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Anno: 2010

Via libera alla dittatura

Via libera alla dittatura

La vicenda del decreto salva-liste, che sarebbe più opportuno chiamare decreto salva-PDL, dato che è stato fatto su misura per le violazioni commesse nella presentazione della lista del Pdl e non di altre liste, rappresenta il momento più buio della storia di questa nostra ormai virtuale democrazia. Già molte altre volte in precedenza berlusconi aveva piegato le regole del gioco sotto il peso dei suoi interessi privati, ma mai si era spinto ad intervenire sul delicato tema delle leggi elettoriali, ossia sul principale istituto di garanzia del sistema democratico. L’obiettivo sempre più evidente è quello di distruggere il nostro sistema costituzionale, in modo da instaurare un regime semi-autoritario, sia pur ancora guidato dai partiti già al potere. Ecco il perchè delle intimidazioni e degli attacchi e – se ciò non bastasse – delle riforme per limitare l´autonomia e l´indipendenza delle istituzioni non allineate. In questo senso il Parlamento va ridotto a mero strumento di ratifica di decisioni e di accordi presi al di fuori delle sue aule. La magistratura e la Corte Costituzionale vanno deligittimate e subordinate al controllo politico. Il Presidente della Repubblica va reso inoffensivo, perchè privo dell’investitura popolare. La libera informazione va censurata e l’opinione pubblica manipolata e anestitizzata.

Purtroppo Giorgio Napolitano non ha fatto molto per opporsi a questo progetto che nei fatti altro non è che il cosiddetto Piano di Rinascita Democratica ideato da Licio Gelli ed oggi realizzato dal premier piduista berlusconi. Un Presidente della Repubblica che, come scrive Luigi De Magistris nel suo blog, «…non ha avuto problemi a promulgare leggi incostituzionali, come la vergogna del Lodo Alfano, oppure leggi in violazione del diritto comunitario, come lo scudo fiscale che introduce il riciclaggio di Stato. Un Presidente della Repubblica che, in pochi minuti, ha promulgato un decreto legge incostituzionale in materia elettorale modificando le carte in tavola, avallando il ruolo di baro del diritto assunto del Governo. In questi casi, soprattutto se l´arbitro non è imparziale, é il popolo – custode primo ed ultimo della Costituzione Repubblicana – che alza la vigilanza democratica e non permetterà – con una resistenza pacifica costituzionale – ad una oligarchia istituzionalmente golpista di stravolgere lo Stato di diritto nel nostro Paese».

Le liste e lo spregio delle regole

Le liste e lo spregio delle regole

La vicenda dell’esclusione della lista PdL a Roma sta assumendo ogni giorno che passa contorni sempre più esemplificativi del modo che questa destra illiberale ha di intendere la politica. Si è partiti con una sconcertante mancanza di professionalità da parte di chi vorrebbe candidarsi a governare una Regione, per poi finire – ancora una volta – col dimostrare l’assoluto spregio delle regole, tipico di berlusconi e i suoi. Si è parlato di far prevalere la sostanza sulla forma – dimenticando che in democrazia la forma E’ sostanza. Si è pensato a decreti legge da promulgare in grande fretta per salvare il PDL da questa farsa tragicomica. Si è montato un sistema di accuse contro la burocrazia, contro la magistratura, contro la stampa e contro gli avversari politici. Si è gridato in difesa dello Stato di Diritto. Gasparri ha affermato: «Chi usa cavilli va contro le regole della Costituzione. Polverini non puo’ essere fermata da chi ha fatto dell’odio la sua battaglia». Una reazione che è parsa tracotante persino all’elettorato di destra, visto il flop della manifestazione indetta dalla Polverini in Piazza Farnese e visto che il sondaggio pubblicato sul sito del PDL, dal tendenzioso titolo “Trovi giusto impedire agli elettori del centrodestra di votare i loro candidati per formalità burocratiche?”, è stato improvvisamente chiuso, dopo che i SI erano arrivati sino al 97%. Forse anche chi vota a destra  sta iniziando a comprendere che il “Governo del fare” in realtà non è altro che il “Governo del fare quello che gli pare”?

Ogni democrazia che si rispetti è tenuta in piedi da un sistema di regole che deve valere per tutti indinstintamente. Se si ritiene che tali norme siano inadeguate le si cambi, ma fino a quando queste esistono vanno rispettate. Nessuno può sentirsi in diritto di agire al di sopra della legge in una condizione di arrogante impunità. Se si sostiene che non conta se una firma c’è oppure no, se si arriva in tempo oppure in ritardo, se un timbro è quadrato oppure rotondo, allora occorrerà spiegare ai cittadini perchè è loro dovere pagare le tasse entro i tempi previsti, o perchè ci si deve presentare in tribunale, quando si è convocati per essere interrogati. Una casta di intoccabili che ogni volta stravolge in corsa le regole che si frappongono ai propri interessi, non può che generare una pericolosissima condizione di anarchia nel Paese.

Il coprifuoco delle idee

Il coprifuoco delle idee

Il Governo sta nuovamente tentando l’annientamento della libera informazione, da ricondurre per intero ad una velina di regime in cui le prescrizioni si trasformano per incanto in assoluzioni. Il TG1 in Italia ha sempre avuto un ruolo istituzionale vicino alle posizioni governative, facendo però attenzione a mantenersi dentro una dimensione di pubblico servizio. Augusto Minzolini invece lo ha trasformato in una struttura sfacciatamente organica al potere, arrivando persino a dare notizie false pur di compiacere chi lo ha scelto per ricoprire un ruolo così determinante. E così l’avvocato Mills, che – sebbene riconosciuto colpevole del reato di corruzione, viene prosciolto per intervenuta prescrizione del reato [i cui tempi sono stati ridotti grazie ad una delle tante leggi ad personam] – secondo il TG1 è semplicemente assolto. Qualcosa che dovrebbe scuotere il sistema della pubblica informazione e portare a dimissioni esemplari, e che invece scivola via fra l’indifferenza e l’assuefazione dei più. Ancora una volta però la Rete, come già accaduto per il Movimento Viola, si fa portavoce dell’indignazione della parte sana della società e promuove la costituzione di un Gruppo su Facebook al fine di stigmatizzare quanto accaduto. In capo a pochi giorni l’appello intitolato alla dignità dei giornalisti e al il rispetto dei cittadiniraccoglie l’adesione di più di 100.000 persone.

Un segnale incoraggiante che però non ferma l’affondo del Governo. Infatti nei giorni scorsi la vigilanza RAI delibera la cancellazione dei programmi di approfondimento politico durante la campagna elettorale, dimostrando chiaramente la volontà di evitare qualsiasi dibattito, e ponendo il Paese in una posizione che non ha precedenti nel mondo occidentale. In tal modo la pubblica opinione sarà chiamata a votare secondo i temi decisi soltanto dai principali telegiornali. Incidentalmente controllati dal presidente del consiglio. Persino Farefuturo, la fondazione vicina a Gianfranco Fini, condanna aspramente questa decisione: «Un pensiero unico che ha paura delle domande, di qualsiasi domanda. Che ha paura dei dubbi e che non vuole farsi mettere in discussione. Che ha paura dell’agorà, del luogo in cui la polis palpita, in cui i cittadini si guardano in faccia, si scontrano, litigano, decidono. Una politica che cancella i talk show di approfondimento dalla televisione pubblica è una politica autodistruttiva che non fa scendere la gente in piazza, per le strade. è una politica che dichiara il coprifuoco alle idee».

Baciami come uno sconosciuto

Baciami come uno sconosciuto

«Gene Wilder è il miglior genere di scrittore che esista. Trascrive i suoi pensieri con assoluta semplicità. Sebbene dotato di ingegno acuto, questo suo tratto non interferisce mai con la narrazione. Sembrerebbe che non sia la mano a impugnare la penna, ma il cuore. Dice sempre la verità, bella o brutta, troppo personale o rivelatrice che sia. Nel suo libro dei ricordi, il lettore percepisce il dolore, il turbamento, l’imbarazzo e la gioia dell’autore come se le provasse in prima persona. Per Gene dire la verità è una mania ossessivo-compulsiva, eppure la racconta fino in fondo con meravigliosa ed elegante leggiadria. Gene ed io siamo cari amici dal lontano 1963».

Così inizia la prefazione di Mel Brooks a Baciami come uno sconosciuto, l’autobiografia di Gene Wilder pubblicata in Italia da Sagoma Editore lo scorso gennaio. Un libro scritto da Wilder con la stessa grazia leggera delle sue sceneggiature, che racconta la lunga parabola artistica dell’attore-regista settantaseienne, costellata da incontri con personaggi del calibro di Woody Allen, Orson Welles, Federico Fellini, Cary Grant e Peter Sellers, nonchè – naturalmente – Mel Brooks, Marty Feldman e Richard Pryor. Peraltro non tutti sanno che l’idea di Frankenstein Junior si deve proprio a Wilder, il quale è – per l’appunto – autore del soggetto, nonchè cosceneggiatore del capolavoro diretto dall’amico Brooks. In questa autobiografia però il grande comico non si limita a ripercorrere le tappe della carriera, ma – in un misto di dolcezza ed ironia – dedica grande spazio alle donne che lo hanno accompagnato durante la sua esistenza, ed in particolare alla terza moglie Gilda Radner, attrice amatissima negli Stati Uniti, morta nel 1989 a soli 43 anni per un tumore alle ovaie. A seguito di questa tremenda perdita, il divo fonda la Gilda’s Club, a sostegno della ricerca contro il cancro e dirada il suoi impegni professionali. Nel 1999, Wilder si trova a lottare in prima persona contro un tumore al sistema linfatico, che riesce a debellare grazie ad un trapianto di cellule staminali. Un libro ricco di aneddoti e ricordi che ci rimanda lo sguardo insieme disincantato e gentile di quest’ Artista di talento e ci restituisce una grande lezione di semplicità. «Se l’azione o il gesto che stai compiendo è divertente di per sé, non devi calcare la mano recitando in maniera buffa. Sii naturale e il divertimento aumenterà».

Uozzamericanboi

Uozzamericanboi

Il 24 febbraio di 7 anni fa si spegneva a 82 anni Alberto Sordi. La sua figura resta unica nella storia del Cinema Italiano. Si può dire che nessun altro, fatta eccezione per Totò, seppure con caratteristiche diverse sia per epoca che per caratterizzazione, sia riuscito a conquistarsi nel cuore del pubblico uno spazio così definito. Anno per anno, Sordi si è costruito la carriera con una determinazione senza eguali. Nel farlo ha dato vita ad un personaggio familiare a milioni di spettatori: astuto, vile, furbesco, ironico, coraggioso solo se costretto, romanesco sino al midollo e, al tempo stesso, beffardo verso tutto ciò che è la “romanità” corrente.

A partire dai primi Anni 50, l’attore trasferisce al cinema alcuni personaggi creati dalla sua fantasia e proposti alla radio, connotandoli di un elemento assolutamente inedito fino ad allora. Sordi infatti pare accanirsi ed infierire sul proprio personaggio, caricandolo di crudeltà. Primo esempio in Italia di un comico che, facendo ridere della propria abiezione, chiama il pubblico sia a solidarizzare col personaggio che a disprezzarlo insieme. L’incontro artistico che determina la prima svolta nella sua carriera è quello con Federico Fellini, col quale entra in due ruoli di spessore, due personaggi negativi e immorali, protagonisti rispettivamente de Lo sceicco bianco e de I Vitelloni. Ma è Mario Monicelli con La grande guerra del 1959, che consente a Sordi di esprimere un nuova maturità drammatica. Questo film,  un affresco memorabile sul conflitto del 1915-18, visto attraverso le vicende di due soldati pelandroni e vigliacchi, consente a Sordi un nuovo modo di recitare, che non esclude il suo enorme  talento comico, ma sapientemente lo mescola ad un tono tragico.

La lista delle interpretazioni di Sordi, in cui l’abituale chiave ironico-grottesca si arricchisce di accenti più amari, prende forma negli anni a venire, anche con individui rispettabili ed eroi positivi, come il tenente Innocenti in Tutti a casa [1960, di Luigi Comencini], il giornalista Magnozzi in Una vita difficile [1961, di Dino Risi], il commissario Lombardozzi ne Il Commissario [1962, sempre di Comencini] e lo sfortunato maestro Mombelli de Il maestro di Vigevano [1963, di Elio Petri]. A questi si uniscono, fra i tanti altri, il siciliano Badalamenti de Il Mafioso [1962, di Alberto Lattuada], il geometra Dinoi in Detenuto in attesa di giudizio [1971, di Nanni Loi] e soprattutto l’impiegato ministerale Vivaldi in Un borghese piccolo piccolo [1977, di Mario Monicelli]. Film che segna sia la fine della commedia all’italiana che il punto più alto della carriera di Sordi, che negli anni successivi si avvierà verso un lento declino. 

Un sistema gelatinoso

Un sistema gelatinoso

Mi riesce difficile commentare l’ennesimo grave episodio di corruzione che sta occupando da giorni le prime pagine dei giornali. Appare ormai evidente che questo Paese è un sistema completamente da rifondare. A conferma di ciò, riporto uno stralcio dell’intervista che Giorgio Bocca ha rilasciato a Marco Travaglio.

Giorgio Bocca, lei ha appena scritto Annus Horribilis: ma si riferiva al 2009. Il 2010 si annuncia ancora più horribilis…
Vedremo. Il 2009 mi è sembrato il più orribile per una tendenza irresistibile alla democrazia autoritaria. Più Berlusconi ne combinava di cotte e di crude, più i sondaggi lo premiavano. Ora, con questi ultimi scandali, la gente potrebbe cominciare a stancarsi e capire qualcosa.
Che cosa la spaventa di più?
Il muro di gomma. Succedono cose terribili, o terribilmente ridicole, e nessuno reagisce. Lanci allarmi, provocazioni anche forti, e non risponde nessuno. Come dicono i giudici dello scandalo Bertolaso? “Sistema gelatinoso”. Ecco, è tutto gelatinoso. Non resta che sperare, come sempre nella nostra storia, in qualche minoranza coraggiosa che cambi la storia.
Anche Tangentopoli, 18 anni fa, partì da una mazzettina di 7 milioni a Mario Chiesa.
Andai a intervistare Borrelli e gli domandai perché i magistrati fossero riusciti a scardinare il sistema così tardi. Mi rispose che la magistratura in Italia riesce a incidere nel profondo solo quando nella società c’è un grande allarme, quando si accende una grande luce. Oggi la luce non si accende ancora.
Forse, con più informazione e più opposizione, sarebbe più facile ribellarsi.
La cosa più deprimente è la lettura dei giornali, per non parlare della televisione. La nostra democrazia diventa autoritaria anche perché ci sono giornalisti comprati con prebende e privilegi, ma soprattutto terrorizzati.
La beatificazione di Craxi, i dossier su Di Pietro e ora l’immunità parlamentare d’accordo col PD.
Beh, è tutto collegato. E’ la complicità fra colpevoli delle due parti. […] Craxi piace tanto a questa destra e a questa sinistra per due motivi: intanto perché era un corrotto, e poi perché, con l’idea della Repubblica presidenziale, ha dato un’ideologia alla democrazia autoritaria che questi selvaggi di oggi inseguono ma non riescono nemmeno a teorizzare. Questa democrazia malata la dobbiamo pure a questa sinistra alla D’Alema che collabora da 15 anni con Berlusconi.
Che speranza abbiamo?
Che la gente si accorga del suicidio di farsi governare da uno abilissimo a fare soldi: quello i soldi, invece di darteli, te li porta via. Che gli italiani si vergognino almeno per le sue cadute di stile, tipo gli sghignazzi sulle belle ragazze mentre parla del dramma degli immigrati col presidente albanese. Che capiscano come un minimo di decenza e legalità è meglio di questa anarchia lurida. Non dico la virtù, l’onestà: un po’ di normalità e di civiltà. L’unica bella notizia degli ultimi anni è il popolo viola, spero che le prossime manifestazioni siano ancora più massicce e visibili. Se si ribellano i ragazzi, non tutto è perduto.

A kiss is just a kiss

A kiss is just a kiss

Il bacio è stato per molti anni il momento di maggior audacia a cui si potesse assistere nel buio di una sala cinematografica. Rigorosamente a labbra serrate, proprio per questo motivo riusciva ad essere incredibilmente erotico, stimolando la fantasia dello spettatore a proseguire con l’immaginazione quello che lo schermo non poteva mostrare. Chiunque abbia visto Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore e la sequenza dei baci censurati, si è reso conto di come il bacio possa considerarsi il simbolo dell vecchio Star System hollywoodiano in cui i divi del cinema diventavano catalizzatori assoluti delle fantasie erotiche del pubblico.

Sono tanti i baci ad essere entrati di diritto nell’immaginario collettivo. Vittima di un improvviso rigurgito di romanticismo, o forse perchè dopodomani è San Valentino, provo a raccoglierne quindici, lasciandone fuori moltissimi altrettato belli, come il bacio fra Humphrey Bogart e Ingrid Bergman in Casablanca, quello fra Marlon Brando e Eve Marie Saint in Fronte del Porto, o ancora quello fra Clark Gable e Vivian Leigh in Via col Vento. Ed è proprio Gable, che, rivolgendosi alla sua partner, pronunzia questa straordinaria battuta: «Aprite gli occhi e guardatemi. No, non vi bacerò neanche, benché ne abbiate bisogno. E’ questo il guaio: dovreste essere baciata, e spesso, e da un esperto».

I geni continuano ad avere gli occhi di un bambino

I geni continuano ad avere gli occhi di un bambino

Pochi giorni fa mi sono imbattuto in un articolo che ad un certo punto faceva la seguente affermazione: «Dicono che la genialità stia negli occhi. I geni continuano ad avere gli occhi di un bambino». Una tesi che mi pare contenga una straordinaria verità. C’è del genio [parola purtroppo abusata fin quasi a sottrarle il suo senso più pieno, ma in questo caso necessaria] nel riuscire ad andare avanti negli anni mantenendo uno sguardo da bimbo nei confronti delle cose della vita. Si sa, il tempo corrompe l’originaria innocenza. Fa un pò il mestiere delle onde con le rocce: giorno dopo giorno erode, assottiglia, consuma.  Ecco perchè con l’età talvolta si diventa convessi. Pronti ad ospitare ipocrisie, inganni, tradimenti, egoismi. Eppure c’è qualcuno che riesce a sottrarsi agli effetti di questo stillicidio, per quanto possa non trovarsi a proprio agio nel mondo perchè costretto a scontrarsi con i più, che invece si sono lasciati corrompere. Destinato a volte ad essere oggetto di incomprensioni ed emarginazioni. C’è un toccante ed antico candore in coloro che, irriducibili, sono ancora in grado di essere e di sentire anche ciò che erano e sentivano un tempo. Capaci di trascolorare le brutture di questa società in una dimensione diversa. Più forti e più fragili allo stesso tempo. Persone che sono qui ed insieme altrove.
Gli 80 anni di un mito

Gli 80 anni di un mito

Pochi giorni fa Gene Hackman ha compiuto 80 anni. Nell’aspetto l’attore ha sempre dato l’idea di un uomo di mezza età e la sua faccia può essere definita come quella di una persona qualsiasi. Gangster Story, il primo film in cui si rivela il suo talento, risale al 1967, quando Hackman aveva già 37 anni. Ma è nei primi Anni 70, quando il vecchio star system di Hollywood inizia a perdere i colpi, che una figura come la sua trova uno spazio sempre maggiore da protagonista. Nel 1971 arriva il primo Oscar per l’interpretazione de Il braccio violento della legge, per la parte di un agente della narcotici che tenta di superare con la propria durezza la durezza di un mondo in cui valori e certezze sono completamente caduti. Ed è proprio l’America in crisi del dopo Vietnam e del Watergate che si interroga sul suo futuro e sugli errori del passato, che va mescolandosi ai tratti tipici dei personaggi più importanti che l’attore interpreta in quel periodo: antieroi ambigui, alienati, duri, diretti, in cerca di una personale redenzione. Tre interpretazioni che da sole giustificherebbero una carriera: in Lo Spaventapasseri con Al Pacino, è uno sbandato che attraversa l’America, espressione di un sistema schiacciante, all’inseguimento di un suo personale sogno. Ne La Conversazione di Francis Ford Coppola è un tecnico che per lavoro spia conversazioni telefoniche e che finisce col mettere in dubbio il senso stesso di ciò che fa. In Bersaglio di notte di Arthur Penn, è un investigatore privato da 4 soldi, un uomo  dolente e disilluso da una vita piena di violenza ed incomunicabilità.

La facilità di entrare in qualsiasi personaggio gli ha consentito negli anni a venire di scegliere personaggi completamente differenti da quelli solitamente interpretati, riuscendo egualmente a restituire un’intensità immediata ed inimitabile. Tra i suoi ruoli più importanti, sicuramente quello dell’agente federale in Mississipi Burning di Alan Parker e quello dello sceriffo ne Gli spietati di Clint Eastwood, con cui conquista la seconda statuetta. A chi gli ha chiesto quale fosse il suo modo di intendere la recitazione, l’attore ha risposto «Nelle parti che ho interpretato c’è sempre qualcosa di me. Bisogna trovare qualcosa di sè nella parte e poi svilupparla. L’arte della recitazione è tutta qui». Non è ciò che si dice una definizione profonda, ma mostra una chiarezza, una consapevolezza ed un senso di professionalità che lo hanno reso uno dei più convincenti attori viventi.

Quanti perfetti e inutili buffoni

Quanti perfetti e inutili buffoni

Tra i governanti quanti perfetti e inutili buffoni direbbe Franco Battiato. La citazione non è casuale, visto che l’artista siciliano è uno dei riferimenti musicali del povero Morgan. I buffoni sarebbero, naturalmente, tutti i vari esponenti del centrodestra che, in un Parlamento in cui non mancano certo tossicodipendenti e pregiudicati, hanno afferrato al volo la fin troppo facile occasione, costituita dall’intervista in cui l’ex leader dei Bluvertigo ammette l’uso di cocaina, per ergersi a strenui paladini della morale. C’è da chiedersi se costoro non considerino forse più dignitoso delinquere, magari proprio spacciando droga, esportare i capitali all’estero, poi farli rientrare grazie allo scudo fiscale, e quindi reinvestirli come si ritiene più opportuno.

Che bello sarebbe se una nuova onda di consapevolezza travolgesse questa vergognosa ipocrisia, ed anche l’ignoranza dei più, che consente ai politici d’essere così disonesti. Che poi si tratta anche dell’ipocrisia e dell’ignoranza di chi finge di non sapere o proprio non comprende lo stato comatoso della nostra democrazia. Mi si dice: «Ma il fatto stesso che tu abbia un blog e possa dire le cose che dici dimostra che la democrazia in Italia c’è, eccome!». Ma la democrazia non è un interruttore: on/off. Qualcosa che c’è, oppure non c’è. Esistono varie sfumature e gradazioni. Democrazie piene e democrazie malate. La nostra è indubbiamente una democrazia malata. Prima di tutto perchè – alla base – viziata da un’anomalia che non ha corrispettivo in nessun’altro stato occidentale. Un’anomalia che ha condotto la pubblica opinione a lasciarsi trasportare dalla sloganistica più superficiale – o peggio strumentale – del nostro Governo. E’ la democrazia dei sondaggi, del populismo ai fini dell’audience, della politica-pubblicità che non vuole convincere ma conquistare, che scansa il contenuto e il ragionamento, puntando forte sugli effetti speciali. Una scelta che galvanizza, ma instupidisce la gente perché non parla alla testa e al cuore, ma solo alla pancia. Una comunicazione che manipola e giustifica decisioni già prese. Che spinge a sentirsi partecipi – se il proprio schieramento è al Governo – delle scelte da esso compiute in nome di un sedicente “interesse generale”, che – in realtà – è l’interesse di uno soltanto.

Ecco allora che si è pronti ad accettare il legittimo [??!!] impedimento, ma si diventa inflessibili nei confronti di chi ha avuto l’ingenuità di confessare a tutti la propria fragiliità di uomo.