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Mese: Ottobre 2013

La legge Grillo-Casaleggio

La legge Grillo-Casaleggio

«Ieri è passato l’emendamento di due portavoce senatori del MoVimento 5 Stelle sull’abolizione del reato di clandestinità. La loro posizione espressa in Commissione Giustizia è del tutto personale. Non è stata discussa in assemblea con gli altri senatori del M5S, non faceva parte del Programma votato da otto milioni e mezzo di elettori, non è mai stata sottoposta ad alcuna verifica formale all’interno. Non siamo d’accordo sia nel metodo che nel merito. Nel metodo perché un portavoce non può arrogarsi una decisione così importante su un problema molto sentito a livello sociale senza consultarsi con nessuno. Il M5S non è nato per creare dei dottor Stranamore in Parlamento senza controllo. Se durante le elezioni politiche avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità, presente in Paesi molto più civili del nostro, come la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico».
 
Questa la posizione di Grillo circa l’approvazione dell’emendamento del M5S che abroga il reato di immigrazione. In queste parole ci sono tutte le miserie del Movimento. Da una parte il greve populismo che è il vero motore che anima le scelte del profeta del vaffanculo. Le decisioni politiche vengono prese non tanto per il bene comune o in nome di ciò che è giusto o di buon senso, quanto piuttosto allo scopo di ottenere consenso o perlomeno di non perderlo. La famosa democrazia dal basso poi è solo propaganda. L’uno vale uno ha un significato soltanto se quell’uno si chiama Grillo o Casaleggio. In caso contrario uno vale niente e se prova a valere qualcosa, viene zittito o espulso. I parlamentari pentastellati che – è bene ricordarlo ancora una volta – secondo la Costituzione Italiana agiscono [come tutti gli altri] senza alcun vincolo di mandato, sono invece relegati a meri esecutori, obbligati ad obbedire ai diktat dei due fondatori del Movimento, i quali non si fanno scrupolo di sconfessarli ed umiliarli quando si ritiene che le loro azioni non inseguano la pancia dell’opinione pubblica.
La fine di una stagione?

La fine di una stagione?

Ieri Enrico Letta ha dichiarato che il ventennio berlusconiano è finito. Ma è davvero così? Certo il Caimano ha vissuto una gran brutta settimana. Prima il fallimento del suo tentativo di far cadere il Governo: berlusconi è stato costretto a votare la fiducia a Letta come estremo tentativo di evitare la scissione del PdL e la fine del suo regno, perdendo così in un colpo solo sia il potere di interdizione sull’esecutivo, sia l’insindacabilità della sua parola all’interno del partito. Un passaggio delicatissimo reso ancor più complicato dalla condizione di incandidabilità in cui a breve incorrerà e dalle altre scadenze giudiziarie che lo attenderanno nei prossimi mesi. Una carriera politica che a questo punto pare avviata sul viale del tramonto, ma che potrà ancora riservare temibili colpi di coda.
 
Ma la fine della Seconda Repubblica non passa solo attraverso il declino di berlusconi, perchè è un intero Paese ad essere in crisi, perennemente sull’orlo del baratro economico, oltre che allo sfascio politico, culturale e sociale. Bisognerà ripartire dalle macerie, ritrovando prima di tutto un unità nazionale messa in discussione da vent’anni di demonizzazione dell'”altro”. Si dovrà mettere fine a tutti i populismi che hanno contribuito ad involgarire i partiti e a produrre guasti nella coesione sociale. Occorrerà poi riprendere il cammino della formazione e della crescita culturale dei giovani, ed attivare un’idea di democrazia partecipata recuperando il rapporto fra cittadini, politica ed istituzioni.