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Mese: Marzo 2011

Il Grande Carnevale

Il Grande Carnevale

Ho sempre più difficoltà a commentare i fatti della nostra politica, senza provare un forte senso di disgusto, rabbia, vergogna e stanchezza. Incapaci di pianificare alcunchè, viviamo come dentro un grande carnevale mediatico [il riferimento al capolavoro di Billy Wilder non è puramente casuale] in cui tutto è emergenza e tutto si strumentalizza. La grave crisi di Lampedusa in cui migliaia di migranti si trovano come animali ammassati l’uno sull’altro, ottiene da un lato la volgare risposta di Bossi “fuori dalle balle” e dall’altra la demogagica e cialtronesca trovata di berlusconi di candidare l’isola siciliana al Nobel per la Pace. La televisione è sempre più al centro del discorso politico. Si prova – fortunatamente senza al momento riuscirvi – ad imbavagliare le trasmissioni di approndimento politico ancora libere in vista delle prossime elezioni, si licenzia Masi perchè incapace di far chiudere Annozero, si specula persino sul sisma dell’Aquila, inventandosi una finta terremotata che a Forum ringrazia in diretta il Governo per quanto fatto dopo la catastrofe, si trasforma infine la presenza del Cavaliere al Palazzo di Giustizia in una furba mossa propagandistica da reiterare sui TG di regime per provare al popolino che lui ai processi ci và.

Tutto questo mentre il premier accelera senza la minima vergogna – nonostante le assicurazioni che non si sarebbe più ricorso a leggi ad personam – al fine di far approvare in tempi brevissimi la prescrizione breve, che oltre a presentare tratti di dubbia costituzionalità mette incidentalmente a rischio migliaia di processi.

Addio alla Gatta

Addio alla Gatta

Con Elizabeth Taylor se ne va l’ultima grande Stella di Hollywood. Una donna dalla bellezza siderale ed un’attrice di sensibile e straordinario talento drammatico. Vinse due Oscar, nel 1961 con Venere in Visone e nel 1967 con Chi Ha Paura di Virginia Woolf, e fu spesso protagonista a fianco dei divi dell’Actor Studio. La si può infatti ammirare accanto a Montgomery Clift in Un posto al sole [1951], L’ Albero della Vita [1957] e Improvvisamente l’Estate Scorsa [1959], a James Dean ne Il Gigante [1955], a Paul Newman ne La gatta sul tetto che scotta [1958], ed insieme a Marlon Brando in Riflessi in un occhio d’oro [1967]. Con i primi due, affascinanti, bravi e tormentatissimi, strinse un rapporto di forte amicizia. Peraltro fu lei a salvare la vita a Clift, vittima di  un terribile incidente automobilistico al rientro da una festa nella villa della diva.

La vita personale –  per moltissimi anni sotto i riflettori dei media – fu rocambolesca ed inquieta, con problemi di alcolismo e di salute, matrimoni a raffica, scandali, glamour ed impegno nel sociale. Diventò un’icona, tanto che la ritrasse Andy Warhol, come con Elvis Presley, Marilyn Monroe, Mao Tse Tung e John Kennedy. Successe nel 1963, anno in cui l’attrice con Cleopatra  fu la prima diva a guadagnare un milione di dollari per un film. Il quadro è stato battuto all’asta solo  qualche mese fa per 6.7 milioni di sterline [circa 9 milioni di euro], segno inequivocabile che oggi ci lascia molto di più che un interprete di successo.

Di leggi ad personam e claque in aula

Di leggi ad personam e claque in aula

Cosa c’è di più efficace di una guerra per distrarre l’opinione pubblica dalle misere questioni interne al nostro Governo? E si sa che in Italia quando si parla di questioni interne al Governo in realtà ci si riferisce ai tentativi del Premier di sfuggire ai procedimenti penali che lo riguardano. Ecco allora che ieri, in piena operazione “Odissea all’alba“, la Commissione Giustizia della Camera ha approvato la norma taglia-prescrizione per gli incensurati. L’emendamento, cucito con precisione sartoriale sulle esigenze processuali di berlusconi dall’onorevole [sic!] Maurizio Paniz, se approvato in modo definitivo fisserà la prescrizione del Processo Mills fra 3 mesi, invece che a febbraio dell’anno prossimo, con le logiche conseguenze che tutti possono immaginare.

Coincidenza vuole che il Processo Mills sia ripreso proprio due giorni fa, con la gustosa novità della presenza di  un gruppetto di sostenitori del PdL, in aula per applaudire gli avvocati del Premier. Così Michele Serra sull’accaduto: «L’Italia è un paese immerso nello show da parecchi anni, ma la scena che si è vista ieri al tribunale di Milano era ancora inedita: la claque in un aula di giustizia. […] Tifosi organizzati, con volti e linguaggio da studio televisivo del pomeriggio, hanno pensato che il processo fosse un ottima occasione per dare corpo, sia pure in miniatura, al loro amore per “Silvio”. L’idea di totale incongruenza politico-giuridica che eruttava dalle parole e dal comportamento dei Silvio-boys [and girls] rimanda direttamente allo sfascio strutturale del discorso pubblico di questo Paese, affidato alle viscere, ai moti affettuosi e/o ringhiosi, alle affermazioni più rudimentali [“io sto con lui qualunque cosa abbia fatto”, “lasciatelo lavorare”, “smettetela di prendervela con lui”]»Questo è il Paese che ci ritroviamo dopo un ventennio di berlusconismo. Su queste macerie toccherà lavorare per anni, al fine di riportare l’Italia sui livelli degli altri Stati democratici del mondo.

A pensar male si fa peccato

A pensar male si fa peccato

…ma quasi sempre ci si azzecca, diceva Andreotti. Certo, è difficile sostenere che l’intervento militare occidentale in Libia sia in linea di principio sbagliato, però non si può non stigmatizzare l’evidente natura doppiopesista della risoluzione delle Nazioni Unite con cui si legittima l’utilizzo della forza, al fine di imporre una no fly zone sui cieli libici. Viene infatti da chiedersi perchè in Cecenia, in Darfur, in Ruanda o in Tibet – teatri di gravissime crisi internazionali in cui qualsiasi dissenso è stato regolarmente soffocato nel sangue – si è invece dimostrata un’assoluta indifferenza. Vuoi vedere allora che dietro alla decisione dell’ONU, fortemente voluta da Francia e Stati Uniti [ma ad Obama non è appena stato dato il Nobel per la Pace?], non c’è tanto la preoccupazione per i ribelli massacrati dall’aviazione libica, quanto piuttosto le mire sui giacimenti di petrolio e di gas di Gheddafi?

Quanto al Governo Italiano, sorprende l’imprudenza con cui si è schierato a fianco degli alleati interventisti, senza minimamente considerare le ragioni di chi, come la Germania, si è opposta all’operazione. Forse, vista la posizione particolare che l’Italia aveva assunto in questi anni nei confronti del Rais, sarebbe stato auspicabile tentare perlomeno la carta della mediazione. Certamente si resta ammutoliti dal fatto che il nostro Paese sia passato dalla più totale sottomissione al Governo Libico [firma del trattato di amicizia e baciamano compresi] al protagonismo in prima fila, che ha trasformato quella che fino a ieri era una guerra civile interna alla Libia, tra le forze ribelli e i sostenitori di Gheddafi, in una pericolosa guerra globale, vista in modo molto critico anche dalla Lega Araba.

Nucleare? No grazie!

Nucleare? No grazie!

La decisione italiana di andare avanti col nucleare dà la misura esatta della cieca ottusità di questa maggioranza, laddove invece in Paesi come la Germania, la Svizzera o la Francia – ma non solo – si è saggiamente deciso di frenare, sulla scorta dell’immane tragedia giapponese. Lo scorso lunedì il Ministro per l’Ambiente [sic!] Prestigiacomo si è spinta persino a parlare di  «sciacallaggio politico» e di «macabra speculazione», riferendosi a coloro che in questi giorni nel nostro Paese hanno chiesto al Governo un ripensamento sulla scelta nucleare.

Ancora una volta si deve segnalare il grande malcostume tutto italiano di fare di questi temi terreno politico, mentre ciò che in un modo o nel’altro ha impatto sulla salute e sull’ambiente dovrebbe essere considerato secondo una prospettiva diversa da quella dettata da cinici giochi di partito. Solo il mese scorso con il Decreto Romani il Governo aveva deciso, fra mille polemiche, la sospensione degli incentivi alle energie rinnovabili, impedendo di fatto la realizzazione di impianti fotovoltaici ed eolici, ed oggi – per evitare di perdere la faccia e per non andar contro gli interessi economici in ballo – preferisce affermare, come ha fatto l’onorevole [sic!!] Cicchitto, che «la posizione del governo italiano sul nucleare rimane quella che è, non è che si può cambiare idea ogni minuto». Tuttavia, in previsione del referendum del 12 giugno, questa posizione intransigente si smorzerà, nel tentativo – sempre strumentale – di non consegnare all’opposizione un motivo in più di presa presso la pubblica opinione, sempre più contraria alla costruzione di centrali nucleari sul territorio nazionale. L’obiettivo finale della maggioranza è quello di salvare almeno gli altri due quesiti referendari [legittimo impedimento e privatizzazione dell’acqua], evitando che si raggiunga il quorum necessario, traguardo che ora – sulla spinta psicologica dell’emergenza nucleare in Giappone – diventa decisamente più vicino.

Viva l’Italia. L’Italia tutta intera.

Viva l’Italia. L’Italia tutta intera.

Mancano due giorni ai festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Occasione fin troppo ghiotta perchè la il partito di Bossi non la sfrutti al fine di dimostrare l’ottusità del proprio messaggio politico e l’enorme contraddizione insita nel suo essere forza di Governo. Stamattina a Milano i consiglieri regionali lombardi del Carroccio non hanno partecipato all’esecuzione dell’Inno di Mameli che ha aperto la seduta dell’assemblea del Consiglio Regionale. In aula,  per rispetto del ruolo istituzionale, era presente solo il presidente Davide Boni, il quale ha però parlato di «livello di demagogia senza precedenti, anche perche’ il sentimento di appartenenza all’Italia non avviene per imposizione». Ora – a parte che un leghista che si lamenta per la troppa demagogia equivale a Gheddafi che disapprova la tirannia – ma come si fa a non mettere in evidenza l’ennesimo spregio al Paese e al presidente Napolitano, che nelle stesse ore sta celebrando l’Unità Nazionale ed il valore della Costituzione?

Questa volta persino l’alleato stigmatizza il vergognoso comportamento leghista, sostenendo – nella persona del coordinatore provinciale del PdL – che «chi non rende onore alla propria bandiera, al proprio inno e alla patria non può che essere definito vigliacco e la sua esistenza meschina. Migliaia di lombardi si sono sacrificati, dalle guerre risorgimentali fino alle battaglie sul Carso e sul Piave. Chi disonora il sangue dei propri avi, patrioti che si sono immolati per sconfiggere il nemico asburgico, è un traditore e un vigliacco». Al di là di tutto resta la gigantesca anomalia, davvero unica al mondo, di un partito che governa un Paese che non riconosce. Ennesima riprova, se mai ce ne fosse ancora bisogno, del populismo, dell’opportunismo e dello squallore assoluti, rappresentati da questa maggioranza.

Lo specchio per le allodole

Lo specchio per le allodole

E’ finalmente chiara la strategia che berlusconi e i suoi hanno approntato per uscire politicamente illesi dai processi che attendono il premier. Tramonatata l’idea di adottare l’ennesima legge ad personam, per via della crescente indignazione di una larga fetta della pubblica opinione [del resto Ghedini l’ha affermato pubblicamente: «sarebbe un autogol» riferendosi alla proposta di legge sulla prescrizione breve presentata da un deputato del PdL], si punta tutto sulla riforma costituzionale della giustizia.

Una riforma epocale, come ha annunciato ieri il Presidente del Consiglio, che però difficilmente vedrà mai la luce, se non in tempi lunghissimi e con tutte le incognite che può presentare un’approvazione via referendum, vista l’impossibilità di raggiungere una maggioranza qualificata in Parlamento. Ecco quindi che il senso di quest’ipotetica riforma sta nell’uso che il premier ne farà di specchio per le allodole, nell’eventualità di una sua condanna. In quel momento infatti gli sarà fin troppo facile convincere il suo elettorato [che per una buona parte non brilla certo per intelligenza o cultura] d’essere vittima [ruolo berlusconiano per eccellenza] di una ritorsione da parte dei magistrati, colpiti nei propri interessi dalla formidabile e lungimirante riforma posta in essere dal suo Governo. Tutto ciò naturalmente senza neppure considerare la minuscola anomalia di una revisione del sistema giudiziario attuata da un pluri imputato! Nel resto del mondo sarebbe una barzelletta. In Italia è l’arrogante realtà.

Oscar 2011 – parte seconda

Oscar 2011 – parte seconda

Il Grinta di Joel e Ethan Coen: I fratelli Coen si accostano con rispetto all’epopea western senza stravolgere i topoi del genere. Il film è crepuscolare, condito dal loro tipico umorismo e permeato con toni da favola nera. In questo senso il rimando non è solo alla pellicola omonima del 1969 con John Wayne, ma anche a La morte corre sul fiume di Charles Laughton. La storia è quella di una cocciuta ed arguta quattordicenne che assolda uno sceriffo, ormai anziano e dedito all’alcol, per trovare l’assassino del padre. Jeff Bridges interpreta magnificamente Reuben Cogburn, detto da tutti il Grinta, stella sul petto e una vistosa benda sull’occhio, cinico e disilluso assassino per conto della legge, anarchico e burbero, archetipo degli ultimi eroi virili di un’epoca che sta per teminare. «Il tempo ci sfugge» è l’ultima disincantata battuta che i Coen consegnano alla ragazzina diventata donna, che – molti anni dopo, nello splendido finale – va alla ricerca di chi l’ha aiutata a vendicare la scomparsa del padre, per scoprire che è morto dopo una passerella nel circo di Buffalo Bill. Il west selvaggio, implacabile ed affascinante non esiste più, al suo posto restano solo degli invecchiati protagonisti di un spettacolo itinerante, parodia di ciò che furono una volta. Un lavoro impeccabile questo dei fratelli Coen, personale e classico allo stesso tempo, che in breve tempo è diventato il loro film più di successo. The Fighter di David O. Russel: Ispirato alla vera storia di due fratelli di Boston, il maggiore, ex grande promessa del pugilato caduto in disgrazia a causa della sua tossicodipendenza, aiuterà l’altro a combattere per il titolo mondiale dei pesi leggeri. Storia di disagio e riscatto sociale attraverso la boxe, non certo originale, ma sostenuta da un cast superlativo che rende il film molto più efficace quando ritrae le dinamiche familiari che si sviluppano intorno ai due protagonisti, rispetto ai momenti in cui l’azione si sposta sul ring. Una pellicola sicuramente robusta, dall’impianto classico che riesce a mantenersi interessante pur senza particolari guizzi. 127 Ore di Danny Boyle: La storia è quella vera di un alpinista rimasto intrappolato per cinque giorni in un canyon dello Utah. Nonostante l’estrema drammaticità, la vicenda non è certamente facile da raccontare, considerata la staticità di fondo e la carenza di sviluppi e snodi narrativi. Danny Boyle, già autore di Trainspotting e The Millionaire, prova a superare l’empasse con una regia fatta di montaggio serrato, colori accesi, musiche rock, ed artifizi visivi che alla lunga però risultano ridondanti ed invasivi, mentre il personaggio principale – per quanto ben interpetato da un volenteroso James Franco – rimane troppo poco caratterizzato per essere empatico e provocare un reale coinvolgimento da parte del pubblico. Resta la sensazione di un film pretenzioso e povero di autentiche emozioni.

Anche quest’anno la giuria non ha avuto il coraggio necessario e ha finito per premiare un film dignitoso ma innocuo come Il discorso del Re, che non possiede nè l’acuta analisi delle contraddizioni della società contemporanea di The Social Network, nè tantomeno la formidabile riflessione metacinematografica di Inception. Dispiace che a fronte di 10 nominations il film dei fratelli Coen non abbia conquistato alcun premio. Avrebbe certo meritato Jeff Bridges che nei panni del Grinta fornisce una prova semplicemente maestosa. Bravissimo anche Colin Firth, ma pure in questo caso appare troppo facile e scontata la scelta di premiare l’interpretazione di un personaggio affetto da una qualche disabilità [si pensi – solo per fare qualche esempio – all’ Al Pacino di Profumo di Donna, al Tom Hanks di Forrest Gump, al Dustin Hoffman di Rain Man, al Daniel Day Lewis de Il Mio Piede Sinistro, o al Jon Voight di Tornando a Casa]. Legittimo il premio a Christian Bale che in The Fighter dimostra nuovamente un grande talento ed una eccezionale capacità di modellare il proprio corpo in funzione del personaggio interpretato.

Storie di ordinaria follia

Storie di ordinaria follia

Ha ragione Maurizio Crozza: berlusconi che al congresso dei Cristiano riformisti si richiama ai valori della famiglia è un pò come Hannibal Lecter che parla di verdura ad un congresso di vegetariani. Un Presidente del Consiglio che proprio per il suo ruolo dovrebbe rappresentare lo Stato e gli interessi della collettività, e invece si scaglia contro la scuola pubblica che andrebbe protetta e qualificata proprio dal suo Governo è uno show allucinante che può avvenire solo da noi. Lo ripeto per l’ennesima volta: qui si vive come dentro un grottesco burlesque, mentre nei paesi civili come la Germania, il Ministro della Difesa – spinto dalle violentissime critiche dell’opinone pubblica – si dimette per aver copiato la propria tesi di dottorato in giurisprudenza.

In questa misera italietta viceversa si preferisce spegnere qualsiasi voce libera, dissonante e critica rispetto alle posizioni del Governo. L’idea del Pdl di affidare a settimane alterne gli spazi televisivi del martedì e del giovedì a conduttori di differente orientamento politico è, così come è stata formulata, semplicemente agghiacciante! Ma Bruno Vespa? Ma Gianluigi Paragone? Ma soprattutto: 5 dei 6 telegiornali? Anche perchè si sa che le opinioni politiche si formano non tanto attraverso i talk show, il cui pubblico è prevalentemente di cultura superiore e con un’idea già orientata, quanto piuttosto attraverso i telegiornali che si rivolgono ad un audience meno preparata e più influenzabile. La deputata del Fli, Flavia Perina ben descrive l’iniziativa della maggioranza: «Il problema è che il bilancino utilizzato per misurare l’equilibrio nel sistema televisivo si applica solo a quegli spazi dell`informazione Rai dove non domina la retorica governativa, ma trova spazio anche la polemica anti-governativa. Ed è quantomeno ridicolo, per non dire inquietante, che nell`informazione tv, controllata come non mai da Berlusconi, sia sul versante pubblico sia su quello privato, si vadano a cercare ‘sacche di opposizione’ da normalizzare».