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Mese: Gennaio 2011

Un assurdo burlesque

Un assurdo burlesque

«Non siamo più – da tempo – dei sani che si occupano di un malato. Siamo parte di quella malattia, in quanto suoi elettori o in quanto suoi incapaci oppositori, in quanto conduttori televisivi e in quanto pubblico, in quanto sessanta milioni di italiani inchiodati allo spettacolo folle [sì: folle] di un singolo individuo che monopolizza i pensieri, i progetti, le angosce di un paese intero». Così scrive qualche giorno fa Michele Serra. E’ davvero un assurdo burlesque quello che ha portato una sola persona a possedere di fatto una nazione nel suo insieme, popolazione compresa. Citando Nanni Moretti, è legittimo sostenere che berlusconi sarà ricordato come colui che ha cambiato la testa degli italiani. Non siamo più quella gente che in un’esplosione di indignazione costrinse Craxi a fuggire in Tunisia nel 1993. Ora siamo soltanto i rassegnati figuranti di uno spettacolo di ordinaria follia.

Uno spettacolo in cui il premier sta portando l’assalto finale ad ogni suo avversario. La televisione libera viene aggredita da deliranti telefonate dello stesso berlusconi o del suo zelante servitore Masi [il quale riesce nella ridicola impresa di sostenere che Annozero viola le regole del Codice di autoregolamentazione, salvo correggersi dopo due soli minuti utilizzando il condizionale]. Altrettanto grotteschi e al tempo stesso barbari sono gli attacchi a Fini e alla Boccassini. Una disgustosa macchina del fango montata a beneficio dell’elettorato del PdL, sempre più turbato dall’ennesimo scandalo che coinvolge il Presidente del Consiglio. La crisi del berlusconismo fa precipitare l’Italia in una condizione di scontro istituzionale senza precedenti. Il senso di responsabilità non esiste più: poco importa se il Paese è allo sbando, con gravissimi problemi che attendono da mesi d’essere affrontati. Ancora meno interessa se il nostro sistema democratico sta per collassare. La legislatura si avvia alla fine. Una fine terribile a cui tutte le forze responsabili saranno chiamate a rispondere con fermezza.

Il metodo Santanchè

Il metodo Santanchè

Giovedi sera ho assistito agghiacciato allo “show” di Daniela Santanchè ad Annozero. L’arroganza, la violenza, ma anche l’ignoranza, l’ottusità, il patetismo con cui ha polemizzato con tutti, nel tentativo di difendere il suo padrone delle gravi accuse che gli sono piovute addosso in questi giorni, ha qualcosa che mi ha ricordato da vicino il fascismo. In questo momento la Santanchè impersonifica meglio di altri la rabbia cieca di questa destra che si sente stretta all’angolo da quanti nel Paese sono ancora in grado di pensare con la propria testa. La cifra stilistica [se così si può dire] è quella già collaudata dal cosidetto Metodo Boffo, ossia quella del tutti colpevoli nessun colpevole: altrimenti chiamata la fenomenologia del “siccome siamo tutti dei maiali, è giusto che ci governi il più porco di tutti”. Ecco allora che – secondo il Santanchè pensiero – a berlusconi sta succedendo esattamente la stessa cosa che succederebbe ad ognuno di noi se fosse controllato continuamente [sic], ecco ancora Fini, anche lui reo di essersi accompagnato ad una prostituta, dopo – naturalmente – aver condiviso con Scajola alcuni problemi legati al mercato immobiliare! Un offensiva furiosa, condotta con la bava alla bocca, che considera semplicemente inammissibile qualsiasi riflessione critica sull’operato del premier e del Governo in genere, e che mira a zittire con tutti i mezzi ogni voce fuori dal coro.

Una volgare tracotanza che la Santanchè ha purtroppo in comune non solo con il resto del suo partito [basti leggere la lettera che Emilio Fede indirizza a Gad Lerner [dopo che un articolo di quest’ultimo lo ha messo in cattiva luce], ma anche con molti dei suoi sostenitori. Berlusconi ama frequentare giovani escort? Invece di ripondere nel merito, molto meglio tirare in ballo il caso di un magistrato sorpreso a far sesso con un ragazzino nel bagno di un cinema, o la più nota vicenda di Marrazzo a casa con un travestito. Come se tutto ciò rendesse il Cavaliere meno colpevole. Come se qualcuno, colto nell’atto di rubare, potesse essere scagionato semplicemente perchè “così fan tutti”.

Hereafter

Hereafter

Ci sono film che ci colpiscono in tempo reale, ce ne sono altri che sedimentano e fioriscono dentro. Hereafter appartiene a questa seconda categoria. Clint Eastwood torna ad occuparsi di sentimenti, e lo fa trattando il difficile e spinoso tema dell’aldilà. Un operaio americano con doti da sensitivo, una giornalista francese  morta per qualche istante durante lo Tsunami, ed un ragazzino londinese che ha perso il gemello in un incidente sono protagonisti di tre storie distinte, ognuna delle quali ha che vedere con la solitudine, il dolore, la perdita, e la ricerca di un senso per questa vita. Tre esperienze destinate ad intrecciarsi nel finale ed in quel momento a trovare una soluzione ai sensi di colpa, alle frustrazioni, ai tormenti che le hanno accompagnate sino ad allora. Un epilogo poetico e toccante che ricompone le tessere di un mosaico infine intero ed aperto alla possibilità e alla speranza.

Hereafter è una pellicola al tempo stesso intimista ed universale che tratta con grande misura ma con estrema intensità un argomento che in mani altrui sarebbe diventato uno dei tanti film di genere, sospeso fra il patetismo ed il paranormale. Invece il regista 80enne si in accosta in modo delicato e laico ai temi trattati, guardandosi bene dal fornire delle risposte, ma concentrandosi piuttosto sulle emozioni profonde dei personaggi a cui resta sempre vicino. La sceneggiatura, ricca di risvolti, poggia su un impianto decisamente classico nella scansione del ritmo narrativo. Il cast, su cui svetta un Matt Damon mai così bravo, è efficace. Il risultato è una riflessione – insieme semplice ed altissima – sul rapporto fra vita e morte, ma soprattutto fra passato, presente e futuro [non a caso lo script presenta diversi riferimenti a Charles Dickens] e sull’importanza dell’amore come centro attorno cui ruotare il “qui ed ora” non più condizionato dal passato e finalmente privo di paure per il domani.

Il privato è pubblico

Il privato è pubblico

In Italia ci si è dimenticati che esiste un decoro delle istituzioni a cui sono chiamati a rispondere i nostri rappresentanti, che – in quanto tali – hanno il dovere di tenere comportamenti irreprensibili sotto ogni punto di vista. Pertanto per gli uomini di Stato non può e non deve esistere un distinguo fra abitudini private e sfera pubblica. I cittadini hanno il diritto di sapere se chi hanno votato è una persona proba, oppure è coinvolto in situazioni eticamente deplorevoli che lo mettano, perdipiù, nella posizione d’essere ricattabile. Un Presidente del Consiglio raffigura l’immagine del proprio Paese nel mondo e quindi la sua persona deve costituire un punto di riferimento ed un modello. Ciò che sta emergendo in queste ore fornisce del premier un ritratto desolante e completamente incompatibile col suo ruolo istituzionale, anche se non si configurasse alcun reato.

Inoltre: come può un uomo governare un Paese quando non è neppure in grado di governare i propri istinti? Come si può pensare che i suoi comportamenti personali non abbiano ricadute dirette in ambito politico e quindi pubblico? Mi riferisco sia ai danni devastanti alla credibilità internazionale dell’Italia, sia alla capacità di risolvere i problemi e le emergenze nazionali da parte di chi ormai è impegnato unicamente a difendere la propria indifendibile posizione. Come ricorda il Financial Times, il più influente quotidiano economico-finanziario d’Europa, «In Italia un giovane su quattro è disoccupato, la crescita economica è debole, gli investimenti stranieri declinano, il debito ha raggiunto i 1.800 miliardi di euro, il cancro della criminalità organizzata andrebbe rimosso e la lista potrebbe continuare. Ma invece di soluzioni a questi problemi, gli italiani rischiano di assistere a un’altra puntata di Berlusconi VS Magistratura». Ecco perchè il quotidiano britannico parla di «profonda vergogna per l’Italia».

La pistola fumante

La pistola fumante

Concussione ed utilizzo della prostituzione minorile. Su questi due reati, che persino in questa Repubblica delle Banane sono serissimi, specie per un Presidente del Consiglio, si apre l’ultimo capitolo del ventennio berlusconiano. L’uomo che ha fondato il proprio enorme impero economico sulla corruzione e che ha logorato un intero Paese modellando il senso comune sugli istinti più bassi e rozzi della società, l’uomo che ha costruito il suo potere sulla manipolazione costante della realtà e sull’appoggio di un partito – la Lega Nord – che teorizza e pratica la discriminazione ed il razzismo, deve ora affrontare la triste parabola conclusiva del suo percorso. Siamo, come sostiene Nichi Vendola, al momento della «caduta degli dei. Peccato, però, che la colonna sonora non sia di Wagner ma di Apicella». Un premier malato e, secondo le parole della stessa Ruby,«solo ed infelice», il quale – mentre il resto del mondo ci deride ed il Paese si dibatte in una rovinosa crisi ecomonica, con studenti in rivolta nelle piazze ed operai costretti a scegliere fra un lavoro senza dignità e la disoccupazione –   rischia   di finire a processo con “rito immediato”. Rito che solitamente una Procura richiede quando le prove in suo possesso sono schiaccianti.

Sta proprio qui la novità di questa ennesima disavventura giudiziaria di berlusconi: nel fatto che la Magistratura, per la prima volta, abbia fra le mani una pistola fumante. Ossia una quantità di prove documentali inconfutabili, tali da non lasciare spazio a posizioni innocentiste e rendere impossibile contestare l’evidenza dei fatti persino ai berlusconiani più convinti.

L’impedimento dogmatico

L’impedimento dogmatico

Come molti [ma non tutti] sanno, in Italia c’è un’imputato per corruzione giudiziaria, falso in bilancio e frode fiscale che ha semplicemente deciso d’essere – lui solo – al di sopra della legge. Pur ricoprendo un importantissimo ruolo istituzionale, non soltanto ha scelto di non dimettersi e di non rispondere delle accuse che gli vengono mosse, ma – sfruttando la propria posizione di potere – ha imposto la promulgazione di leggi incostituzionali che gli consentissero di evitare i processi in questione. Di pari passo ha promosso una crociata di deligittimazioni e minacce ai magistrati, alla Consulta, al Presidente della Repubblica, alla libera informazione e a chiunque osasse criticare il suo operato.

Giovedi la Corte Costituzionale sarà chiamata a giudicare sull’effettiva ammissibilità del legittimo impedimento che fino ad oggi ha messo al riparo questo signore dalle sue responsabilità. «Sono totalmente indifferente al fatto che ci possa essere un fermo o meno dei processi, che considero ridicoli, su fatti per i quali ho avuto modo di garantire che sono inesistenti, giurando sui miei figli e sui miei nipoti», ha recentemente dichiarato, e tanto deve bastare a tutti trattandosi del nostro Presidente del Consiglio, un uomo che – essendo consacrato dal voto popolare ed unto dal Signore – si pone dogmaticamente al di là di ogni sospetto. Se il risultato non sarà quello da lui auspicato, ha già promesso una controriforma che piegherà la magistratura al potere dell’esecutivo. Sui quotidiani impazzano le previsioni riguardo gli scenari che potrebbero configurarsi a seguito della sentenza. Sullo sfondo un Paese in cui la democrazia viene svuotata di ogni reale significato, a beneficio di un potere arrogante e mafioso, il cui unico obiettivo è quello di preservare se stesso.

Il 2010 al Cinema

Il 2010 al Cinema

Questa stagione ci ha regalato due capolavori che curiosamente presentano più di un aspetto in comune. Entrambi hanno come protagonista Leonardo Di Caprio ed entrambi condividono la stessa straordinaria capacità di indagare sul rapporto fra realtà e sogno. Ognuno a modo proprio, Christopher Nolan con Inception e Martin Scorsese con Shutter Island, si muovono sul terreno incerto e confuso che separa la verità dall’immaginazione, riuscendo – cosa non più così comune nel cinema americano degli ultimi anni – a sposare autorialità ad intrattenimento. Al terzo e al quarto posto della mia personale top five dei film usciti nel 2010 si trova un’altra coppia di pellicole dirette – anche questa volta – da un regista della vecchia generazione e da uno della nuova. Roman Polanski con Un uomo nell’ombra firma un thriller solidissimo come pochi negli ultimi decenni, dalle atmosfere cupe ed opprimenti, in cui lo smarrimento dell’uomo comune di fronte ad un intrigo internazionale rimanda al miglior Hitchcock. David Fincher realizza The social network, una poderosa storia di solitudine e rivalsa tra le pieghe del più importante fenomeno di costume di questi ultimi anni. Non fa neppure più notizia l’ennesimo gioiello in casa Pixar, che anche quest’anno con Toy Story 3 propone la magia di una storia che sa parlare al cuore di tutti, grandi e piccini.

Il 2010 è stato un anno orribile per le tante morti che hanno colpito il mondo del cinema. Quel che restava della commedia all’italiana è stato falciato via: Mario Monicelli, i grandi sceneggiatori Furio Scarpelli e Suso Cecchi d’Amico, il produttore Dino de Laurentiis ed il “solito ignoto” Tiberio Murgia. Sono morti i due registi francesi Eric Rohmer e Claude Chabrol. In America ci hanno lasciato Dennis Hopper, Tony Curtis, Jill Clayburgh, Leslie Nielsen, Tom Bosley e i registi Arthur Penn e Blake Edwards. Per non parlare di Raimondo Vianello e Sandra Mondaini che, pur avendo solo sfiorato il cinema, sono da considerarsi due pietre miliari del mondo dello spettacolo italiano.