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Mese: Novembre 2010

Un eroe dei nostri tempi

Un eroe dei nostri tempi

Mario Monicelli è la Commedia all’Italiana. Ne costituisce il suo inizio con quei due capolavori che sono I soliti ignoti e La Grande Guerra, rispettivamente del 1958 e del 1959 e ne segna la fine nel 1977 con l’immenso Un borghese piccolo piccolo. Prima, durante e dopo, tanti film indimenticabili, di straordinaria fattura, impreziositi da sceneggiature curatissime e da una precisa analisi della quotidianità dell’uomo medio. Un lunghissimo racconto caratterizzato da uno sguardo acuto e disincantato, che traspone sul grande schermo quell’amara ironia che è il vero filo rosso che attraversa ed unisce tutta l’opera del regista viareggino. Il tratto più rilevante della personalità di Monicelli sta proprio nel contrappunto che si pone tra una puntuale attenzione sociologica ed una vena comica travolgente. Irrispettoso di ogni conformismo e di ogni retorica, è sempre riuscito a cogliere con allegra ferocia o con umana comprensione vizi e vezzi del nostro Paese, regalando ai più grandi attori italiani i loro ruoli migliori.

Si è spento ieri a 95 anni, scegliendo di andare deliberatamente incontro alla morte, un pò come Sordi e Gassman nel film più bello della storia del Cinema Italiano, perchè l’idea di libertà è più grande della vita stessa.

La convergenza fra mafia e politica

La convergenza fra mafia e politica

Oggi Barbara Spinelli ha scritto un illuminante articolo dal titolo: L’osceno normalizzato, in cui fra l’altro si afferma: «Ci fu un tempo, non lontano, in cui era vero scandalo, per un politico, dare a un uomo di mafia il bacio della complicità. Il solo sospetto frenò l’ascesa al Quirinale di Andreotti. Quel sospetto brucia, dopo anni, e anche se non è provato ha aperto uno spiraglio sulla verità di un lungo sodalizio con la Cupola. Chi legga oggi le motivazioni della condanna in secondo grado di Dell’Utri avrà una strana impressione: lo scandalo è divenuto normalità, il tremendo s’è fatto banale e scuote poco gli animi. Nella villa di Arcore e negli uffici di Edilnord che Berlusconi – futuro Premier – aveva a Milano, entravano e uscivano con massima disinvoltura Stefano Bontate, Gaetano Cinà, Mimmo Teresi, Vittorio Mangano, mafiosi di primo piano: per quasi vent’anni, almeno fino al ’92. Dell’Utri, suo braccio destro, era non solo il garante di tutti costoro ma il luogotenente-ambasciatore. Fu nell’incontro a Milano della primavera ’74 che venne deciso di mandare ad Arcore Mangano: che dovremmo smettere di chiamare stalliere perché fu il custode mafioso e il ricattatore del Cavaliere. Quest’ultimo lo sapeva, se è vero che fu Bontate in persona, nel vertice milanese, a promettergli il distaccamento a Arcore d’un “uomo di garanzia”. C’è dell’osceno in questo mondo parallelo, che non è nuovo ma oggi non è più relegato fuori scena, per prudenza o gusto. Oggi, il bacio lo si dà in Parlamento, come Alessandra Mussolini che bacia Cosentino indagato per camorra».

Com’è possibile che questo Parlamento abbia negato l’autorizzazione a procedere per un personaggio come Nicola Cosentino? Com’è possibile che in Italia nessuno chieda le dimissioni del senatore Marcello Dell’Utri, amico e stretto consigliere del premier, al quale suggerì la discesa in politica? Come può essere che berlusconi ricopra il ruolo di Presidente del Consiglio senza che ancora non abbia risposto dei reati di cui è accusato dalla Magistratura? Di chi è la colpa di tutto questo? Di tutti. Naturalmente del Cavaliere prima degli altri, il quale – grazie al suo impero mediatico – è riuscito nell’impresa di promuovere una condizione sociale di indifferenza ed ignoranza, ideale brodo di coltura perchè si sviluppasse il berlusconismo. Della sinistra che non ha mai saputo [e talvolta voluto] opporsi realmente a questo stato di cose. Di una buona parte della pubblica opinione che non ha saputo [e spesso voluto] impedire la degenerazione attuale della nostra democrazia, inquinata da un sistema autocratico e corrotto. Ecco perchè concordo con la Spinelli quando scrive «Il corpo elettorale non ha autonoma dignità, ma è sprezzato nel momento stesso in cui lo si esalta: è usato, umiliato, tramutato in palo di politici infettati dalla mafia». Negli ultimi mesi però vi sono stati diversi segnali di una rinnovata presa di coscienza da parte della gente e di mutati equilibri politici. E nel giorno delle proteste dei ricercatori e degli studenti universitari e della discesa in campo di Montezemolo, forse si avvicina una nuova stagione per questo Paese martoriato.

Generazione Facebook

Generazione Facebook

Dopo Seven e Fight Club David Fincher continua con The social network la sua analisi delle contraddizioni e dei mali della società contemporanea. Il film narra la genesi e l’ascesa di Facebook, il sito di reti sociali che ha rivoluzionato le abitudini di 500 milioni di persone nel mondo e che oggi è valutato circa 25 miliardi di dollari. Una vicenda che, prendendo a prestito la frase di Balzac secondo cui Dietro ogni grande fortuna si nasconde un crimine, fornisce una versione amara ed ossessiva del sogno americano, inserendolo nel contesto della neo-classista società americana di questo primo scorcio di secolo. La paradossale storia di un ragazzo incapace di relazionarsi con amici e amori, che proprio sulle relazioni umane costruisce il più colossale business della storia moderna, fa quindi da spunto per esplorare l’era della comunicazione globale. Facebook nasce come idea anarchica e ribelle nei confronti dell’elitarismo dei college americani. Uno strumento di riscatto attraverso cui Mark Zuckerberg, il ventenne fondatore del social network, intende emanciparsi dalla propria condizione di nerd, tra rivalità, gelosie, intrighi, tradimenti e battaglie legali. Uno “stronzo per scelta” che, pur di raggiungere il suo obiettivo, fa il vuoto intorno a sè e, in una scena finale straordinaria per intensità e simbolismo, cade vittima della propria creazione cercando dalla Rete ciò che la Vita gli ha negato.

L’occhio del regista è neutrale, non giudica, non prende posizione su chi siano i buoni e i cattivi, ma racconta con grandissima efficacia le diverse verità della stessa storia. Un montaggio che scompone la linea temporale del racconto conferendo al film un ritmo incalzante, i dialoghi taglienti dovuti al talento dello sceneggiatore Aaron Sorkin, ed un cast perfetto su cui spicca il protagonista Jesse Eisenberg, sono i punti di forza di questa nuova perla nella carriera di David Fincher.

Vieni via con me

Vieni via con me

A proposito di Vieni via con me e delle diverse polemiche che in queste due settimane l’hanno accompagnato, posso dire di condividere quanto ha recentemente scritto Curzio Maltese. Trovo giusto evidenziare che «un programma che batte il Grande Fratello non soltanto con uno strepitoso Benigni, che sarebbe comprensibile, ma con don Gallo e le storie dei rom o della ‘ndrangheta dell’hinterland milanese, non è un fenomeno di costume, ma la spia di una svolta della società italiana».  In una qualche misura esiste infatti un parallelismo fra il successo senza precedenti della trasmissione di Fazio e Saviano e la crisi finale del berlusconismo, che è tale non soltanto per mere questioni di carattere politico, ma anche per motivazioni più attinenti alla sfera sociale. Inizia ad avvertirsi nel nostro Paese una sempre più marcata e diffusa insofferenza nei confronti della figura del premier, e novità di questi ultimi mesi, tale fenomeno è riconducibile anche all’elettorato di destra.

Il merito di Vieni via con me, che – come sottolinea Maltese – «a differenza di altri programmi proibiti non conduce battaglie politiche, ma sociali»,  è quello di aver «ricondotto alla platea Rai un pubblico giovane e colto che da tempo aveva abbandonato disgustato le reti pubbliche». Questo tentativo di contrapporsi all’egemonia aculturale del regime videocratico di berlusconi non poteva però non scatenare una reazione scomposta e violenta da parte di coloro che di tale regime sono i servitori, i quali – nel più puro stile berlusconiano – sono avvezzi discreditare ed aggredire chi osa muovere critiche al Governo. Ed ecco che così Roberto Saviano, reo di avere raccontato a nove milioni di telespettatori i rapporti tra mafia e politica al Nord tirando in ballo la Lega, viene inopinatamente attaccato dal Ministro dell’Interno, pur avendo fatto affermazioni risapute e confermate dalla Direzione Investigativa Antimafia. Come se non bastasse, proprio come aveva già fatto con Fini, Il Giornale – infastidito dalla popolarità trasversale dello scrittore casertano  che contrasta un potere fortemente compromesso con le organizzazioni criminali – promuove una raccolta di firme contro di lui perchè lo ritiene responsabile di una campagna denigratoria del Nord [SIC!]. Tristi colpi di coda di un sistema ormai morente, che però è ancora in grado di fare molto male.

Elezioni ad personam

Elezioni ad personam

Da molto tempo sostengo che berlusconi costituisce un grave pericolo per la democrazia. L’uomo è sempre stato disposto a tutto pur di preservare il suo potere e difendersi dai propri guai giudiziari. Persino a farsi spregio delle regole democratiche. Affermare che senza la fiducia a Montecitorio si dovrà andare ad elezioni, ma soltanto per rinnovare la Camera dei Deputati, si inserisce perfettamente in questo solco. A parte lo sgarbo istituzionale al Presidente della Repubblica che è l’unico che può decidere sullo scioglimento delle Camere, la soluzione proposta non ha precedenti nella storia della Repubblica Italiana e procurerebbe, fra l’altro, uno sfasamento temporale fra i due rami del Parlamento. Inoltre, se il voto producesse una sconfitta elettorale di berlusconi, il Paese si troverebbe con due Camere con maggioranze opposte, condannate a un lungo periodo di stallo ed inevitabilmente a nuove elezioni. Per fare un esempio recente, anche Prodinel gennaio 2008 ebbe la maggioranza alla Camera e venne sfiduciato al Senato, ma allora si sciolse comunque tutto il Parlamento.

In realtà il Caimano sa bene che difficilmente Napolitano lo seguirà in questa sua mossa, che quindi va letta nell’ottica propagandistica di chi – ancora una volta – utilizzerà il proprio impero mediatico per affrontare la campagna elettorale nei panni della vittima, solo contro tutti: i magistrati cancro della democrazia, i giudici della Corte Costituzionale di sinistra, la Costituzione bolscevica, il presidente della Repubblica che sappiamo da che parte sta, Fini l’infame traditore, i giornali che non vanno letti perchè dicono solo bugie, la RAI indecente, l’opposizione illiberale. In questo momento di preoccupante emergenza istituzionale non posso che concordare con quanti sostengono la necessità di un’alleanza di solidarietà nazionale che comprenda PD, UDC e FLI, a salvaguardia della Costituzione e della democrazia.

L’inizio della fine

L’inizio della fine

Non si può non sottolineare come il discorso di ieri di Fini sia stato frenato da un eccesso di tatticismo, dalla precisa volontà di non assumersi la paternità della crisi. Una strategia che può anche apparire ragionevole, considerata l’imponente capacità di fuoco di cui – grazie ai suoi media – può disporre il premier, ancora in grado di indirizzare a proprio piacimento una buona parte della pubblica opinione. Ma che al tempo stesso espone il Presidente della Camera al gioco di chi lancia il sasso per poi ritirare subito dopo la mano, di chi – per l’appunto – invoca le dimissioni di berlusconi, senza però votare la sfiducia al Governo. Detto questo, è  evidente che Fini rappresenta l’unica speranza di avere in questo misero Paese una destra moderna e riformista, ben distante dalle spinte populiste e plebiscitarie del premier o da quelle reazionarie e xenofobe di bossi. I temi affrontati configurano Futuro e Libertà come una grande forza moderata post-berlusconiana ed antileghista. Alcuni di questi mi stanno molto a cuore, visto che anche io li ho esposti più volte dalle pagine del mio blog.

  • «C’è una sorta di decadimento morale nella società italiana che è conseguenza della progressiva perdita di decoro di quelli che sono i comportamenti di chi è chiamato ad essere di esempio, perché se si è personaggi pubblici si è obbligati ad essere di esempio. Ho rimpianto, e credo che anche gli italiani lo abbiamo, del rigore, dello stile, del comportamento di uomini come Moro, Berlinguer, Almirante, La Malfa: la prima Repubblica era anche in queste personalità che non si sarebbero mai permesse di trovare ridicole giustificazioni a ciò che non può essere giustificato».
  • «Si devono mettere in campo politiche di ripresa. Non si può liquidare tutto parlando di assurde congiure o che c’è il governo del fare. Mi sembra che a volte questo governo del fare sia il governo del fare finta che tutto vada bene senza tenere conto dei problemi della società».
  • «Meglio leggerli i giornali anche se non parlano bene di te. Meglio quelli che certi telegiornali che sembrano arrivare da epoche di regimi in cui giravano le veline».
  • «Rispettare la persona vuol dire che non si possono distinguere bianchi e neri, cristiani, musulmani e ebrei, uomini e donne, etero e omosessuali, cittadini italiani o stranieri. La persona è al centro dell’azione di qualsiasi cultura politica che voglia creare i presupposti per armonia».
  • «Non c’e’ alcun movimento politico in Europa, sui temi dei diritti civili e della cittadinanza, cosi’ arretrato culturalmente come mi sembra quello del Pdl che va a rimorchio della peggiore cultura Leghista».
  • «C’è la necessità di un’altra politica, di superare la fase o si sta di qua o di là. Non è possibile che ogni volta che si parli di cercare momenti condivisi il tutto viene bollato come sinonimo del peggiore inciucio o di truffa agli elettori. Finita la campagna elettorale l’altra coalizione non può rimanere il nemico da combattere con un eccesso di propaganda e deficit di politica».
  • «Non sarà accolto con soddisfazione quello che dico, ma se si dice che bisogna rispettare lo scettro nelle mani del popolo allora non c’è patto di legislatura se non si ha coraggio di cancellare una legge elettorale che è una vergogna».
La satira diventa cronaca

La satira diventa cronaca

Da un anno e mezzo a questa parte il governo berlusconi è in caduta libera. Gli scandali si susseguono uno all’altro senza soluzione di continuità, ponendo il Paese di fronte al baratro dell’ingovernabilità: puttanopoli, la casa di Scajola, la cricca di Bertolaso, il ministero fantasma di Brancher, la P3, Ruby Rubacuori.

Le vicende di queste ultimissime settimane, a cominciare dalla bestemmia pronunziata in pubblico, per finire con l’aggressione verbale ai gay e con la puntata di ieri sera di Ballarò, dove l’onorevole Lupi si è dimostrato più snodato dell’Uomo Ragno nell’arrampicarsi su ogni specchio possibile per difendere il premier, mi hanno fatto tornare alla mente una vignetta di Stefano Disegni di due anni fa. Alla fine oggi siamo nelle condizioni di dire che la realtà dei fatti ha superato la fantasia di chi fa satira. Quando i comportamenti di un uomo pubblico e di chi continua ancora a sostenerlo [a cominciare da Bossi che liquida l’affaire della telefonata alla Questura di Milano affermando: «Silvio ha sbagliato, poteva telefonare a me o a Maroni», come a dire: il lavoro sporco non lo faccia personalmente, lo lasci pure a noi], ridimensionano la satira a cronaca, allora significa che il regime, nel tentativo di salvare se stesso, è andato ben oltre ogni livello di guardia.

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In preda alla paralisi

In preda alla paralisi

Nella Prima Repubblica esistevano le ideologie. La politica proponeva idee contrapposte che stavano alla base di uno scontro d’opinione che, per quanto aspro, si manteneva nell’ambito del rispetto e della legittimazione reciproca. La Seconda Repubblica invece si fonda su una grande mistificazione, che è  evidente a partire dal “primo discorso” di berlusconi nel gennaio del 1994: «I principi in cui noi crediamo non sono principi astrusi, non sono ideologie complicate; no, sono i valori fondamentali di tutte le grandi democrazie occidentali. Noi crediamo nella libertà, in tutte le sue forme, molteplici e vitali: libertà di pensiero e di opinione, libertà di espressione, libertà di culto, di tutti i culti, libertà di associazione; crediamo nella libertà di impresa, nella libertà di mercato, regolata da norme certe, chiare e uguali per tutti. […] C’è un pericolo per il Paese. Io credo che questa decisione noi, tutti noi, l’abbiamo assunta certo guardando ai pericoli che si venivano profilando, ma la ragione forse ci avrebbe invitato a continuare a preoccuparci del nostro particolare, della nostra famiglia, delle nostre aziende, del nostro mestiere, delle nostre professioni. Abbiamo deciso invece di dare una risposta diversa, perché abbiamo sentito che si profilava un pericolo: la possibilità che il nostro Paese fosse governato da una minoranza, da una minoranza che conosciamo bene, che ci avrebbe inflitto un futuro soffocante e illiberale». Le ideologie non esistono più. Esiste solo la libertà, messa in discussione da una parte del Paese. Si scende in politica non tanto per proprio senso civico [la politica è fatica: meglio sarebbe restare a casa o a lavoro], quanto piuttosto per fronteggiare un nemico illiberale. E’ la battaglia del bene contro il male, che non prevede un confronto fra idee politiche differenti, ma una deligittimazione di chi la pensa diversamente, fin da subito rappresentato come un nemico da abbattere. Con questa sorta di “chiamata alle armi” berlusconi maschera i reali motivi che lo hanno portato a fondare “Forza Italia”. E’ questo il peccato originale da cui ne derivano molti altri, che insieme hanno poi condotto il nostro Paese, nel corso di questi ultimi 15 anni, alle drammatiche condizioni di oggi. «L’Italia è in preda alla paralisi. Bisogna ritrovare senso della dignità e del rispetto delle istituzioni» ha dichiarato Emma Marcegaglia solo due giorni fa.

Quelle parole del 1994 costituiscono il brodo di coltura che ha sostanzialmente spaccato il Paese su un piano culturale molto prima che politico. Da una parte chi ha da subito riconosciuto e sconfessato la mistificazione berlusconiana, e dall’altra coloro che si sono lasciati ingannare o che – nella peggiore delle ipotesi – pur avendo smascherato il gioco del Cavaliere si sono identificati nella sua figura. Come del resto scrivono in queste ore sia Beppe Grillo nel suo blog: «In un qualunque altro Stato occidentale sarebbe stato condannato per Mills, non avrebbe il monopolio televisivo, sarebbe stato fatto a pezzi dalla pubblica opinione per la sua frequentazione con dei mafiosi come Mangano o condannati in secondo grado come Dell’Utri. In nessuno Stato, neppure in Libia o in Russia, sarebbe potuto diventare presidente del Consiglio. Solo l’Italia poteva permettersi uno come lo psiconano. E’ lo specchio di una parte del Paese che vorrebbe trombarsi le minorenni (e se le tromba), vorrebbe evadere il fisco (e lo evade), vorrebbe violare le leggi (e le viola)», sia Eugenio Scalfari su Repubblica: «Berlusconi possiede l’indubbia e perversa capacità di aver evocato gli istinti peggiori del paese. I vizi latenti sono emersi in superficie ed hanno inquinato l’intera società nazionale ricacciando nel fondo la nostra parte migliore. È stato messo in moto un vero e proprio processo di diseducazione di massa che dura da trent’anni avvalendosi delle moderne tecnologie della comunicazione e deturpando la mentalità delle persone e il funzionamento delle istituzioni».