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Mese: Giugno 2012

Cosa Piove dal Cielo?

Cosa Piove dal Cielo?

Roberto è un ferramenta di Buenos Aires intorno ai 50. La prematura morte dei genitori e l’esperienza della guerra delle Falkland lo hanno reso un tipo solitario e pieno di risentimento, senza quasi contatti col mondo esterno e privo di aspettative per il futuro. Ha un solo passatempo: collezionare ritagli di articoli di giornali riguardanti notizie assurde ed incredibili. Lo fa per dimostrare a se stesso che la vita è senza senso e che i rapporti umani sono troppo fragili per essere vissuti. Un giorno si imbatte in Jun, un ragazzo cinese che ha lasciato il suo paese dopo aver subito una tragedia [la fidanzata è morta, schiacciata da una mucca precipitata dal cielo] ed è alla ricerca dello zio che vive da tempo in Argentina. Incapace di comunicare e senza soldi, viene ospitato da Roberto, che però spera di sbarazzarsene quanto prima. La convivenza forzata si fa sempre più pesante, fino a quando il ferramenta – per un curioso gioco del destino – capirà che la vita gli ha regalato un’opportunità meravigliosa che non può ignorare.

Sembra narrare una vicenda bizzara e ricca di fantasia, eppure il film scritto e diretto da Sebastián Borenszstein – vincitore del festival di Roma, dove si è aggiudicato sia il premio della critica che quello del pubblico – si basa su una storia vera. La pellicola è una bellissima commedia dolce amara, divertente ed originale, dai tratti surreali che ricordano un pò lo stile del Jean-Pierre Jeunet di Ameliè. L’attore argentino Ricardo Darin, già protagonista de Il Segreto dei Suoi Occhi, vincitore dell’Oscar come miglior film straniero nel 2010, è semplicemente straordinario per espressività e misura. Una nota sul titolo italiano che una volta tanto è più azzeccato di quello originale [Un Cuento Chino]. Ciò che piove dal cielo, infatti, non si riferisce soltanto alla mucca che letteralmente precipita sulla barca del povero Jun, o allo stesso Jun che arriva dal nulla a rivoluzionare l’esistenza di Roberto, ma anche e soprattutto all’imprevedibilità della vita stessa. Autentico motore che sa dare un senso a quel che apparentemente è privo di logica.

Il fallimento di un Paese

Il fallimento di un Paese

Archiviata la parentesi di Monti, berlusconi intende essere nuovamente il leader di «un centrodestra in parte rinnovato e più ampio che torni a guidare il paese».  Nonostante il processo Ruby e le mille intercettazioni che ormai lasciano pochi dubbi sulle sue responsabilità politiche e penali e nonostante la nuova tegola giudiziaria che lo vede imputato di frode fiscale per le irregolarità nella compravendita di diritti televisivi, con una richiesta di condanna a 3 anni e 8 mesi, l’ex premier non nasconde più di voler tornare in sella ad «un nuovo partito di moderati». E a proposito di “moderati”, Formigoni – indagato per corruzione e finanziamento illecito – ha pervicacemente confermato di non volersi dimettere: «Non sarei, in ogni caso, l’unico presidente di Regione o sindaco di una grande città ad essere sottoposto ad indagini». Ben sintetizzando la cifra stilistica del berlusconismo che grava tuttora su istituzioni e tessuto sociale. Al vigile che domani ci contestasse il superamento dei limiti di velocità, potremmo infatti placidamente rispondere: «Che male c’è? Non vede che non sono l’unico?!».
 
Nelle parole di questi signori si respira tutto il fallimento di un Paese, incapace di chiudere definitivamente con un ventennio imbarazzante e penoso, che ci ha condotto sull’orlo del baratro economico, oltre che allo sfascio politico, culturale e sociale. In qualsiasi nazione occidentale, personaggi del genere non avrebbero più alcuna voce in capitolo, sarebbero relegati in qualche eremo dorato, quand’anche non tradotti nelle patrie galere. Invece in Italia l’arroganza e il sopruso sovrastano ancora la parte pulita della società.
Avanti così!

Avanti così!

E’ una pervicacia autolesionista quella che i rappresentanti della nostra gloriosa casta dimostrano quando si tratta di minare il già scarissimo credito della gente nei confronti della classe politica. In un clima da fine impero nessuno si muove per andare incontro alle istanze di moralità e responsabilità avanzate dai principali settori della società civile, o per ridare fiducia ad un elettorato sempre più attratto dall’astensionismo protestatario o dal “populismo 2.0” di Grillo.

Recenti prove si sono avute presso la Regione Lombardia, dove non è passata la mozione di sfiducia contro il presidente Roberto Formigoni. Un risultato certo non sorprendente, data la maggioranza di centrodestra in Consiglio. Ciò che invece ha sorpreso è che il primo firmatario della mozione, il capogruppo del PD al Pirellone, fosse assente perchè intento a prendere il sole su una spiaggia della Grecia. Tutto ciò, mentre ben 169 senatori del Parlamento Italiano [un numero quindi che va oltre quello della maggioranza berlusconiana] votavano contro l’arresto del collega del PdL Sergio De Gregorio, accusato di “cosucce” come associazione a delinquere, truffa e false fatturazioni. In questo leggiadro contesto, non è potuta mancare neppure la tradizionale e chirurgica logica delle spartizioni delle poltrone, secondo cui PdL, PD e UDC hanno nominato dei propri uomini a capo delle Autorità delle Comunicazioni e della Privacy.

L’accendiamo?

L’accendiamo?

Quando nel 94 scese attivamente in politica, buggerando tutti gli italiani che fino a pochi mesi fa hanno continuato a credere alle sue mille panzane, ha sin da subito utilizzato i suoi media come straordinari strumenti di obnubilamento di massa. Chi – come me – ammoniva sul fatto che in nessun Paese civile ad un tycoon della televisione sarebbe stato concesso di formare un partito e candidarsi alla Presidenza del Consiglio, riceveva risposte del tipo: «Ma gli italiani non sono mica così stupidi, non si fanno certo manipolare da quello che vedono in TV». Ecco, appunto!

La notizia di pochi giorni fa è già rientrata, però è comunque sintomatica della concezione populista e demagogica che berlusconi ha sempre portato avanti. Come riuscire a condurre il suo partito fuori dalle sacche della più grave crisi che abbia mai vissuto? Semplice. Candidando l’idolo di casalinghe e pensionati Gerry Scotti come leader di un nuovo partito dal nome Italia Pulita. Ecco ancora una volta riproporsi l’intreccio fatale fra televisione e politica che da sempre è stato il marchio di fabbrica del berlusconismo. L’idea allucinante che lo share televisivo possa sostituirsi al credito politico, per andare a costituire un sistema videocratico in cui una TV vassallo e veicolo del potere riduca gli italiani da elettori consapevoli a spettatori amorfi. Solo così – peraltro – si potrebbe accettare che un partito che si chiama Italia Pulita, annoveri fra i suoi massimi dirigenti personaggi come Dell’Utri, Cosentino, Ciarrapico, De Gregorio, Scajola, Vito, oltre che berlusconi stesso, naturalmente.

I Classici del Cinema – Oltre il Giardino

I Classici del Cinema – Oltre il Giardino

Quando nel 1971 il romanzo Oltre il Giardino di Jerzy Kosinski viene pubblicato, Peter Sellers ne è letteralmente folgorato, tanto da inviare al suo autore un telegramma che dice «Disponibile nel mio giardino o fuori» con a fianco il numero di telefono. Il libro, una graffiante satira contro il potere politico fortemente condizionato dal fascino seduttivo della televisione, racconta le gesta di Chance, un cinquantenne analfabeta e ritardato che non è mai uscito fuori dalla villa di cui curava il giardino. La morte del suo vecchio padrone lo porta in mezzo alla strada, in un mondo che conosce solo attraverso i programmi televisivi. Un banale incidente lo mette in contatto con un anziano Senatore. Il candore di Chance viene scambiato per saggezza profonda ed alcune sue considerazioni casuali interpretate come acute riflessioni sulla condizione umana. Di equivoco in equivoco diventa una celebrità nazionale e si ritrova ad un passo dalla candidatura alla Presidenza degli Stati Uniti.

Sellers insegue il sogno di portare sul grande schermo il romanzo di Kosinski per ben 8 anni, fino a quando – nel 1979 – il progetto si concretizza. La sceneggiatura è affidata allo stesso scrittore, mentre la regia viene curata da Hal Ashby, uno dei cineasti più rappresentativi ed intelligenti della New Hollywod. In mani altrui Oltre il Giardino avrebbe corso il rischio di trasformarsi in una parabola sciocca o in fiacca critica della credulità umana. Ma la sapiente e misurata direzione di Ashby, con la sua atmosfera tranquilla e crepuscolare, e l’immensa performance di Peter Sellers costituiscono l’innervatura di un lavoro delicatissimo, surreale e poetico insieme, connotato da una soave leggerezza che sa farsi sottile metafora di un mondo che – avendo smarrito i propri riferimenti culturali – non sa più distinguere il falso dal vero, o l’ignoranza dalla sapienza. Impossibile immaginare qualcun altro nei panni di Chance. Ad un personaggio che ha amato moltissimo, Sellers regala la sua interpretazione più memorabile. Giocando di sottrazione, l’attore inglese diventa una maschera compassata, apparentemente inespressiva, folle e lunare eppure credibilissima.