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Categoria: societa

Il triangolo no!

Il triangolo no!

Tal Eliana Cartella, 20 anni da Castel Mella in provincia di Brescia, è recentemente assurta agli onori della cronaca per essere contesa da due figure paradigmatiche di questa povera italietta: Mario Balotelli e Renzo Bossi. Pare che la giovine barista che sogna di diventar modella, reduce dall’aver partecipato al concorso Miss Maglietta Bagnata [!!], organizzato dai Giovani Padani proprio mentre – guardacaso – il Governo di Maroni, del Senatur e di diversi altri ministri leghisti si distingueva per gli incondizionati tagli a cultura e scuola, abbia dichiarato che se il calciatore dell’Inter è il più bello fra i due, Renzo Bossi è il più intelligente [!!!]. 

Ora, a parte i brividi che si sentono salire immaginandosi quale angosciante vuoto cosmico debba albergare nella testa dell’attaccante dell’Inter, visto che soccombere in un confronto di intelligenza con la “trota” è un pò come essere inferiori a Vladimir Luxuria in quanto a virilità, resta da domandarsi quanti lustri saranno necessari perchè il popolo italiano, orribile e bovino, torni a vivere in una società in cui la cultura costituisca un valore fondante, e dove non si debba valutare tutto dal punto di vista del successo economico, della bellezza, del denaro, della popolarità, del potere.

Ritornare è difficile

Ritornare è difficile

Ritornare è difficile, soprattutto se si è stati in due capitali così rispettose dell’arte del buon vivere, frutto di un’attenzione e di un rispetto verso l’ambiente e le persone, specie quelle più deboli come i bambini e gli anziani. Si pensi, ad esempio, che sia ad Amsterdam che a Stoccolma le barriere architettoniche sono pressochè inesistenti ed il traffico cittadino è ridottissimo, a vantaggio di mezzi come biciclette, metropolitane ed autobus ecologici. In questi ultimi poi, nella città svedese, ci sono pulsanti da premere prima di salire, per avvertire il conducente che si trasporta una carrozzina o un passeggino, in modo da montare in tutta calma. I bagni pubblici hanno, a fianco del water per gli adulti, uno piccolino anche per i bimbi, così come nei numerosi parchi trovano posto insieme alle panchine normali, altre più basse e colorate. Naturalmente poi tutti i grandi negozi hanno un’area ricreativa con babyroom e spazio giochi. Sia gli olandesi che gli svedesi sono aperti, disponibili e gentilissimi nel dare informazioni ai turisti. La televisione, contrariamente che in Italia, non è tenuta in gran conto e la sera, quando il tempo lo consente, persone di tutte le età si riversano per le strade per una passeggiata, una birra o un dolce in un locale. Amsterdam è una città che ha fatto dell’integrazione uno dei suoi punti fermi. Bianchi, neri, mulatti, cristiani, musulmani, indiani. E’ un amalgamarsi di culture diverse che si confondono tra loro. Tante popolazioni hanno portato le loro tradizioni, i loro costumi e le loro religioni imparando a convivere, tollerandosi e adattandosi l’una all’altra. C’è posto per tutti in questa città in cui si respira il profumo impagabile della libertà e dove, per esempio, è facile imbattersi per strada in coppie omosessuali che non fanno mistero della loro condizione.

Si capirà quindi quanto sia difficile ritrovarsi in questa retrograda italietta dalle città congestionate dal traffico, dallo smog e dal cemento, in cui le persone sono chiuse ed intolleranti verso il prossimo e dove una classe politica populista, coinvolta in ogni genere di malaffare, tenta in tutti i modi di preservare sè stessa imponendo leggi liberticide. Un paese che dall’estero viene giustamente considerato alla stregua di una Turchia o di una Grecia, soggiogato da un sistema videocratico che sancisce il trionfo del facile, del grossolano, del volgare e del brutale.

Quanti perfetti e inutili buffoni

Quanti perfetti e inutili buffoni

Tra i governanti quanti perfetti e inutili buffoni direbbe Franco Battiato. La citazione non è casuale, visto che l’artista siciliano è uno dei riferimenti musicali del povero Morgan. I buffoni sarebbero, naturalmente, tutti i vari esponenti del centrodestra che, in un Parlamento in cui non mancano certo tossicodipendenti e pregiudicati, hanno afferrato al volo la fin troppo facile occasione, costituita dall’intervista in cui l’ex leader dei Bluvertigo ammette l’uso di cocaina, per ergersi a strenui paladini della morale. C’è da chiedersi se costoro non considerino forse più dignitoso delinquere, magari proprio spacciando droga, esportare i capitali all’estero, poi farli rientrare grazie allo scudo fiscale, e quindi reinvestirli come si ritiene più opportuno.

Che bello sarebbe se una nuova onda di consapevolezza travolgesse questa vergognosa ipocrisia, ed anche l’ignoranza dei più, che consente ai politici d’essere così disonesti. Che poi si tratta anche dell’ipocrisia e dell’ignoranza di chi finge di non sapere o proprio non comprende lo stato comatoso della nostra democrazia. Mi si dice: «Ma il fatto stesso che tu abbia un blog e possa dire le cose che dici dimostra che la democrazia in Italia c’è, eccome!». Ma la democrazia non è un interruttore: on/off. Qualcosa che c’è, oppure non c’è. Esistono varie sfumature e gradazioni. Democrazie piene e democrazie malate. La nostra è indubbiamente una democrazia malata. Prima di tutto perchè – alla base – viziata da un’anomalia che non ha corrispettivo in nessun’altro stato occidentale. Un’anomalia che ha condotto la pubblica opinione a lasciarsi trasportare dalla sloganistica più superficiale – o peggio strumentale – del nostro Governo. E’ la democrazia dei sondaggi, del populismo ai fini dell’audience, della politica-pubblicità che non vuole convincere ma conquistare, che scansa il contenuto e il ragionamento, puntando forte sugli effetti speciali. Una scelta che galvanizza, ma instupidisce la gente perché non parla alla testa e al cuore, ma solo alla pancia. Una comunicazione che manipola e giustifica decisioni già prese. Che spinge a sentirsi partecipi – se il proprio schieramento è al Governo – delle scelte da esso compiute in nome di un sedicente “interesse generale”, che – in realtà – è l’interesse di uno soltanto.

Ecco allora che si è pronti ad accettare il legittimo [??!!] impedimento, ma si diventa inflessibili nei confronti di chi ha avuto l’ingenuità di confessare a tutti la propria fragiliità di uomo.

Vorrei un paese normale

Vorrei un paese normale

Non so voi, ma a me questo primo decennio del secolo è volato via che neppure me ne sono accorto. Non parliamo di quest’ultimo anno che è terminato appena un attimo dopo essere iniziato. Tipicamente questi giorni sono quelli dei buoni propositi, ma anche dei desideri e degli auspici. Ci sono diverse cose che mi piacerebbe succedessero il prossimo anno a mia moglie e me. Cose su cui qui sorvolo, perchè il mio blog non è di quelli direttamente personali, ma – come scrissi in uno dei miei primi post, quasi 4 anni fa – un luogo dove parlare del “dentro” attraverso il “fuori”. Allora preferisco elencare brevemente alcune cose che vorrei fortemente per la società in cui vivo. Ecco, non so voi, ma a me piacerebbe stare in un paese normale, una democrazia in cui il premier non avesse pendenze giuridiche irrisolte e non fosse il proprietario di un enorme impero mediatico da utilizzare per annientare la libera informazione e chiunque si difformi dal pensiero unico dominante. Dove non si dovesse assistere all’affossamento della scuola e della cultura in genere, alla deligittimazione delle parti sociali, allo svilimento delle istituzioni esistenti, alla denigrazione dei diversi, alla promozione di un clima di intolleranza ed ignoranza, all’aumento delle morti sul lavoro e delle disgrazie causate da criminali negligenze. Ancora non so voi, ma io vorrei risparmiarmi una nuova stagione di populismo dilagante, di leaderismo videocratico privo di contenuti, di leggi ad personam,  di tensioni sociali, di logoramenti del tessuto sociale, e di derive – più o meno morbide – verso un regime illiberale.

Quindi ecco che, augurandovi un formidabile 2010, mi viene da pensare che un augurio non dovrebbe essere soltanto un gesto scaramantico, ma un’assunzione di responsabilità affinchè ognuno di noi si impegni a cambiare ciò che di sbagliato vede nel proprio personale quotidiano. Se si sarà capaci e fortunati, tanti piccoli cambiamenti provocheranno forse una grande svolta.

Il Natale e il diritto alla preghiera

Il Natale e il diritto alla preghiera

Fra una settimana è Natale, la festività che più di ogni altra celebra i valori della cristianità. Proprio per tale motivo ciò che in questi giorni sta succedendo in provincia di Brescia [dopo il caso “White Christmas” del mese scorso a Coccaglio] stride ogni oltre limite. Siamo dalle parti dell’ennesimo episodio di aggressione xenofoba da parte di un’amministrazione leghista. Questa volta la giunta comunale di un paese di nome Trenzano si è espressa contro lapertura di una moschea, impedendo di fatto il diritto di culto alla componente islamica della popolazione locale. Nell’ordinanza si legge: «considerata la natura di moltissimi centri islamici che diventano nido di pericolosi terroristi e preso atto dell’oggettivo rifiuto dei musulmani all’integrazione, si chiede che il sindaco, la giunta e il consiglio facciano tutto il possibile per negare ogni tipo di autorizzazione e ogni possibilità di apertura sul territorio comunale di centri culturali islamici o moschea». Probabilmente se si fosse aggiunto che i negri c’hanno il ritmo nel sangue e che i napoletani amano la pizza e il mandolino, si sarebbe toccato lo zenit dei luoghi comuni.

Peraltro questa decisione rappresenta l’atto finale di un’escalation di affondi, iniziata con una misura restrittiva che imponeva l’obbligo tassativo che ogni raduno di circoli e associazioni si svolgesse esclusivamente in lingua italiana. Tutte ordinanze – sostiene il sindaco – rese necessarie per garantire la sicurezza dei cittadini! Ancora una volta il partito di Bossi dimostra di cavalcare la xenofobia come strumento di propaganda, configurando un sistema asfittico, in cui vengono fomentati individualismi e chiusure identitarie, e dove si spinge all’intolleranza e al rifiuto di chi è diverso. Del resto perchè sorprendersi? Non è forse questa la democrazia dell’amore?

Calpestare l’oblio

Calpestare l’oblio

Credo che la moltitudine di persone che ieri ha manifestato a Roma e in diverse altre città italiane ed europee sia il primo segno evidente che qualcosa sta cambiando: l’apatia degli italiani è stata incrinata. Si è dimostrato che la gente può riappropriarsi della politica, per lottare sul serio – visto che l’opposizione parlamentare non sa farlo – contro chi piega il bene comune e le istituzioni alle proprie necessità. Non penso sia più possibile, neppure per il centrodestra, fare a meno di considerare come attorno alla figura di berlusconi si sia prodotta nella pubblica opinione una profonda spaccatura. Metà degli italiani, quelli – cioè – che sanno ancora pensare con la propria testa, valutano l’attuale premier inadatto a guidare una democrazia moderna. Ci sono troppe ombre nella vita del presidente del Consiglio, accuse gravissime ed imbarazzanti delle quali deve rispondere in sede giudiziaria e politica. Del resto, questa spaccatura è ormai evidente anche all’interno del Popolo delle Libertà. C’è chi infatti ha il coraggio delle proprie idee e sta cercando di rappresentare le posizioni di una destra più europea e con più senso dello Stato, come il Presidente della Camera Gianfranco Fini, e c’è chi – per contro – si fa trascinare dalle pulsioni autoritarie e illiberali del cavaliere con il suo codazzo di zelanti servitori, e dalle spinte populiste e reazionarie della Lega, che non si fa scrupolo di strumentalizzare il cristianesimo come ideologia da opporre all’Islam, per una nuova guerra santa contro gli stranieri.

Alcuni cartelli visti ieri riportavano dei versi tratti da un’antologia online di poesie, realizzata da trenta poeti italiani per protestare contro la minaccia incostituzionale di berlusconi e per difendere il valore della resistenza e della memoria. “Calpestare l’oblio” è il nome della raccolta. Una piccola cosa diranno i più, eppure anche questo un segno di ribellione e di speranza. Il fatto poi che Il Giornale abbia ferocemente attaccato l’iniziativa non può che essere una spia positiva.

10 anni della nostra vita

10 anni della nostra vita

A fine mese si chiudera’ un decennio infernale. Lo scrive il settimanale Time, dedicando la copertina alla fine della prima decade del nuovo secolo, una delle peggiori della storia contemporanea: «Chiamatelo il decennio infernale o della resa dei conti o dei sogni infranti o il decennio perduto. Chiamatelo come volete, ma siate grati che è quasi finito».

E’ stato un decennio breve e febbrile. A fronte di una straordinaria accelerazione tecnologica in tutti settori – comunicazioni e web in testa – il mondo si è dibattuto con vecchi e nuovi spaventosi problemi. Ci si è affacciati al nuovo millennio pensando di concederci il lusso dell’ottimismo, ma questa speranza è andata seppellita insieme alle macerie di Ground Zero e alle devastazioni che ne sono seguite: le guerre in Afghanistan e in Iraq, il terrorismo, lo scontro di civiltà, la precarietà economica. Vittorio Lingiardi, professore alla Sapienza, lo ha definito «Il decennio dell’impotenza: grandi mezzi per conoscere e pochi per cambiare». L’Europa, pur adottando una moneta unica ed allargando i propri confini ai paesi provenienti dall’ex blocco sovietico, si è trovata a fronteggiare forti spinte localiste, tese ad allontanare le popolazioni più deboli. I tragici fatti del G8 di Genova hanno rappresentato l’espressione delle mutate condizioni socioeconomiche, in cui i ricchi sono sempre più ricchi e gli altri sempre più poveri. Così una nuova generazione di migranti è approdota nel Vecchio Continente con la speranza di evitare una morte per fame, malattia o guerra, in un contesto di globalizzazione che per adesso non è stato in grado di condurre ad un reale confronto e ad una effettiva condivisione di risorse e conoscenze. Anche lo Tsunami che ha colpito l’Oceano Indiano non ha fatto che rimarcare le responsabilità del mondo occidentale ipersviluppato nei confronti delle zone più povere del pianeta, dove un evento naturale finisce obbligatoriamente per assumere i contorni di un’immane tragedia e dove la solidarietà non si traduce mai in fratellanza od unione. Quanto alla politica, come ha precisato Carlo Bernardini, anch’egli docente alla Sapienza, «Il primo decennio del Duemila è nato dalle menzogne: tutti hanno mentito, Bush, Blair, i manager di Wall Street. La falsità sembra lo strumento politico principe». Una situazione che ha consentito agli stati più industrializzati di appiattirsi su logiche consumistiche ed imperialistiche, facendogli così perdere di vista l’estrema importanza e l’improrogabile urgenza di avviare politiche durature, allo scopo di garantire una redistribuzione del benessere sociale e delle risorse economiche su scala planetaria.

Topo Gigio e la perdita dell’innocenza

Topo Gigio e la perdita dell’innocenza

La campagna di prevenzione contro l’influenza suina, con Topo Gigio nelle vesti di testimonial del Governo, mi lascia un pò sbattuto. Mi riferisco in particolare allo spot dedicato al tema della vaccinazione, molto meno scanzonato di quello sulle 5 regole e – di conseguenza – alquanto snaturante del personaggio. Nel mio immaginario ed in quello di chi oggi è adulto, il pupazzo creato da Maria Perego nel 1959, era rimasto – fino a qualche settimana fa – un tenero esserino che arrossiva dinanzi ai complimenti di Delia Scala, provava un cauto turbamento alla visione dell’ombelico di Raffaella Carrà, faceva da dolce e stranulata spalla al Mago Zurlì, e chiedeva d’essere strapazzato di coccole alla soubrette di turno di una televisione di qualità che oggi non esiste più. Piccolo, enormi orecchie, capelli biondi a paggetto, ha sempre incarnato lo stupore di un bimbo di fronte alla società dei grandi. Deve il suo successo, come ha detto la sua stessa creatrice, «a quel candore in cui tutti i bambini si riconoscevano, e al fatto che rappresentasse il compagno ideale di chi si sentiva inadeguato di fronte al cinismo della realtà».

In verità non comprendo bene la ratio che ha portato ad impiegare come protagonista della campagna una delle icone di chi era piccolo negli Anni 60 e 70, ma che è poco più che sconosciuta dall’attuale generazione di bimbi. Quest’anno Topo Gigio ha compiuto 50 anni e, a causa della mezza età e di questa scellerata scelta di comunicazione, ha perso l’innocenza e l’ingenuità d’un tempo, trascinando anche chi è cresciuto con lui in una nuova consapevolezza di precarietà e sofferenza. Sentirlo pronunziare termini come “tumori” o “malattie croniche” con lo stesso tono di quando esclamava “ma cosa mi dici mai?”, mi provoca un acuto senso di straniamento. Quasi come se all’improvviso venissi messo davanti all’evidenza di quanto il trascorrere del tempo sia inesorabile e di come ormai non ci sia più spazio per essere protetti dalla crudezza di questa vita. I bambini di oggi hanno i Gormiti, a quelli di ieri è rimasto un invecchiato Topo Gigio in camice bianco, senza più sogni, costretto a vaccinarsi da Bonaiuti.
Filologia di Sandro Bondi

Filologia di Sandro Bondi

«Caro Saviano, ho avuto il piacere di conoscerla attraverso la sua opera ammirando il coraggio nel denunciare le organizzazioni criminali della sua città e di seguire con preoccupata partecipazione i problemi che da quel coraggio sono derivati, le minacce che ha dovuto subire e che la costringono a subire limitazioni nella sua vita quotidiana». La lettera che il ministro dei Beni Culturali scrive a Roberto Saviano prosegue con una considerevole serie di complimenti. Bondi sa perfettamente che l’autore di Gomorra è una delle pochissime personalità a godere di una popolarità larga e trasversale, quindi in questo caso preferisce evitare un attacco frontale e sprezzante. Uno di quelli che il ministro e la sua parte politica hanno già riservato a molti. Qui chiaramente occorre agire d’astuzia [!!!].

«Lei, caro Saviano, è onesto ed entusiasta. E penso che sia stato proprio questo sincero entusiasmo a spingerla a proporre una sorta di petizione sul quotidiano la Repubblica contro il decreto legge per il cosiddetto Processo breve. Credo assolutamente nella sua buona fede e nella sua volontà di fare qualcosa di buono per il Paese, e rispetto le sue idee anche se possono essere diverse dalle mie. Ma vorrei, proprio per questo, rivolgermi a lei chiedendole se non ritiene possibile trovare nuove vie di espressione rispetto alla propensione degli intellettuali italiani a farsi partito e farsi impadronire dal demone della politicizzazione e della partitizzazione della cultura. […] Non diventi anche Lei uno dei tanti scrittori che si identificano di fatto con una parte politica, anche se non è la sua intenzione. Uno dei tanti intellettuali che finiscono per presumere di dare voce all’Italia civile contro l’Italia corrotta e incolta». Ma come? Il ministro prima dice di rispettare le idee altrui, ancorchè diverse dalle proprie e poi, subito dopo, conclude affermando qualcosa di altamente irrispettoso nei riguardi dello scrittore napoletano. Lo accusa in sostanza di essere al soldo di un partito, di essere – cioè – intellettualmente disonesto. In sintesi in Italia si è onesti fino a quando non si critica berlusconi. Se invece si decide di varcare questo ideale Rubicone, ci si trova improvvisamente parte di quel culturame politico che il degno compagno di merende di Bondi, il ministro della Pubblica Amministrazione Brunetta, sostiene stia organizzando un proditorio colpo di stato. Quella elite di merda [sempre per citare il poeta] che, proprio perchè politicizzata, va vilipesa, discreditata e – come in questo caso – più o meno sottilmente minacciata.

Politica 2.0

Politica 2.0

Non ho mai tessuto le lodi di Facebook. Però in quest’occasione ne parlerò benissimo, visto che da un mese a questa parte la piattaforma sociale più famosa del Web è diventata uno strumento di lotta politica. Parte infatti da una iniziativa spontanea ed apartitica presa sul social network la manifestazione No Berlusconi day, che il prossimo 5 dicembre porterà a Roma un mare di persone con l’obiettivo di chiedere le dimissioni del Premier. La pagina ufficiale dell’evento conta già quasi 300.000 adesioni, ed il ritmo degli iscritti cresce vertiginosamente ogni giorno. Un risultato strabiliante se si pensa che l’idea non nasce attraverso i canali tradizionali della politica, bensì dal basso, grazie cioè ad un manipolo di agguerriti e sconosciuti blogger. Così – a seguito della sentenza Mills e constatata la disinformazione, l’indifferenza generale, l’irresponsabilità dell’opposizione che avrebbe dovuto urlare alle dimissioni in Parlamento e lo sciagurato tentativo di berlusconi di far approvare l’ennesima legge ad personam – dei comunissimi cittadini, ancora fiduciosi sulla possibilità di un cambiamento, hanno deciso di riportare l’impegno politico nelle piazze.

Beppe Grillo, che per primo in Italia ha trasformato il Web da agorà virtuale a nuova forma di aggregazione e mobilitazione sociale, così scrive in suo post: «Non voglio passare la mia vita a inseguire l’ultimo Lodo Alfano, l’ultima ghedinata, l’ultima assoluzione per legge di un corruttore. Non sopporto più i servi che blaterano di riforma della giustizia nei programmi televisivi. Che difendono l’indifendibile, pagati per mentire, coprire, ululare. E’ mai possibile che gli italiani, anche quelli rincoglioniti dalle televisioni, non abbiano un moto di rigetto, un conato di vomito a vedere la Repubblica Italiana trattata come una zoccola? Il Grande Corruttore ha corrotto forse ogni coscienza? Lo psiconano è un uomo in fuga, una vita in fuga dai processi, uno che ha sempre pronto un piano B per sfuggire alla Giustizia, e poi un altro piano B e un altro ancora. Milioni di piani B, fino alla consunzione del Paese. Il 5 dicembre a Roma in piazza della Repubblica è stato organizzato dalla Rete un giorno di caloroso commiato allo psiconano. Io ci sarò».