi ne vara un altro [il secondo “decreto Berlusconi”], minacciando i partiti alleati di andare alle elezioni anticipate in caso di nuova bocciatura del decreto. E nel febbraio ’85 il decreto sarà approvato, dopo che il governo avrà posto la questione di fiducia.
[1986]
Berlusconi acquista il Milan Calcio e ne diviene presidente. Intanto fallisce l’operazione La Cinq in Francia, che chiuderà definitivamente i battenti nel ’90. E’ Jacques Chirac a cacciarlo dal suolo francese, definendolo “venditore di minestre”.
[1988]
Il governo De Mita annuncia la
legge Mammì sul sistema radiotelevisivo, che in pratica fotografa il duopolio Rai-Fininvest, senza imporre al Cavaliere alcun autentico tetto antitrust. Berlusconi acquista La Standa. La legge verrà approvata nel 1990.
[1989-1991]
Lunga battaglia fra Berlusconi e De Benedetti per il controllo della Mondadori, la prima casa editrice che controlla quotidiani (La Repubblica e 13 giornali locali), settimanali (Panorama, Espresso, Epoca) e tutto il settore libri. Grazie a una sentenza del giudice Vittorio Metta, che il tribunale di Milano riterrà poi
comprata con tangenti dall’avvocato Previti, il Cavaliere strappa la Mondadori al suo concorrente. Una successiva mediazione politica porterà poi alla restituzione a De Benedetti almeno di Repubblica, Espresso e giornali locali. Tutto il resto rimarrà a Berlusconi.
[1990]
Il Parlamento vara la legge Mammì, fra le polemiche: Berlusconi può tenersi televisioni e Mondadori, dovendo soltanto spogliarsi de Il Giornale [che viene girato nel ’90 al fratello Paolo].
[1994]
Berlusconi, ormai orfano dei partiti amici, travolti dallo
scandalo di Tangentopoli, entra direttamente in politica, fonda il partito di Forza Italia, vince le elezioni politiche del 27 marzo alla guida del Polo delle Libertà e diventa presidente del Consiglio. Il 21 novembre viene accusato di concorso in corruzione, reato che sarebbe stato perpetrato mediante il versamento di alcune tangenti ad ufficiali della Guardia di Finanza impegnati in verifiche fiscali presso quattro sue aziende. Il 22 dicembre è costretto a dimettersi, per la mozione di sfiducia della Lega Nord, che non condivide più la sua politica sociale e avvia una violenta campagna ai danni dell’ex alleato, esplicitamente accusato di appartenere alla mafia.
[1996]
Berlusconi, indagato nel frattempo per storie di mafia, falso in bilancio, frode fiscali e soprattutto corruzione giudiziaria insieme a Previti, si ricandida alle elezioni politiche, ma perde. Vince il candidato del centrosinistra Romano Prodi. Trascorrerà 5 anni all’opposizione, alle prese con una
serie di inchieste giudiziarie e di processi, conclusi con diverse condanne in primo grado, poi trasformate in prescrizioni e in assoluzioni in appello e in Cassazione.
La dittatura dei calzini turchesi

La dittatura dei calzini turchesi

L’altra sera ad Annozero Massimo D’Alema e Rosy Bindi non hanno avuto il coraggio di dire qualcosa di sinistra. Al leghista Castelli che così li incalzava: «Il 65% degli italiani è con Berlusconi. Saranno mica tutti scemi gli italiani?» non hanno osato dare l’unica risposta che esiste per questa domanda, ossia: sì, gli italiani sono scemi… ed anche qualcosa di più. Daniele Luttazzi sul suo blog scrive: «Circa trent’anni fa, le strategie del marketing politico USA hanno raggiunto un nuovo livello di consapevolezza con la scoperta, da parte dei “think-tank” di destra, che l’elettorato non vota in modo razionale, ma in base a suggestioni emotive. Il programma elettorale diventa secondario, se non sai come raccontarlo. Vinci le elezioni [è questo il grande trucco] se lo sai raccontare come una storia: una storia che crei con l’elettore un legame emotivo. Nella nuova realtà politica, tutta emotiva, la popolarità sostituisce la legittimazione; la vittoria la credibilità; e i sondaggi l’ideologia.»
 
Ed è proprio in questa fenomenologia che risiede il largo consenso di cui berlusconi gode ancora. Quel consenso che il premier ha costruito grazie al suo impero mediatico e che ora è pronto a monetizzare, ricorrendo al referendum per modificare la Costituzione. Lo scopo è far approvare la Riforma della Giustizia con la quale sottoporre i magistrati al controllo dell’esecutivo, e quindi distruggere quel sistema di pesi e contrappesi su cui si fonda ogni democrazia. E l’agghiacciante video sul giudice Mesiano [che ha condannato la Fininvest al risarcimento di 750 milioni di euro a favore della Cir di De Benedetti, per la vicenda del Lodo Mondadori], andato in onda su Canale 5, è solo un esempio della brutalità mafiosa con cui saranno aggrediti ed “avvertiti”, uno ad uno, coloro che intralceranno il progetto di instaurazione di una dittatura di stampo neofascista, “invisibile” alle masse incolte, qui, nel cuore dell’Europa civile. Una dittatura dove anche indossare dei calzini turchesi  sarà motivo sufficiente per essere messi alla gogna dalle TV del padrone.

E’ primario fare le primarie?

E’ primario fare le primarie?

Non c’è settimana che il PD non delizi il suo elettorato [sempre meno nutrito] con un nuovo casus belli. Non si è fatto in tempo a sbollire la rabbia per la superficialità inammissibile con cui 22 deputati democratici hanno disertato il voto sullo scudo fiscale, facendo così passare la legge e consentendo al governo di schivare una debacle dalle conseguenze imprevedibili, che ieri l’onorevole Paola Binetti ha votato diversamente dalla posizione del partito sul testo contro l’omofobia. Non mi è chiaro quale valore possa avere la presenza all’interno del PD di un’esponente che non si è fatto scrupolo di sostenere pubblicamente che l’omosessualità è una devianza. Ma ancora più incomprensibile è il motivo per cui la dirigenza del partito, constatata la continua divergenza di vedute su fondamentali questioni inerenti la laicità, non abbia ancora deciso – dopo più di un anno – la radiazione dell’onorevole.

Non voterò alle primarie del 25 ottobre perchè non mi sento più rappresentato dal partito. La sua incapacità di trarre vantaggio dal lungo momento di crisi del premier, è imperdonabile. Persino Famiglia Cristiana ha dimostrato di saper fare un’opposizione più incisiva ed insistente di quella del PD, troppo ripiegato su questioni interne da una parte e troppo preoccupato di smarcarsi dalla politica veemente di Di Pietro dall’altra. Spero però possa vincere Bersani, se non altro perchè così potrebbero aprirsi nuovi spazi di manovra al centro, allo scopo di costruire una convincente alternativa a berlusconi, in grado di attrarre l’elettorato moderato, eterno ago della bilancia della politica italiana.

Il lodo lede

Il lodo lede

Il Lodo Alfano è lesivo della Costituzione e del principio di uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge. Per dirla con Orwell, non esiste nessuno che sia più uguale degli altri. Lo ha stabilito la Consulta, secondo la quale per introdurre uno “scudo giudiziario” di tale portata per le quattro più alte cariche dello Stato, serviva una legge costituzionale [e quindi una maggioranza parlamentare dei due terzi], e non una semplice legge ordinaria. Berlusconi ora torna ad essere imputato nei due processi che lo riguardano. Schiumanti di rabbia i commenti a  caldo del Premier, che per l’ennesima volta ha lamentato di essere vittima di un complotto bolscevico. Una sorta di gigantesco tritacarne eversivo dentro il quale ha finito per metterci tutti: dalla Corte Costituzionale al tenero Napolitano, da L’Avvenire a Serena Dandini, da Travaglio alla escort di turno. Che tanto in questa italietta ignorante, esattamente come nella Germania nazista di Goebbels, «una bugia ripetuta infinite volte diventa una verità».

Come sostiene il costituzionalista Michele Ainis oggi su La Stampa, «non è la piazza a decidere i principi che regolano la nostra convivenza.  Se lo Stato di diritto s’affida a un corpo di custodi, è perché la piazza a suo tempo mandò a morte Gesù per salvare Barabba, perché la stessa piazza durante il secolo ventesimo acclamò feroci dittatori, perché insomma le Costituzioni liberali presidiano un sistema di valori, e li sottraggono al dominio delle folle». Per quanto però la decisione della Consulta riporti finalmente equilibrio e giustizia, siamo ancora una volta costretti ad essere testimoni di uno spettacolo sempre più desolante, in cui una nazione intera è piegata sotto il peso degli interessi di un solo uomo, il quale – e questo è il dato più preoccupante – gode  tutt’ora di un ampio consenso presso l’opinione pubblica. Qualcuno ricorda il finale de Il Caimano?