C’era una volta Sergio Leone


Il 30 aprile di vent’anni fa moriva Sergio Leone, uno dei più geniali e raffinati autori del nostro cinema. Internazionalmente conosciuto per aver inventato il genere “spaghetti” western, e soprattutto per essere riuscito – da italiano – a rinnovare e quindi influenzare un genere tipicamente americano. Nel 1964 realizza il rivoluzionario Per un pugno di dollari, in cui emerge il suo stile personale fatto di tempi ed immagini dilatate, capace di infondere una dimensione epica e mitica al racconto cinematografico. Celebri in particolare i suoi lunghi primi piani che indagano i sentimenti dei protagonisti, e le straordinarie colonne sonore di Ennio Morricone. Un marchio di fabbrica presente nei successivi Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto e il cattivo che completano la cosidetta trilogia del dollaro. Con C’era una volta il west e Giù la testa lo sguardo del regista si fa ancora più celebrativo. Il primo in particolare è considerato il suo più grande western: un sincero e malinconico omaggio al mondo della frontiera, in cui il Leone accentua la sua visione contemplativa. Dopo una gestazione di 15 anni, il regista romano chiuderà la trilogia del tempo e la sua breve carriera con il monumentale C’era una volta in America. Da crepuscolare e struggente affresco sulla malavita organizzata nella New Yorkdel proibizionismo fino agli anni 60, il film si sviluppa come metafora della vita e dell’amicizia, del tempo perduto, del peso della memoria, dell’imprescindibilità della violenza.


In una delle sue ultime interviste ebbe a dire: «’C’era una volta in America’ è un omaggio alla letteratura americana di Chandler, Hammett, Doss Passos, Hemingway, Fitzgerald. Personaggi che, quando li ho conosciuti, erano proibiti in Italia. Li ho letti in clandestinità ai tempi del fascismo, e come tutte le cose proibite hanno assunto un significato anche superiore alla loro importanza effettiva. In secondo luogo è la ricostruzione più compiuta di quell’America che ho inseguito e sognato per anni. L’America delle contraddizioni e del mito. Infine, è una riflessione sullo spettacolo, sull’arte visiva. Non a caso, il film inizia e finisce in un teatro d’ombre cinesi: il pubblico delle ombre cinesi sta alle ombre cinesi come il pubblico del film sta al film. C’è una simbiosi tra loro e noi. È un doppio schermo, anzi un pubblico che guarda un altro schermo.»

 

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