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Anno: 2016

Un altro Natale ai tempi del terrorismo

Un altro Natale ai tempi del terrorismo

Un anno fa a chiusura di un post dal titolo “Natale ai tempi del terrorismo” in cui si prendeva in esame la decisione di un preside di una scuola del milanese di vietare i canti religiosi nel concerto natalizio, a seguito degli attentati del 13 novembre a Parigi, scrivevo: “Uno degli obiettivi primari dei terroristi è quello di instaurare un clima di contrapposizione totale, di odio verso chi è diverso da noi, cerchiamo – una volta tanto – di non aiutarli”. Oggi, dopo una stagione di terribili atti terroristici che hanno insanguinato diverse città in Europa ed in Occidente, oltre che nel resto del mondo, ciò che affermavo allora è diventato ancora più vero. Sono trascorse solo una manciata di ore dall’agghiacciante aggressione di Berlino e già le destre xenofobe e le forze populiste tedesche ed europee levano la voce per attaccare la Merkel e i partiti progressisti del continente per le loro aperture a rifugiati e migranti, diventando di fatto lo strumento più efficace per i fondamentalisti islamici che mirano a cambiare la geografia politica europea, ben sapendo che a breve sia in Francia che in Germania e, probabilmente in Italia, vi saranno le elezioni politiche.

Come consuetudine, a seguito di un attentato terroristico si sprecano le analisi e gli approfondimenti di giornalisti ed esperti politologi. Si ha però la sensazione che si faccia fatica ad afferrare il fenomeno nella sua complessità e che non sempre si sia in grado di far emergere con chiarezza l’intricata ragnatela di motivazioni, interessi e strategie che stanno dietro questo scenario di devastazione. Sicuramente l’attuale tattica del terrore va inquadrata in più ampio e lungimirante contesto strategico, che è quello di un’insurrezione guidata dai gruppi jihadisti che mira a proiettare il proprio raggio di azione dalle regioni occupate in Iraq e Siria, alla sfera globale, specie se nelle prime sta vivendo momenti di grande difficoltà. Sarà tutt’altro che semplice e breve per gli Stati Europei offrire una soluzione a tutto questo, anche perchè tale soluzione dovrà passare necessariamente per la complicatissima ricerca di un equilibrio tra integrazione, libertà e sicurezza, che certo forze politiche come l’AFD, Il Front National, l’UKIP, il Fidesz o la Lega non sono in grado di garantire.

Mille giorni di te e di me

Mille giorni di te e di me

Raramente si è vista in questo Paese una campagna referendaria così aspra e lunga. Una decisione, quella di addivenire al referendum, presa da un Governo privo di legittimazione popolare, e discussa da un Senato dichiarato incostituzionale dalla Consulta. Il rispetto del proprio ruolo avrebbe suggerito ben altro comportamento, ma Matteo Renzi ha dimostrato chiaramente di attribuire molta più importanza alle sue ambizioni personali che all’ Istituzione che rappresenta. Il Presidente dimissionario così non si è fatto alcun scrupolo –  pur di legittimarsi ed imporsi come uomo del cambiamento diverso da tutti gli altri – di trascinare il Paese, già diviso di suo, su un terreno di logorante scontro frontale, facendo della legge più alta e più nobile un mero terreno di consolidamento politico. E’ stato altamente demagogico e ricattatorio che fra le regioni del SI si sia prepotentemente puntato sulla paura. La Costituzione certo non dovrebbe essere svilita da strumentalizzazioni politiche, specie da parte del premier. Ad un certo punto è sembrato che la vittoria del NO avrebbe portato a un’invasione delle cavallette, alla moria del bestiame e alla scomparsa dei primogeniti maschi! Sarebbe stato preferibile che ad agitare paure si fosse lasciato il solo Salvini, da sempre alle prese con l’orrifico pericolo degli immigrati. Che lo abbia fatto anche il Presidente del Consiglio dovrebbe far riflettere su come Renzi abbia dimostrato ancora una volta di non costituire affatto l’argine al populismo, ma che invece sia stato anche lui, a tutti gli effetti, protagonista di un arrogante populismo di destra che si alimenta di qualunquismo, antiparlamentarismo, rifiuto della politica come mediazione, decisionismo vuoto fatto di facili slogan e spregiudicate panzane.

Renzi era arrivato al potere con un giochino di palazzo, 1000 giorni fa, allo scopo di rottamare quanto di vecchio ed inefficace era stato fatto dal proprio partito fino a quel momento, e – a seguire – svuotare il consenso dei 5 Stelle. Se ne va con un PD dilaniato da una stagione di contrasti e divisioni senza precedenti, provocata dalla sua volontà di annientare qualsiasi resistenza della Sinistra interna, giustamente alternativa al suo progetto di “Partito della Nazione“, e perdipiù senza essere minimamente riuscito ad egemonizzare l’opposizione di Grillo e delle destre. Un fallimento evidente per l’uomo che diceva di battersi contro la casta, ma che in poco tempo è diventato casta egli stesso.

La Peggiocrazia

La Peggiocrazia

Imprenditore miliardario e di grido utilizza il successo televisivo per buttarsi in tarda età in politica con posizioni estremamente populiste e reazionarie. Abilissimo nel vendere il proprio brand, dotato di un ego smisurato che sfocia nella presunzione e nell’arroganza, sfrutta le stanchezze di un sistema politico ingessato e deludente, per promuoversi come outsider e anti-establishment, e promettere qualsiasi cosa. Usa frasi ad effetto e battute spesso grevi e volgari per distrarre i media. Ha una passione non proprio trasparente per le ragazze belle e giovani, e seri problemi con il fisco. No, non si sta parlando ancora di Berlusconi, ma del nuovo Presidente degli Stati Uniti. La sorprendente vittoria di Donald Trump getta una luce inquietante – non certo la prima purtroppo – sullo stato di degrado della rappresentanza politica nei regimi democratici. Molti politologi e studiosi stanno cercando di dare delle spiegazioni ad un fenomeno che in questi ultimi anni è esploso in modo eclatante un pò ovunque. Ormai le classi dirigenti, ivi compresa quella politica, non eccellono più rispetto alla massa, anzi ne riflettono fedelmente il grave declino culturale e morale. Le leadership di partito sono ampiamente screditate, ed i populismi, gli esasperati personalismi e gli intrecci di interesse con lobby e gruppi di potere dominano la scena in quella che l’economista Luigi Zingales ha definito la peggiocrazia. Trump, Farage, Le Pen, Orban, Salvini, Grillo e Berlusconi, per quanto diversi fra loro, sono le facce di una stessa medaglia culturalmente retrograda e nazionalista, quand’anche non xenofoba, sessista ed omofoba, che si alimenta di promesse irrealizzabili, di bassi espedienti, di seduzione mediatica, di retorica da “Bar dello Sport”, di insulti gratuiti, di violenza verbale.

Un voto, quello per Trump, che rincorre il radicalismo presente nel malessere sociale e nella rabbia contro “la vecchia classe politica travolta dai fatti e superata dai tempi” come disse Berlusconi nel 1994, nel discorso della discesa in campo. Un voto che, anche in questo caso, non segue più una logica razionale, ma è espressione di una becera tifoseria partigiana. Il sostenitore di Trump oggi, come quello di Berlusconi ieri, è tale proprio perchè si rispecchia nelle stesse caratteristiche che rendono questi personaggi inadeguati ed improponibili per i loro avversari: l’ignoranza, l’arroganza, la violenza, la grettezza. Come scrive Luca Sofri, risulta «cieca ed ingenua tutta la parte degli oppositori di Trump convinti di mettere Trump in difficoltà e fargli perdere consenso sottolineando esattamente le cose per cui Trump diventa forte. Rallegrandosi per le sue presunte “gaffe”, indignandosi per le sue volgarità o trogloditismi, scandalizzandosi per le sue posizioni razziste e violente, ridicolizzandone tratti estetici o linguistici, o ignoranze. Tutto questo è stato fatto in Italia nei passati vent’anni da un’opposizione antiberlusconiana stupida abbastanza da pensare che i sostenitori di Berlusconi condividessero con lei i suoi stessi criteri e approcci, incapace di immaginare degli italiani diversi da sé: mentre era chiaro che chi apprezzava Berlusconi lo apprezzava proprio perché era Berlusconi, e il sostegno che ha saputo conservare anche nei momenti più bassi e imbarazzanti della sua carriera lo ha dimostrato».

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NO!

NO!

Francamente pare surreale che si venga a chiedere di votare SI ad una riforma voluta da un solo uomo, che non soltanto non è stato in grado di raccogliere intorno alla sua iniziativa la più ampia condivisione parlamentare – conditio sine qua non per chiunque voglia intraprendere una revisione della Carta Costituzionale – ma che al riguardo non è neppure riuscito a mettere d’accordo tutto il suo partito.

E’ già discutibile che un Governo privo dell’investitura popolare si prenda carico di modificare ben 47 articoli della Costituzione, ma che lo si faccia con una riforma controversa come questa è davvero cosa inammissibile. E se è vero che il referendum costituzionale è possibilità prevista dalla Costituzione stessa, è altrettanto vero che, data la complessità della materia e l’eventualità di modificare gran parte dell’assetto costituzionale, non è forse lo strumento più indicato per giudicare qualcosa su cui neppure i costituzionalisti e gli studiosi di diritto sono giunti ad una posizione ragionevolmente unitaria. E’ evidente quindi che ci si trovi dinanzi ad una riforma fortemente divisiva, ossia l’esatto contrario di ciò che in realtà dovrebbe essere, visto che la Costituzione, fondamento della democrazia, rappresenta l’ombrello sotto il quale devono vivere tutti i cittadini, e non solo una parte. Dispiace che le manie di protagonismo di un solo uomo abbiano ricadute così importanti, anche in termini economici, sulla vita pubblica del Paese. Una spesa di oltre 200 milioni di euro per un referendum in tempo di crisi non è la soluzione più saggia, specie se si poteva tranquillamente evitare con un approccio meno avventato ed arrogante alla questione. Ma si sa che il premier ha fatto dell’arroganza la propria cifra politica ed istituzionale, e se un’eventuale vittoria del NO dovesse servire anche a ridimensionare le sue velleità da “conducator”, sarà un effetto collaterale per il quale si potrà anche fare a meno di strapparsi i capelli!

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Stella Nera

Stella Nera

Cosa rappresenti per tutti lo si sta leggendo ovunque. Per me è un Amico, un Mentore, un Maestro che fa parte della mia vita da quando avevo circa 20 anni. Nel 1987 andai a vederlo allo stadio di San Siro a Milano. Eravamo in 80.000 ad applaudirlo e a cantare insieme a lui. Era già da molti anni il simbolo del mutamento costante, del travestitismo, dell’irrequietezza, della sperimentazione, tutte caratteristiche associate alla giovinezza. Ed in effetti lui è sempre stato giovane, persino a 69 anni. Invece molti di quelli che erano lì, quel giorno di primavera di 29 anni fa, sono invecchiati, me compreso naturalmente. Perchè per restare giovani bisogna essere Eroi, magari anche solo per un giorno. Invecchiare e poi morire è di tutti. Facile. Banale. Scontato. Ma essere eterni… beh, quello è un altro discorso. Oggi c’è una Stella Nera lassù. La si può vedere alzando lo sguardo. Lo posso fare io adesso. Lo potrà fare mia figlia fra molti anni. Ed ancora sua figlia dopo di lei. Perchè, se una cosa è certa, è che quella Stella Nera resterà lì dov’è per sempre.

E’ il Cinema che è diventato piccolo

E’ il Cinema che è diventato piccolo

Quo Vado” si avvia a diventare il maggior incasso nella storia del cinema italiano. Come se non bastasse, ai primi 5 posti dell’elenco dei film che hanno guadagnato di più si trovano altri due lavori di Checco Zalone. Ci troviamo di fronte al nuovo Alberto Sordi? Mah… poco probabile. Più verosimilmente non è il comico pugliese ad essere grande… è il nostro Cinema che è diventato piccolo.

Zalone realizza film leggeri e divertenti, calati in un contesto sociale riconoscibile, in cui tutti, chi più chi meno, si possono ritrovare. Conosce bene il nostro Paese ed è abile a mettere alla berlina malcostumi, vizi e debolezze di molti connazionali, senza per questo avere pretese di denunce sociali o di voler far riflettere ad ogni costo, senza cioè dare lezioncine, puntare il dito o salire in cattedra, ma ponendosi unicamente l’obiettivo di divertire. In altri periodi storici questo Cinema avrebbe rappresentato il minimo sindacale, oggi invece – inserito in un panorama asfittico e desolante – non può che svettare. L’ultima generazione di comici degni di questo nome (tutti molto popolari, alcuni grandi altri meno) risale ormai alla fine degli Anni 70 ed oggi è praticamente finita. Troisi ci ha lasciato troppo presto. Nuti sta male da tempo. Benigni non fa più film (comparsata con Woody Allen a parte) da oltre 10 anni. Moretti nell’ultima parte della sua carriera si è allontanato dalla dimensione comica degli inizi. Resta Verdone, dal quale però, per mere questioni anagrafiche, non ci si possono attendere particolari novità. Se la vera alternativa a Zalone si riduce quindi ai Soliti Idioti, a Lillo e Greg, all’ennesimo cinepanettone scandito da scorregge e turpiloqui, a Pieraccioni che ripete lo stesso film da 25 anni, alla solita commediola sentimentale di rara inconsistenza alla Federico Moccia, allora diventa più chiaro come il buon Checco – sorretto perdipiù da uno sforzo produttivo e distributivo straordinario – riesca nell’impresa di sembrare un gigante. Ecco perchè il tweet del Ministro della Cultura che, ringraziando il comico, sostiene che il suo successo fa bene a tutto il Cinema italiano è – nella migliore delle ipotesi – alquanto ingenuo. Un’ industria cinematografica tutt’altro che florida ha bisogno di ben più del successo di uno per potersi riappropriare di una vitalità che – specie sul piano culturale – manca da troppo tempo.