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Mese: Dicembre 2011

Un anno di non politica

Un anno di non politica

Il 2011 si apre con un Presidente del Consiglio accusato di concussione ed uso della prostituzione minorile. Due reati gravissimi, specie per un uomo di governo, che si vanno a sommare a pregresse pendenze giudiziarie irrisolte, come corruzione, falso in bilancio e frode fiscale. Si prosegue quindi con la violenta opposizione della Lega alla celebrazione della ricorrenza dei 150 anni dell’Unità Nazionale. Il Parlamento Italiano delibera che Ruby Rubacuori sia realmente la nipote di Mubarak, mentre tutt’intorno è un affannarsi a  predisporre decreti legge “ad personam”, ad inveire contro la dittatura delle toghe rosse e a negare che la crisi economica internazionale abbia colpito anche il nostro Paese. I referendum e le elezioni amministrative costituiscono due sonore sconfitte. I leader internazionali – fatta eccezione per Putin e Gheddafi [prontamente disconosciuto appena cambia il vento] – lo isolano sempre più ed i mercati dimostrano una crescente sfiducia nei confronti dell’Italia. La sua maggioranza lentamente si sfalda fino a sparire, e Napolitano gli chiede di farsi da parte.

Ora il Governo che molti connazionali – obnubilati da 20 anni di martellamenti mediatici – ritenevano senza alternative, è un altro. Certamente e doverosamente criticabile per più di una ragione, ma finalmente privo di corredi di bunga bunga, culone inchiavabili, ville a Lampedusa, case acquistate ad insaputa del proprietario, forza gnocche, baciamani a dittatori sanguinari, ristoranti pieni, tumori sconfitti in 3 anni, legittimi impedimenti, processi brevi, avvocati Mills, senatori condannati per mafia, e via così fino ad arrivare ai tanti Lavitola, Tarantini e Lele Mora. Vuoi vedere che da adesso in poi anche in questo Paese riusciremo a confrontarci soltanto sulla politica?

Un altro film di Natale

Un altro film di Natale

Da buon cinefilo quale sono, il momento più bello delle feste natalizie – forse ancor di più che l’apertura dei regali – è quello in cui ci si riunisce per gustarsi un film di Natale. Non so quante volte ho visto e rivisto La vita è meravigliosa di Frank Capra, commuovendomi regolarmente per il suo messaggio di fondo: quello di non arrendersi mai, anche quando tutto intorno sembra crollare. Ma ci sono tanti altri film che nel corso del tempo hanno segnato la festa più importante dell’anno. La Febbre dell’Oro di Chaplin, Miracolo sulla 34° StradaLa Moglie del Vescovo, i classici della Disney e – in tempi più recenti – Mamma ho perso l’aereoElfPolar Express, A Christmas Carol, per citarne solo alcuni. 

Quest’anno l’elenco verrà arricchito da Il Figlio di Babbo Natale, appena uscito nelle sale cinematografiche. Il cartone animato è realizzato dalla inglese Aardman Animations, [qui per la prima volta in collaborazione con Sony Pictures Animation], famosa per le sue splendide pellicole con pupazzi in plastilina come Galline in fuga e Wallace & Gromit. Anche se questa volta la sua tradizionale tecnica in stop motion è stata rimpiazzata dalle più attuale Computer Grafica, la magia è rimasta intatta. Un confronto fra tradizione e modernità che fa da leitmotiv anche alle vicende del film. Difatti pure Babbo Natale si è convertito ai prodigi dell’high tech ed ogni anno, la notte del 24 dicembre, grazie ad una  sofisticatissima ed ipertecnologica astronave e ad un esercito di migliaia di laboriosi ed addestratissimi elfi, riesce nell’impresa di consegnare i regali a tutti i bimbi del mondo. Ma questa volta qualcosa va storto e spetterà al suo maldestro ma sensibile figlio riparare all’errore, riesumando una vecchia e gloriosa slitta, mandata in pensione proprio per far spazio alla supersonica nave spaziale. «Non volevamo dire che i metodi antichi fossero giusti e quelli moderni sbagliati – sottolinea la regista – Il punto è non è come lo si fa, ma perché». Un discorso che per l’appunto richiama la disputa tra vecchia e nuova animazione: non conta la tecnica, conta il risultato. E quest’ultimo nella fattispecie è sicuramente soddisfacente: il film è un’avventura divertente e tenera che riesce a trattare con originalità un argomento senz’altro abusato, e ciò – di questi tempi – è sicuramente un successo.

I senza vergogna

I senza vergogna

Cominciamo col dire che questa manovra economica non rispetta certo i principi di equità sociale con cui Monti si era presentato. Stabilito questo, le critiche che gli sono piovute addosso in queste ultime ore da parte di berlusconi e l’ignobile gazzarra che la Lega ha portato al Senato e alla Camera, dimostrano in modo inequivocabile il becero populismo e la sfacciata ipocrisia di cui sono capaci il Cavaliere e Bossi. E’ stato proprio il loro Governo, infatti, che ha condotto l’Italia a questa drammatica situazione. Non dimentichiamoci che fino al mese scorso la crisi veniva sminuita o persino negata. Il premier trascorreva il suo tempo insieme alle nipotine di Mubarack o comprando i propri sostenitori in Parlamento, mentre Bossi approvava qualsiasi legge ad personam del suo degno compagno di merende.

Le riforme di questi giorni si sarebbero dovute effettuare già da tempo e si sono rese ancor più urgenti proprio perchè chi ha governato per la gran parte degli ultimi 17 anni è stato incapace di mantenere le promesse fatte, lasciando sprofondare l’Italia sull’orlo del baratro. Ancora in queste settimane sia berlusconi che bossi parlano di pericolo comunista e di difesa della libertà, usando toni e linguaggi che apparivano vecchi e logori già nel 1994. Due anziani parolai il cui immobilismo è ormai patologico. E’ assolutamente legittimo criticare Monti e la sua manovra, ma gli unici che non possono attaccare chi – certamente commettendo degli errori – sta cercando di trovare dei rimedi allo sfascio di questo Paese, sono coloro i quali hanno determinato questo stato di cose.

Midnight in Paris

Midnight in Paris

Midnight in Paris è un piccolo gioiello, in equilibrio perfetto fra romanticismo, poesia ed ironia. La storia è quella di Gil, uno scrittore di sceneggiature dozzinali con velleità da romanziere, che – durante un soggiorno a Parigi con la fidanzata con cui non ha nulla in comune – si rende conto di poter viaggiare nel tempo, trovandosi magicamente trasportato nella Ville Lumière degli anni ’20, dove incontra i suoi artisti più amati. Come accadeva ne La Rosa Purpurea del Cairo, l’unica via di fuga da una realtà insoddisfacente è la dimensione del sogno, e mentre nel film del 1985 Mia Farrow si rifugiava in un cinemino di periferia per dimenticare il suo misero quotidiano, qui l’ottimo Owen Wilson si tuffa nella magia dell’età dell’oro parigina. Dialoga di letteratura con Scott Fitzgerald e Hemingway, fa leggere il proprio romanzo a Gertrude Stein, suggerisce a Bunuel l’idea per uno dei suoi film più famosi, cena a  casa di Jean Cocteau, si imbatte in Dalì, e si invaghisce di una delle ex amanti di Picasso [un’incantevole Marion Cotillard]. Il piano onirico si mescola con quello reale e l’evasione diventa occasione per riflettere su se stesso e trovare il coraggio per seguire le proprie aspirazioni, anche se questo significa tagliare i ponti con la sicurezza di quanto conquistato fino ad allora.

Il nuovo film di Woody Allen è una riflessione elegante e piena di grazia sull’incapacità di vivere il presente. Una favola surreale e dolceamara dove l’amore – ancora una volta – è l’antidoto ad angoscie ed inquietudini. A cominciare dall’amore che il regista riversa nel raffigurare Parigi, senza mai relegarla nel clichè della cartolina. Per terminare con quello che il protagonista incontra, dopo aver finalmente compreso che il passato va metabolizzato senza alcuna mitizzazione. Il desiderio ossessivo di un altrove, una nostalgia che è una negazione, ci impediscono infatti di cogliere le opportunità di un presente che – come qualsiasi altra epoca – può regalarci aperture inattese e speranze di cambiamento. Sta a noi impegnarci nell’oggi per ottenere la nostra felicità.