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Categoria: politica

In preda alla paralisi

In preda alla paralisi

Nella Prima Repubblica esistevano le ideologie. La politica proponeva idee contrapposte che stavano alla base di uno scontro d’opinione che, per quanto aspro, si manteneva nell’ambito del rispetto e della legittimazione reciproca. La Seconda Repubblica invece si fonda su una grande mistificazione, che è  evidente a partire dal “primo discorso” di berlusconi nel gennaio del 1994: «I principi in cui noi crediamo non sono principi astrusi, non sono ideologie complicate; no, sono i valori fondamentali di tutte le grandi democrazie occidentali. Noi crediamo nella libertà, in tutte le sue forme, molteplici e vitali: libertà di pensiero e di opinione, libertà di espressione, libertà di culto, di tutti i culti, libertà di associazione; crediamo nella libertà di impresa, nella libertà di mercato, regolata da norme certe, chiare e uguali per tutti. […] C’è un pericolo per il Paese. Io credo che questa decisione noi, tutti noi, l’abbiamo assunta certo guardando ai pericoli che si venivano profilando, ma la ragione forse ci avrebbe invitato a continuare a preoccuparci del nostro particolare, della nostra famiglia, delle nostre aziende, del nostro mestiere, delle nostre professioni. Abbiamo deciso invece di dare una risposta diversa, perché abbiamo sentito che si profilava un pericolo: la possibilità che il nostro Paese fosse governato da una minoranza, da una minoranza che conosciamo bene, che ci avrebbe inflitto un futuro soffocante e illiberale». Le ideologie non esistono più. Esiste solo la libertà, messa in discussione da una parte del Paese. Si scende in politica non tanto per proprio senso civico [la politica è fatica: meglio sarebbe restare a casa o a lavoro], quanto piuttosto per fronteggiare un nemico illiberale. E’ la battaglia del bene contro il male, che non prevede un confronto fra idee politiche differenti, ma una deligittimazione di chi la pensa diversamente, fin da subito rappresentato come un nemico da abbattere. Con questa sorta di “chiamata alle armi” berlusconi maschera i reali motivi che lo hanno portato a fondare “Forza Italia”. E’ questo il peccato originale da cui ne derivano molti altri, che insieme hanno poi condotto il nostro Paese, nel corso di questi ultimi 15 anni, alle drammatiche condizioni di oggi. «L’Italia è in preda alla paralisi. Bisogna ritrovare senso della dignità e del rispetto delle istituzioni» ha dichiarato Emma Marcegaglia solo due giorni fa.

Quelle parole del 1994 costituiscono il brodo di coltura che ha sostanzialmente spaccato il Paese su un piano culturale molto prima che politico. Da una parte chi ha da subito riconosciuto e sconfessato la mistificazione berlusconiana, e dall’altra coloro che si sono lasciati ingannare o che – nella peggiore delle ipotesi – pur avendo smascherato il gioco del Cavaliere si sono identificati nella sua figura. Come del resto scrivono in queste ore sia Beppe Grillo nel suo blog: «In un qualunque altro Stato occidentale sarebbe stato condannato per Mills, non avrebbe il monopolio televisivo, sarebbe stato fatto a pezzi dalla pubblica opinione per la sua frequentazione con dei mafiosi come Mangano o condannati in secondo grado come Dell’Utri. In nessuno Stato, neppure in Libia o in Russia, sarebbe potuto diventare presidente del Consiglio. Solo l’Italia poteva permettersi uno come lo psiconano. E’ lo specchio di una parte del Paese che vorrebbe trombarsi le minorenni (e se le tromba), vorrebbe evadere il fisco (e lo evade), vorrebbe violare le leggi (e le viola)», sia Eugenio Scalfari su Repubblica: «Berlusconi possiede l’indubbia e perversa capacità di aver evocato gli istinti peggiori del paese. I vizi latenti sono emersi in superficie ed hanno inquinato l’intera società nazionale ricacciando nel fondo la nostra parte migliore. È stato messo in moto un vero e proprio processo di diseducazione di massa che dura da trent’anni avvalendosi delle moderne tecnologie della comunicazione e deturpando la mentalità delle persone e il funzionamento delle istituzioni».

Bunga bunga?

Bunga bunga?

«Vi sono due ministri del governo Prodi che vanno in Africa, su un’isola deserta, e vengono catturati da una tribù di indigeni. Il capo tribù interpella il primo ostaggio e gli propone: Vuoi morire o Bunga-bunga? Il ministro sceglie: Bunga-bunga. E viene violentato. Il secondo prigioniero, anche lui messo dinanzi alla scelta, non indugia e risponde: Voglio morire! Ma il capo tribù: Prima Bunga-bunga e poi morire». Questa, secondo il Corriere del Mezzogiorno, è la barzelletta di berlusconi preferita da Noemi Letizia.

Sinceramente, qualche anno fa, prima che la parabola berlusconiana conoscesse il suo punto più geriatricamente basso, tutto mi sarei aspettato tranne che i titoli dei quotidiani nazionali fossero costretti ad occuparsi di un rituale d’origine africana chiamato “bunga bunga“. Tratterebbesi di una pratica che il premier ha mutuato dal caro amico Gheddafi [una volta ci si rifaceva a De Gasperi o a Gramsci… ma anche questo è un segno dei tempi], secondo la quale il padrone di casa, dopo una cena conviviale, invita le ospiti più disponibili ad una allegra orgietta. Saremmo [il condizionale è d’obbligo, visto che i contorni della vicenda sono tuttora da chiarire] nuovamente dalle parti di vecchi bavosi e minorenni, di favoreggiamento della prostituzione ed intrecci fra politica e tv, di lelemoraemiliofede ed abusi di potere. Quello che parrebbe già accertato [una ragazzina marocchina amica del Premier, fermata dalla Polizia per furto, viene fatta rilasciare da Palazzo Chigi che la spaccia per la nipote di Mubarack] è già di per sè di una gravità inaudita e segna lo sfacelo di uno Stato violentato [e qui si torna al bunga bunga] da una cultura del malaffare, della corruzione, dell’impunità e dei soprusi, e da un potere abietto che via via sta trasformandosi in grottesco burlesque. 

La cultura e la democrazia

La cultura e la democrazia

Recentemente sono stati pubblicati i risultati di due indagini sull’istruzione primaria e la cultura in Italia, che [ma guarda un pò che strano] sono passati sotto silenzio. Secondo queste ricerche: «Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra: sono analfabeti totali. Trentotto su cento lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta semplice e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione, ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità, un grafico con qualche percentuale è un’icona indecifrabile. Soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea». Questa tendenza all’analfabetismo di ritorno riguarda tutte le società occidentali, ma in Italia il fenomeno ha un impatto drammatico. Tant’è vero che, ad esempio, siamo in coda all’Europa per lettura di libri e giornali. Secondo l’Istat più della metà degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno, mentre la televisione resta il mezzo di comunicazione dominante. Inutile dire che l’homo videns, come l’ha definito Giovanni Sartori in un suo saggio, è assai più suggestionabile dalla propaganda e dalla demagogia, rispetto alla minoranza ancora affezionata alla parola scritta. Come sostiene il linguista Tullio De Mauro: «La democrazia vive se c’è un buon livello di cultura diffusa, altrimenti, le istituzioni democratiche – pur sempre migliori dei totalitarismi e dei fascismi  –  sono forme vuote. Quanti di noi hanno la possibilità di ragionare sui dati di fatto, partecipando alle scelte collettive con la possibilità di documentarsi sul senso di quelle scelte?»

Ecco quindi spiegati, in questo quadro di insieme, i recenti tagli al settore cultura operati dal PdL e la Lega. E’ l’ultimo atto di una politica che mira scientemente a colpire la cultura, mortificarla, banalizzare e sminuire il lavoro artistico e intellettuale, ridotto a roba per gente che non ha voglia di faticare. La crisi è usata per suscitare disprezzo nei confronti della cultura. Una strategia scellerata che consegna all’Italia un destino di declino e di imbarbarimento. Ieri l’associazione dell’autorialità cinetelevisiva 100autori ha deciso di occupare la Casa del Cinema proprio per denunciare «la pochezza di un governo che considera la cultura un elemento residuale e insieme di segno politico avverso di cui è auspicabile la chiusura per fallimento. Come per l’informazione, la ricerca, la scuola, anche il nostro settore è stato smontato pezzo per pezzo, giorno dopo giorno».

Costituzionale de che?

Costituzionale de che?

Ieri la Commissione Affari Costituzionali del Senato ha approvato l’emendamento al lodo Alfano per cui è possibile sospendere i processi al presidente della Repubblica o al presidente del Consiglio anche per fatti antecedenti all’assunzione della carica. Una disposizione aberrante che non ha corrispettivi in alcuna democrazia occidentale, ripeto: non ha corrispettivi in alcuna democrazia occidentale. Nei Paesi che prevedono l’immunità parlamentare, infatti, questa è legata ai reati funzionali commessi nell’esercizio delle proprie funzioni, ovvero ha a che fare con le attività di governo o di Parlamento. Non c’è paese al mondo dove un uomo delle istituzioni possa invocare un’immunità per salvarsi da accuse che lo riguardano come imprenditore privato o privato cittadino, men che meno per fatti avvenuti prima di ricoprire ogni pubblico incarico.

Dispiace che anche i finiani si siano piegati a dare il proprio benestare a questo emendamento, nonostante il Presidente della Camera abbia giocato la propria diversità proprio sui temi inerenti alla legalità e alla giustizia. «Serve riforma della giustizia, ma non bisogna dare l’impressione che serva a garantire sacche maggiori di impunità» ha dichiarato recentemente Fini. Ad un più attento esame però si comprende che il leader di Futuro e Libertà non è stato incoerente con quanto affermato, perchè questo cosidetto Lodo Alfano Costituzionale [ma di quale Costituzione si sta parlando? Quella della Bielorussia, della Corea del Nord, del Burundi???] non dà l’impressione… dà proprio la certezza che si voglia introdurre una sfacciata ed antidemocratica impunità per il premier!

bossi come berlusconi

bossi come berlusconi

Ieri un politico di primissimo piano ha gridato al complotto della magistratura rossa, colpevole di voler ribaltare il risultato elettorale e quindi di sovvertire la democrazia. Questa volta però non si tratta dell’ennesimo e un pò stantio sproloquio berlusconiano. Le irresponsabili dichiarazioni infatti sono arrivate da Umberto Bossi, che ormai si sovrappone perfettamente al premier anche per la gravità e la stupidità di ciò che afferma. Oggetto del contendere è il riconteggio delle schede alle ultime elezioni regionali in Piemonte, che avevano visto l’attuale Governatore Roberto Cota prevalere sul candidato del centrosinistra per soli 9000 voti. Il Senatur, invece di rimettersi all’operato dei giudici, ha pensato bene di confondere le acque, infischiarsene delle leggi ed aggredire la magistratura, il tutto naturalmente in puro stile Partito dell’Amore: «Non si capisce come faccia la magistratura a ragionare: perchè per la Bresso basta la croce sul partito e per Cota serve la croce sia sul nome del partito sia su quello di Cota? La legge è uguale per tutti, sono cose che è meglio che non avvengano. Non conviene a nessuno che vada così, secondo me neppure alla sinistra anche se capisco che non voglia perdere, ma ha perso e qui non c’è niente da fare».

Bossi sa perfettamente che il punto invece è un altro. Lo scorso luglio il TAR ha decretato l’illegittimità di due liste perchè non si è provveduto a raccogliere le firme necessarie per la presentazione delle liste stesse. Tuttavia, invece di dichiarare nulle tout court tutte le schede riconducibili alle liste in questione, il tribunale ha voluto salvaguardare proprio la volontà dell’elettore leghista, imponendo un riconteggio che stabilisca quanti hanno espresso una preferenza alla sola lista e quanti invece sia alla lista che al candidato presidente. Al fine, cioè, di distinguere fra chi ha crocettato il solo simbolo della lista [voti annullati] e chi ha anche crocettato il nome del candidato [voti validi per Roberto Cota]. Solo chi non ha rispetto per le Istituzioni – ed in questo senso bossi va a braccetto col suo fido alleato berlusconi – può sostenere che in Piemonte la democrazia è a rischio, quando invece il TAR sta muovendosi in modo cristallino ed irreprensibile: se una lista è invalida, non esiste più e i suoi voti sono persi. Fine. Se invece, oltre che la lista, si è indicato anche il candidato, quello è un voto valido. Un concetto semplicissimo persino per le sinapsi non propriamente brillanti dei leghisti, ma in Italia – si sa – paga di più la demagogia ed il becero populismo. Ma non è tutto, esiste anche una terza lista per cui il TAR deve ancora deliberare, per la quale si sostiene che molte firme siano false. Ma per carità, anche in questo caso trattasi di sporco complotto bolscevico!

Pestaggi mediatici

Pestaggi mediatici

L’enorme conflitto di interessi di berlusconi, tycoon dei mass-media ed insieme presidente del consiglio, è il peccato originale da cui deriva la condizione drammatica in cui versa il mondo dell’informazione nel nostro paese. Dopo i recenti casi dell’ex direttore dell’Avvenire Boffo, del giudice Mesiano e del Presidente Fini, è la volta del Presidente di Confindustria a fare le spese di un’informazione brandita come arma di costrizione e ricatto. E non importa se le notizie martellate giorno dopo giorno dai giornali e dalle televisioni di proprietà del premier sono vere, addomesticate o del tutto false. Ciò che conta è fabbricare la quotidiana quantità di fango che serve a screditare ed intimidire chi osa muovere delle critiche a berlusconi. Credo che la vicenda Marcegaglia sia in questo senso emblematica del livello miserevole raggiunto da Il Giornale e certo fa rabbrividire pensare che Feltri e Sallusti siedono oggi sulla stessa poltrona che una volta fu di Montanelli!

In questo contesto si inserisce anche il gravissimo provvedimento disciplinare assunto dal direttore generale della RAI Mauro Masi ai danni di Michele Santoro. La sanzione, da cui ha subito preso le distanze il Presidente Garimberti giudicandola sproporzionata, fa sicuramente parte del disegno berlusconiano di normalizzazione dell’informazione televisiva. Da quando si è insediato a Palazzo Chigi, il Caimano ha promosso un clima di intimidazione nei confronti di alcune trasmissioni sgradite, arrivando persino a fare di persona esplicite pressioni all’AGCOM al fine di ordinare la chiusura di Annozero [fatto che in qualsiasi paese normale avrebbe costretto il premier alle dimissioni]. Oggi la RAI si è di fatto allineata alla fabbrica dei pestaggi mediatici, dando l’ennesima prova di autoritarismo fascista nei confronti della libera informazione.

Vox video, vox dei

Vox video, vox dei

Perchè la sinistra è fortemente responsabile dello sfacelo culturale, sociale e politico di questo Paese? Perchè non si è mai opposta con coraggio all’ingresso in politica di berlusconi prima, e ai suoi governi poi. Inizialmente si è trattato di un gigantesco errore di sottovalutazione del personaggio e della sua innegabile capacità di persuasione presso la pubblica opinione. Lo sbaglio successivo è avvenuto, quando – avendone la possibilità – si è preferito continuare a non regolamentare l’anomalia tutta italiana che consente ad un tycoon mediatico di ricoprire ruoli istituzionali. All’origine di questa sciagurata decisione ci sono stati degli inciuci e dei baratti, ma anche il timore che Berlusconi potesse vestire i panni della vittima e chiamare il popolo all’insurrezione contro lo stato illiberale.

Il risultato deflagrante è oggi sotto gli occhi di tutti. La società Vidierre, la prima società italiana nel monitoraggio dei media, ha recentemente verificato lo stato dell’informazione televisiva. Una situazione che riflette una condizione di completa sottomissione ad un regime videocratico in cui il proprietario di una concentrazione televisiva privata che già dispone di tre reti [e quindi di 3 telegiornali] è anche colui che nomina di fatto i dirigenti della tv pubblica e i direttori dei telegiornali pubblici. Non solo berlusconi con i suoi 997 minuti negli ultimi 9 mesi è il politico più presente nei principali TG, ma da solo ha ottenuto quasi lo stesso risultato di tutti i rappresentanti dell’intera opposizione, che messi insieme risultano presenti per 1052 minuti. Manco a dirlo tutti gli esponenti del centrodestra, ad eccezione – guarda un pò – dei finiani, si trovano ai primi posti, ivi compresi i direttori dei giornali di famiglia: Il Giornale e Libero. Se è vero, come è vero, che una larghissima fetta dell’elettorato italiano forma le proprie convinzioni attraverso i telegiornali più seguiti, è facile comprendere quale razza di violenta perversione si consuma sempre più sfacciatamente nel nostro Paese. Perversione a cui non è affatto estranea la nomina di ieri di Paolo Romani a Ministro dello Sviluppo Economico. Ex dirigente Fininvest [ma và?], Romani ha infatti tra i suoi compiti quello di stendere il contratto di servizio tra Stato e Rai.

Non è un paese per intelligenti

Non è un paese per intelligenti

«Ma certo che quelle società sono mie! Mi servivano per non pagare le tasse! Perché, lo sapete, oltre il 35% di aliquota, evadere le imposte è legittima difesa». Così ha affermato B. ai tempi del processo All Iberian, a proposito delle società off-shore del Gruppo Mediaset. «Sì, B. ha commesso falso in bilancio. Ma va assolto perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato». Così ha sentenziato il Tribunale di Milano, in occasione del Processo Lentini-Milan, dopo che B. si era fatto la legge che depenalizzava di fatto il falso in bilancio. «Sì, non ci sono prove che dimostrino che B. non ha commesso falso in bilancio. Ma è passato troppo tempo, i reati sono prescritti». Così ha detto il Gip di Milano durante il Processo All Iberian 2, dopo che B. si era fatto la legge che dimezzava i tempi di prescrizione. «Sì, non ci sono prove che dimostrino che B. non ha corrotto i giudici. Ma è passato troppo tempo, i reati sono prescritti». Così ha decretato la Corte d’Appello di Milano ai tempi del Processo per il Lodo Mondadori. «Sì, non ci sono prove che dimostrino che B. non ha corrotto i giudici. Ma è passato troppo tempo, i reati sono prescritti». Così ha detto il Tribunale di Milano in occasione del Processo sulle “toghe sporche”. «Sì, non ci sono prove che dimostrino che B. non ha dato 21 miliardi a Craxi. Ma è passato troppo tempo, i reati sono prescritti». Così hanno sentenziato la Corte d’Appello di Milano e poi la Cassazione in merito al Processo per finanziamento illecito ai partiti. «Sì, B. ha commesso falso in bilancio. Ma c’è l’amnistia». Così ha detto la Corte d’Appello di Milano ai tempi del Processo per i terreni di Marcherio. «Sì, B. ha commesso falsa testimonianza. Ma c’è l’amnistia». Così ha sentenziato la Corte d’Appello di Venezia per il Processo P2. «Sì, Alleanza nazionale ha venduto a una società off-shore un appartamento che aveva ricevuto in eredità; ha preso 300.000 euro e li ha iscritti a bilancio. Adesso in quell’appartamento c’è il cognato di Fini. Fini deve dare le dimissioni da presidente della Camera». Così hanno detto i giornali e le televisioni controllati o posseduti da B.

Se i fratelli Coen avessero ambientato il loro film in Italia, lo avrebbero intitolato Non è un paese per intelligenti. La convinzione di stare in mezzo a milioni di coglioni è cosa che sconforta e deprime ed è questo che più mi angustia del vivere in Italia. Paese bellissimo, il cui tessuto civile e sociale si è però del tutto logorato, annichilito dalla forza d’urto del populismo berlusconiano e leghista. Solo in un Paese come il nostro ha diritto di cittadinanza una triste pantomina come quella che riguarda la casa di Montecarlo di An. Una sceneggiata che i media del Presidente del Consiglio hanno realizzato ad hoc per ottenere successo e credibilità presso un pubblico di cerebrolesi, obnubilati da una endemica ignoranza, così irreversibilmente profonda da non sospettare neppure se stessa. Lo stesso pubblico che liquida come goliarda un premier che bestemmia in pubblico, o un ministro che definisce porci i cittadini della capitale del suo Paese. Quindi mi scuso se ho offeso qualcuno chiamando coglioni molti dei miei connazionali, ma mi picco di essere un pò goliarda anch’ io!

Com’è triste Venezia

Com’è triste Venezia

«A Silvio. Vita assaporata. Vita preceduta. Vita inseguita. Vita amata. Vita vitale. Vita ritrovata. Vita splendente. Vita disvelata. Vita nova». E poi: «A Marcello Dell’Utri. Velata verità. Segreto stupore. Sguardo leggero. Insondabili orizzonti». Ed ancora: «Siccome i finanziamenti sono dello Stato d’ora in poi intendo mettere becco anche nella scelta dei membri della giuria del Festival del Cinema di Venezia». Ed infine: «Tarantino è espressione di una cultura elitaria, relativista e snobistica. E la sua visione influenza anche i suoi giudizi critici, pure quelli verso i film stranieri». Cosa hanno in comune queste 4 perle di saggezza, questo ispirato crescendo di acute intuizioni? Facile: la provenienza. E’ stato tutto partorito dalla prodigiosa vena intellettuale del Ministro alla Cultura, Sandro Bondi. Si lo so, accostare la parola cultura a bondi è in apparenza una contraddizione in termini, ma non fatevi fuorviare dalla scontata propaganda bolscevica. Bondi è uomo misurato, imparziale e pieno di buon senso.

Se il cinema italiano non vince neppure un premio al Festival di Venezia non ci si deve disperare. Infatti basta assicurarsi una giuria di parte, particolarmente attenta alla nostra produzione – a patto beninteso che non sia comunista – selezionata appositamente dal nostro grande Sandrone. Dopo la recente polemica con Elio Germano e dopo aver tagliato i fondi previsti per il mondo dello spettacolo, il ministro – galvanizzato dall’insuccesso del cinema nostrano, perchè evidentemente in balia di una consunta intellighenzia sinistrorsa – pensa ad occupare militarmente il Festival, così come già fatto con la RAI. Certo, i detrattori potrebbero sostenere che una prestigiosa mostra dedicata al cinema nazionale ed estero, la cui giuria è scelta dal Governo, potrebbe perdere di credibilità. Ma Italia, invece di sostenere la cultura, si preferisce indirizzarla. Che volete… siam fatti così!

Il fascismo della Lega

Il fascismo della Lega

Mai e poi mai nella storia della Repubblica Italiana era accaduto che una scuola pubblica venisse marchiata con i simboli di un partito politico. E’ successo lo scorso sabato ad Adro, in provincia di Brescia. Il paese era già assurto agli onori della cronaca in primavera, quando alcuni figli di genitori stranieri erano stati esclusi dalla mensa scolastica per non aver pagato le rette che i loro genitori avevano dichiarato di non potersi permettere o di aver pagato in ritardo. Ora la comunità leghista di Adro, capeggiata dal sindaco, è persino riuscita a superare sè stessa, autotassandosi allo scopo di costruire un istituto scolastico intitolato all’ideologo della Lega Nord Gianfranco Miglio, che in verità si presenta come un laboratorio di indottrinamento per giovanissime menti, degno del peggior regime nazista od islamico. Tutta la scuola è infatti disseminata di simboli del partito di Bossi: sui banchi, sulle vetrate, sugli zerbini, sulle decorazioni, sui posacenere, ovunque. Quel che preoccupa è pensare che un sindaco che governa in nome della Repubblica Italiana e non del sedicente popolo padano abbia deciso di trasformare una scuola pubblica in sede di partito, anzi in un tempio consacrato al Carroccio, e che nessuno, all’interno della Lega e del PdL, abbia preso le distanze da questa operazione di violento fanatismo. Ed ancora, pensare che dei bambini studino in una scuola in cui dappertutto è presente un simbolo politico e che si abituino a vedere solo quello [non c’è neppure una bandiera italiana], fa rabbrividire! Inutile ricordare che ai ragazzi va insegnata la letteratura, l’amore per le scienze, la storia e la geografia. Il rispetto per l’ambiente, lo sviluppo della coscienza, del senso critico, e non certo l’obbedienza verso i partiti. Adolf Hitler nel Mein Kampf scriveva «Lo Stato nazista deve considerare il bambino come il bene più prezioso della nazione». Quelli della Lega devono aver imparato bene la sua lezione.

Così Michele Serra sulla vicenda «Alla maggioranza leghista di Adro dev’essere sembrato ovvio considerare ininfluenti eventuali obiezioni, disagi, proteste da parte di chi leghista non è, che ritenendo di iscrivere i figli alla locale scuola pubblica [che vuol dire: la scuola di tutti] li ritrova iscritti d’ufficio a una scuola “verde”, involontaria parodia delle scuole coraniche. L’omissione di questo scrupolo basilare [esistono minoranze ad Adro? Vanno rispettate? Tenute in considerazione?] è l’aspetto più sconvolgente della vicenda. Perché illustra una sorta di intolleranza “naturale” tipicissima dei regimi e delle masse plaudenti che li sostengono, alla quale non siamo più avvezzi da sessantacinque anni».