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Mese: Marzo 2013

Fra demagogia, insulti e menzogne

Fra demagogia, insulti e menzogne

Per i grillini si è sempre in campagna elettorale. Quella per cui chiunque non condivida la loro superiorità morale è un morto vivente o un cadavere putrefatto. Nonostante l’ingresso in parlamento, la politica del santone del vaffanculo continua ad essere quella della becera violenza verbale e dell’attacco indiscriminato ai partiti tutti, egualmente responsabili – senza alcuna distinzione – della situazione in cui ci troviamo. Ecco allora che Bersani, berlusconi, Cicchitto, e Monti diventano i «padri puttanieri che hanno governato tutti insieme per 20 anni e che ci prendono allegramente per il culo ogni giorno». Uno spudorato esercizio di volgarità, superficialità e qualunquismo, a cui si unisce un malcelato amore per la menzogna strumentale, che porta i cinquestelle a ripetere di aver conseguito più voti di tutti alla Camera. Da una forza politica che si ripromette di sbugiardare i vecchi partiti ci si aspetterebbe un rispetto maggiore per la verità, anche per quella scomoda, quella cioè che stabilisce che il PD ha ottenuto circa 150.000 voti in più di Grillo. Dati definitivi del Viminale, comprensivi del voto degli italiani all’estero.

Il tutto condito – naturalmente – da fiumi di demagogia, come quella ad esempio che impone che le riunioni con rappresentanti di altri partiti vengano fatte in streaming video, mentre quelle interne – caratterizzate a quanto si dice da frizioni e dissidi – ovviamente debbano restare coperte dal più assoluto riserbo. Oppure quella che porta a definire le voci critiche al Movimento come appartenenti a troll prezzolati [da chi non è dato saperlo]. Sempre la medesima demagogia, ad esempio, ha fatto credere a molti fra gli elettori del Movimento che Grillo puntasse al rinnovamento, salvo rendersi conto soltanto ora – vista la mancata assunzione di responsabilità nei confronti di un Governo del cambiamento – che l’obiettivo reale sia in effetti quello dello sfascio definitivo dell’intero sistema politico istituzionale.

Il giorno dopo

Il giorno dopo

Un nuovo disco di David Bowie è un evento, specie se arriva a ben 10 anni esatti dal precedente e dopo un delicato intervento al cuore che pareva aver messo la parola fine alla carriera di una delle più grandi icone della musica rock. Ed invece, pochi giorni fa è arrivato The Next Day, preparato in gran segreto con il fondamentale aiuto di Tony Visconti, il produttore che ha diviso con Bowie le sue opere più importanti.

Si tratta di un lavoro molto compatto e asciutto, essenzialmente rock con venature psichedeliche, che presenta una serie di spunti musicali interessantissimi. C’è un’atmosfera di ritorno al passato con citazioni, rimandi e rievocazioni sul filo della memoria, che però ben si sposa a suggestioni e sonorità più attuali. Ed è proprio intorno al passaggio del tempo – ed in particolare alla contrapposizione fra presente e passato, fra la figura del Bowie attuale e quella, ormai affidata all’immaginario collettivo, del Bowie giovane ed androgino degli Anni 70   –  che si sviluppa l’idea centrale dell’album, a cominciare dalla rivisitazione ironica della copertina di Heroes del 1977. Un album ricco, intenso e curatissimo, tradizionale e creativo insieme, che migliora ad ogni nuovo ascolto; pervaso da una voce ancora graffiante e potente, la voce inconfondibile ed unica del sottile duca bianco.

Più di una consonante

Più di una consonante

Grillo ha sempre sostenuto che tutti i partiti sono uguali. L’unica differenza fra il pd e il pdmenoelle – come li definisce lui – sta in una consonante che in un caso c’è e nell’altro manca. Se ne consegue che Grasso e Schifani siano due figure perfettamente sovrapponibili e che la storia personale del ex procuratore antimafia sia assimilabile a quella del vecchio avvocato di berlusconi, accusato – detto per inciso – di concorso esterno in associazione mafiosa. Fortunatamente ieri qualcuno fra i suoi senatori non deve averla pensata allo stesso modo e così – contravvenendo all’ordine di scuderia – ha dato il proprio voto al candidato del PD, provocando una spaccatura all’interno del Movimento e una scomposta reazione da parte del santone del vaffanculo.

Ancora una volta Grillo ha attaccato le fondamenta della democrazia parlamentare, affermando che «nella votazione di oggi per la presidenza del Senato è mancata la trasparenza. Il voto segreto non ha senso» e spingendosi di fatto a chiedere le dimissioni dei disobbedienti. Negli ordini liberali l’eletto non è un automa teleguidato, nè un semplice mandatario dei propri elettori. Secondo la nostra Costituzione, esercita le sue funzioni senza alcun vincolo, in piena libertà. Ma evidentemente questo aspetto costituisce solo un intralcio per chi vorrebbe che il proprio movimento fosse un esercito di marionette. In questi ultimi giorni però, prima presso l’elettorato pentastellato – che in maggioranza chiede un’assunzione di responsabilità nei confronti di un governo del centrosinistra – e poi anche fra alcuni eletti, sta facendosi largo un idea più democratica di quella del proprio padre padrone. Un’idea che preveda che si possa votare secondo la propria coscienza e non sulla base di direttive, o chiedendo il permesso a dei capi bastone. Un’idea che contempli persino la possibilità che fra pd e pdmenoelle ci sia ben più di una consonante di differenza. 

Senza precedenti

Senza precedenti

I parlamentari del Partito delle Libertà che assediano il Tribunale di Milano cantando l’Inno di Italia, per poi fermarsi davanti all’aula dove si celebra il processo Ruby, si sono resi protagonisti di una delle pagine più patetiche della storia repubblicana. Una piazzata vergognosa in cui la pretesa di impunità per il padre padrone del proprio partito viene spacciata per emergenza democratica. Il cerchio che si stringe intorno all’avventurismo di berlusconi, sul quale oggi gravano due condanne in primo grado e due altri processi in corso, ha trascinato il suo partito in un’operazione dal sapore estremista ed eversivo. Un’iniziativa irresponsabile che porta un potere dello Stato in rotta diretta di collisione con un altro e che mira ad estendere il conflitto istituzionale, coinvolgendo persino il Presidente della Repubblica. A Napolitano si è chiesto di porre un freno all’azione della Magistratura, che secondo l’ex premier punterebbe al suo arresto, da far votare al Parlamento in cui esiste una maggioranza PD-M5S favorevole. Ma il Capo dello Stato ha parlato di «manifestazione senza precedenti» e ha fatto sapere che l’indipendenza della Magistratura non è in discussione. Anche se in seguito ha cerchiobottisticamente aggiunto che sarebbe opportuno garantire la partecipazione adeguata di berlusconi a questa fase politica.
 
Lo scenario risultante potrebbe essere il caos istituzionale, col PdL che non esita a minacciare l’Aventino e quindi ad impedire di fatto il corso regolare dei lavori parlamentari. Forte dell’ottimo risultato elettorale, Il Cavaliere spinge infatti per nuove elezioni in tempi brevissimi, convinto di poter acciuffare quella vittoria che lo scorso mese ha mancato soltanto per un soffio, complice – naturalmente – l’immancabile popolo bovino.
Populisti d’Italia

Populisti d’Italia

Viviamo in un Paese in cui il leader di un partito si dimette per aver detto una bugia circa un master, in realtà mai conseguito. Invece il leader di un altro partito, condannato a 4 anni per frode fiscale non solo non si dimette, ma viene addirittura premiato col 30% dei voti. Oggi a questa condanna se n’è aggiunta un’altra di un un anno, per aver fatto pubblicare su Il Giornale un’intercettazione coperta da segreto istruttorio al fine di danneggiare un avversario politico. Uno scandalo che sarebbe gravissimo ovunque tranne che qui. Ed infatti dubito che in Italia cambierà qualcosa nei consensi di cui ancora gode berlusconi. Si è visto che parte dell’elettorato vota come gli ultras tifano per una squadra di calcio, in modo brutalmente emotivo ed integralista. Sempre di oggi è la reazione scomposta di Grillo al trattamento ricevuto da stampa e TV. Il comico genovese in realtà fa suo un vecchio e glorioso cavallo di battaglia berlusconiano, per cui la libera informazione diventa propaganda faziosa o attacco deliberato [e persino prezzolato] nel momento in cui semplicemente fa il suo mestiere, ossia muove delle osservazioni. Evidentemente, proprio come il Cavaliere, Grillo vorrebbe un sistema informativo ossequioso e prono. E in ultimo – in un irrefrenabile slancio di responsabilità politica – afferma: «Voglio il 100% del Parlamento. O noi o la violenza per le strade».
 
Parlare di questi due pagliacci – così come sono stati definiti dalla stampa internazionale – significa passare da chi ha governato per quasi 20 anni anteponendo i propri interessi a quelli del Paese, a chi invece gli interessi del Paese vorrebbe sfasciarli del tutto. Quanti di coloro che hanno votato Grillo sanno che senza i partiti – che il santone del vaffanculo vorrebbe abbattere – non esiste alcuna democrazia? E che il modello democratico che si vorrebbe instaurare, se privo di bilanciamenti e controlli significa anarchia autoritaria? Quanti hanno compreso che la freschezza rappresentata dai parlamentari grillini, senza esperienza, competenza ed autonomia significa caos istituzionale? Forse faranno sorridere le dichiarazioni del sommelier che, in quanto tale, vorrebbe lavorare per migliorare l’agricoltura, o dell’altro deputato grillino che rivela il complotto dei microchip impiantati sotto pelle, però bisognerebbe prima di tutto capire che nuovo non vuol dire necessariamente migliore e che politica non è sinonimo di furto, come invece si vorrebbe far credere.
Grillocrazia

Grillocrazia

L’obiettivo di Beppe Grillo è quello di destabilizzare l’intero sistema politico istituzionale, come lascia intendere lui stesso nel libro scritto a più mani con Casaleggio e Dario Fo: «Noi vorremmo che i partiti scomparissero radicalmente, che ci fossero nuove regole di comunità anche in Parlamento. Lo so, molti potrebbero domandare, “Ma in Parlamento se non ci sono i partiti chi ci sarà? Come può esistere un Parlamento senza i partiti?” Nel Parlamento ci saranno i comitati, i movimenti e la società civile». Grillo però si dimentica il piccolo particolare che senza i partiti non esiste alcun esempio di democrazia al mondo. Si dimentica inoltre che, a fronte di questo richiamo alla democrazia diretta, utopistico e fumoso [non si sa come tale nuovo modello democratico dovrebbe funzionare, con quali meccanismi, quali poteri di controllo, quali bilanciamenti, quali istituzioni], lui è il leader monocratico di un movimento senza uno straccio di statuto, che censura ogni voce dissenziente, pieno di dilettanti allo sbaraglio, e con un marchio di cui egli stesso è l’unico proprietario. Quindi, mentre un Paese allo sbando aspetta una sua improbabile assunzione di responsabilità che lo conduca ad un accordo con uno di quegli inutili partiti che vorrebbe spazzare via, finendo – dal suo punto di vista – col cedere a quel sistema che in realtà vorrebbe abbattere, faccio mie alcune riflessioni di Massimo Gramellini.

Si inizia con la considerazione di come il linguaggio di Grillo sia espressione diretta del ventennio che ha visto prosperare messaggi politici come quelli di Bossi e berlusconi «Anticipando il probabile duello finale dei prossimi mesi, Grillo ha attaccato Renzi dandogli della “faccia come il c.” (in comproprietà con Bersani) e del politico di professione. Per lui e per una parte dei suoi elettori le due definizioni sono sinonimi. Tralascio ogni giudizio sull’uso del turpiloquio, uno dei tanti lasciti di questo ventennio che ancora prima delle tasche ci ha immiserito i cuori, portandoci a considerare normale e persino simpatico che un leader politico si esprima come un energumeno». Per poi sottolineare la grande mistificazione della campagna elettorale del M5S, che – cavalcando e alimentando la rabbia e la sfiducia per la classe politica – ha indotto a pensare che tutti i politici siano egualmente dei ladri e che Bersani sia sovrapponibile a berlusconi, con buona pace delle tante leggi ad personam, dei bunga bunga, delle culone inchiavabili, delle ville a Lampedusa, delle case acquistate ad insaputa del proprietario, delle forza gnocche, dei baciamani a dittatori sanguinari, dei ristoranti pieni, dei tumori sconfitti in 3 anni, dei legittimi impedimenti, dei processi brevi, degli avvocati Mills, delle condanne per frode fiscale, dei senatori accusati di mafia, di quelli comperati per 3 milioni di euro e via così: «Gli elettori hanno avuto la percezione che tutti i politici fossero uguali a Fiorito o a Scilipoti e che chiunque potesse fare meglio di loro. Ma non è così. Il “chiunquismo” è una malattia anche peggiore del qualunquismo e porta le società all’autodistruzione. Questa idea che tutti possono fare politica, scrivere articoli di giornale, gestire un’azienda o allenare una squadra di calcio è una battuta da bar che purtroppo è uscita dai bar per invaderci la vita e devastarcela. A furia di vedere buffoni e mediocri nelle foto di gruppo della classe dirigente, ma soprattutto di vedere ovunque umiliata la meritocrazia a vantaggio della raccomandazione, siamo sprofondati in un’abulia che ci ha indotti ad accettare senza battere ciglio ogni sopruso e ogni abuso antidemocratico, a cominciare dai partiti padronali e da una oscura rockstar del capitalismo come presidente del Consiglio. E ora che ci siamo svegliati, per reazione vorremmo buttare tutto all’aria, convinti che per fare politica bastino un ideale e una fedina penale intonsa. Non è vero. Gli ideali e l’onestà sono la base per distinguere i buoni leader dai cialtroni che ci hanno ridotto in questo stato».