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Categoria: politica

Il Governo Montusconi

Il Governo Montusconi

Quando nel novembre scorso si insediò il Governo Monti, furono due i refrain ripetuti fino allo sfinimento. In primis l’azione dell’esecutivo sarebbe stata improntata a criteri di massima urgenza e circostanzialità. Avrebbe dovuto – cioè – porre in essere una serie di misure dirette esclusivamente a far uscire il Paese dalle sacche di una grave crisi. Tali misure, secondariamente, avrebbero perseguito fini di equità sociale, di modo da distribuire con giustezza i sacrifici che gli italiani avrebbero dovuto compiere.

Oggi, dopo 4 mesi di cura Monti, penso che non sia cosa azzardata sostenere che nessuno di questi due principi sia stato rispettato. Per molti versi la politica del nuovo Governo – come molti osservatori stanno evidenziando –  si caratterizza piuttosto come una mera prosecuzione di quella del precedente. La finanziaria non ha previsto alcuna patrimoniale, l’IVA è stata portata al 23%, e lo smantellamento dell’Art. 18 è diventato il tema centrale della riforma del lavoro. Tre esempi fra gli altri che servono ad inquadrare come l’esecutivo si sia limitato a procedere lungo il solco di  una politica illiberale ed autoritaria tipica della destra berlusconiana, perdipiù utilizzando la clava dell’apparente cifra tecnica e dell’ottima considerazione che fino ad ora gli è stata accordata da stampa ed opinione pubblica. Una politica che peraltro sta mettendo sempre più in difficoltà il Partito Democratico, diviso fra la fedeltà al Governo e la difesa dei diritti dei lavoratori.

Lo strano caso dell’emendamento del PD presentato e poi ritirato

Lo strano caso dell’emendamento del PD presentato e poi ritirato

«Abrogare il reato di concussione e trasformarlo in corruzione o estorsione. È uno degli emendamenti proposti dal Pd al ddl anticorruzione. E di per sé non farebbe notizia se non fosse che la modifica rischia di diventare causa immediata di proscioglimento di Silvio Berlusconi nel processo Ruby per il reato di concussione, cioè per l’ormai famosa telefonata dell’ex premier in Questura con cui fece liberare Ruby in quanto “nipote di Mubarak”. Il processo continuerebbe per l’altro reato, la prostituzione minorile, ma non per questo, a meno che il giudice non lo qualifichi come estorsione o come corruzione. Il che è impossibile. Tutt’al più come abuso d’ufficio, punito però fino a 3 anni, mentre la concussione ne prevede 12, e mandando al macero le prove raccolte».
 
Così Il Sole24ore a proposito dello scellerato emendamento del PD che avrebbe potuto fare un enorme regalo all’ex premier.  Senza entrare nel merito giuridico della vicenda, perchè marginale ai fini del ragionamento che in molti hanno fatto una volta appresa la notizia, mi pare che al riguardo si possano fare soltanto due generi di considerazioni. O quelli del PD sono in malafede, oppure sono degli sprovveduti. Scartando l’ipotesi più grave, per estrema bontà d’animo, resta la seconda. E’ davvero possibile che nessuno nel Partito Democratico possa essersi accorto che questo emendamento – presentato ben prima dell’affaire Ruby – se approvato adesso sarebbe andato ad impattare sul processo riguardante berlusconi? E questo dopo mesi e mesi in cui Bersani e gli altri dirigenti del partito si erano spesi, in tutte le tribune immaginabili, per stigmatizzare l’evidente reato di concussione in cui il Caimano era incorso? E’ possibile che si sia dovuto attendere la reazione dei media e l’accusa di Di Pietro per ritirare l’emendamento, con una pezza che non fa altro che confermare il gravissimo errore di valutazione politica al riguardo?
Il Salvacondotto

Il Salvacondotto

In questi giorni ho letto da più parti che, per la sua uscita di scena a novembre, berlusconi avrebbe preteso una sorta di salvacondotto giudiziario per lui ed i suoi amichetti. Sono sempre stato restio a prendere in considerazione questo genere di ipotesi che sanno così tanto di fantapolitica. Perdipiù sono convinto dell’indipendenza del potere giudiziario rispetto a quello politico. Non ho mai ritenuto, ad esempio, che vi sia mai stato un accanimento politico di parte della magistratura nei confronti dell’ex premier, il quale – semmai – è sceso in politica proprio per non rispondere di vari reati, fra cui alcuni contestati ben prima del 1993, anno in cui fondò Forza Italia insieme a Marcello Dell’Utri.

In particolare Luca Telese su Il Fatto  pone l’accento sull’apparente [e, a suo dire, piuttosto sospetta] casualità di alcuni fatti giudiziari, avvenuti tutti successivamente all’insediamento di Monti a Palazzo Chigi. Il giudizio della Corte Costituzionale contrario alla legittimità dello scomodo referendum anti porcellum, poi la prescrizione per l’ex premier al processo Mills, e poi ancora la sorprendente sentenza della Cassazione di pochi giorni fa che ha stabilito che il processo Dell’Utri sia da rifare [decisione che verosimilmente condurrà anche il senatore del PdL verso la prescrizione]. Solo coincidenze? Mah… chissà… probabilmente sì, anche se più di un’osservatore è pronto a scommettere che l’ex premier sarebbe stato disposto ad affossare l’intero Paese, pur di non farsi da parte senza una garanzia sull’ impunità giudiziaria sua e del suo sodale. Del resto questa è una soluzione prospettata in tempi non sospetti ed in modo esplicito anche da politici di primo piano, come ad esempio Rocco Buttiglione.

Lega ladrona?

Lega ladrona?

Fatto salvo il famoso principio della presunzione di innocenza fino a giudizio emesso, l’indagine per corruzione a carico del presidente del Consiglio Regionale della Lombardia, il leghista Davide Boni, è una bella tegola in casa del Carroccio. Se l’accusa finale fosse di colpevolezza, infatti, dimostrerebbe nel modo peggiore che anche il partito di Bossi, nato vent’anni fa come reazione al sistema politico centralista, fatto di ruberie e corruttele, è ormai pienamente organico al regime di malaffare messo in piedi dal PdL e che, perlomeno in ambito milanese, ha visto coinvolto anche un esponente di punta del PD.

Ciò che dispiace sono le prime reazioni del Senatur e di gran parte della dirigenza del partito, che – nel miglior stile berlusconiano – parlano di ritorsioni e complotti orditi dalla magistratura.  Se poi si nutrisse ancora qualche dubbio sull’idea di trasparenza e democraticità in seno al Carroccio, basta leggere il suo organo ufficiale di informazione, La Padania, che per il secondo giorno consecutivo omette di parlare della vicenda, preferendo – evidentemente – concentrarsi su notizie sicuramente più importanti, come la sagra della polenta taragna col cotechino a Brembate di Sopra.

Ripensare la politica

Ripensare la politica

Le vicende legate alla controversa realizzazione della nuova linea ferroviaria Torino-Lione in Val di Susa, sono assurte da tempo agli onori della cronaca. Mi domando perchè a fronte delle crescenti manifeste perplessità, e non mi riferisco soltanto a quelle portate avanti dagli abitanti della zona, quanto in particolare a quelle di tecnici, studiosi e ricercatori, il Governo abbia preferito assumere una posizione intransingente. E’ della scorsa settimana uno studio di ben 360 docenti ed esperti che evidenzia le ambiguità di un’opera come la TAV e si appella a Monti affinchè riconsideri il progetto. A fronte di così tanti dubbi, esistono però anche delle certezze. E’ cosa certa, infatti, che nel momento in cui si esauriscono gli spazi per un confronto e una mediazione, arrivi sempre la violenza. Altrettanto sicuro è che laddove ci siano concentrazioni di masse, meglio ancora se sotto i riflettori dei media, si infiltrino immancabilmente agenti provocatori o persone animate da logiche ed interessi diversi da quelli sul tappeto.

E’ evidente ormai come la vicenda della TAV abbia travalicato i problemi originari, e sia diventata simbolica del malessere che la gente avverte nei confronti della politica e delle istituzioni, non più percepite come rappresentative delle istanze popolari. E’ forte il bisogno che la nostra democrazia torni ad essere partecipativa e metta al centro del proprio agire la capacità di dialogare e comprendere, e non tanto lo sterile scontro fra tifoserie contrapposte. 

Ingiustizia è fatta

Ingiustizia è fatta

La scorsa settimana il Presidente della Repubblica tedesco si è dimesso  per un’accusa di interesse privato in atti d’ufficio. Il cancelliere Angela Merkel ha commentato la decisione del presidente Christian Wulff, affermando che «una delle forze dello stato di diritto è che tratta tutti nello stesso modo». Dato questo assunto iniziale, se ne deduce piuttosto facilmente che l’Italia non è uno stato di diritto. E non lo è perchè da 20 anni a questa parte consente ad un singolo uomo d’essere – citando Orwell – più uguale di tutti gli altri. Un uomo che, sfruttando il proprio impero economico e mediatico, e la propria posizione di enorme potere, si è fatto beffa della giustizia italiana. In tutto ciò è grande la responsabilità – o per essere ancora più chiari – la complicità di quella parte di Paese che ha votato per lui [direttamente o meno], consentendogli l’ultimo di una lunga serie di schiaffi alla legalità. Un pò come chi nasconde a casa sua un ricercato, sottraendolo al corso regolare della giustizia.

Fortunatamente in questo senso io ho la coscienza pulita, tuttavia l’amarezza di vedere un partito politico esultare per una sentenza che prescrive il reato, pur non assolvendo l’imputato, è tanta. Così come è tanta la vergogna di vivere in un Stato che non tratta tutti nello stesso modo. 

Cinque per Mills

Cinque per Mills

Qualcuno si ricorda di un imprenditore televisivo dall’oscuro passato e con qualche pendenza giudiziaria, che nel 1994 decise di scendere in politica e governò l’Italia fino allo scorso novembre? Lo stesso che, sfruttando la sua posizione di potere, cercò in tutti i modi possibili di sfuggire ai processi che lo riguardavano. Quello che aveva confidato ad Obama che in Italia esisteva una dittatura dei magistrati comunisti. Sempre quello che aveva imposto al Parlamento della Repubblica di ratificare che Ruby Rubacuori fosse effettivamente la nipote di Mubarack. Ancora lo stesso che i più sostenevano fosse meglio governasse, perchè tanto non c’erano alternative. Bene… ora che un’alternativa è stata trovata e lui non è più Presidente del Consiglio – anche se c’è chi afferma stia pensando a farsi eleggere prossimo Presidente della Repubblica – le notizie che riguardano i suoi processi dalle prime pagine stanno scivolando verso il fondo dei quotidiani. Tuttavia o forse proprio per tale ragione, ritengo sia buona cosa fare il punto.
Due giorni fa, giocando sempre sul filo della prescrizione che Ghedini e colleghi hanno cercato di far abbreviare in ogni modo, è arrivata la richiesta del PM in merito al processo Mills. Cinque anni di carcere per silvio berlusconi perchè «colpevole di corruzione, al di là di ogni ragionevole dubbio». Richiesta a cui si aggiunge quella di 250 mila euro di risarcimento da versare alla Presidenza del Consiglio, per danni morali e di immagine. Sempre due giorni fa la Corte Costituzionale ha respinto il ricorso della Camera contro la procura di Milano per il conflitto di attribuzione tra poteri, nell’ambito del processo Ruby, che vede l’ex premier imputato per concussione e prostituzione minorile.  Il Parlamento aveva sostenuto che i reati in oggetto fossero ministeriali, ossia posti in essere da berlusconi nell’esercizio delle sue funzioni. Bocciando il ricorso, la Consulta dà il via libera al proseguimento del processo a Milano, che altrimenti avrebbe dovuto ripartire da zero presso il Tribunale dei Ministri. Il tutto naturalmente condito dalle immancabili dichiarazioni di Bondi che parla di democrazia dimezzata.
Il PD non ci capisce niente (anche a Genova)

Il PD non ci capisce niente (anche a Genova)

Quanto accaduto nella mia città alle primarie del centro sinistra per la scelta del candidato sindaco si inserisce in un più ampio quadro nazionale, in cui il Partito Democratico ha più volte dimostrato una totale incapacità di ascoltare gli umori e le istanze di quella fetta di elettorato che dovrebbe rappresentare. Nel Paese esiste un enorme bisogno di recuperare una politica che sappia farsi interprete delle esigenze della gente comune. Invece il PD ormai viene percepito – analogamente al PdL – come un centro di potere autonomo, del tutto slegato dai problemi concreti della società reale.
 
A Genova la gente di sinistra chiedeva un forte segnale di cambiamento, dopo la disastrosa amministrazione di Marta Vincenzi. Il PD non ha avuto il coraggio di toglierle il suo appoggio, affiancandole invece un secondo candidato espressione del partito, la senatrice Roberta Pinotti. Così ha portato avanti una strabiliante strategia suicida, presentando 2 candidati che si son sostanzialmente divisi i voti che avrebbero dato la maggioranza assoluta ad un candidato unico. In questo contesto ha avuto la meglio l’indipendente Marco Doria, docente universitario di Storia economica,  vicino a Don Gallo e sostenuto da Sinistra e Libertà. Persona preparata, seria e per bene, sganciata dalle logiche partitiche di spartizione del potere, che – dopo aver trionfato con ben il 46% delle preferenze – ha dichiarato: «C’è una terza strada, tra l’antipolitica di Beppe Grillo e la voglia di lasciar perdere che emerge in settori della sinistra. E’ la voglia di cambiare da dentro, è la passione, l’entusiasmo della gente». Ed il PD? Come al solito non ci ha capito niente. Così, dopo aver perso le primarie a Milano e a Napoli, a beneficio rispettivamente di Pisapia e De Magistris, ha nuovamente confermato di non avere una classe dirigente all’altezza. Perlomeno però il segretario provinciale e quello regionale hanno avuto il buon senso politico di rassegnare le proprie dimissioni.
 
Posto fisso? Che noia, che barba, che noia!

Posto fisso? Che noia, che barba, che noia!

E così è arrivata anche la seconda dichiarazione infelice in una settimana. E’ un brutto segnale, tanto più brutto perchè il protagonista di questa nuova gaffe è il Presidente del Consiglio in persona, che – invitato mercoledì a Matrix – ha affermato: «Che monotonia il posto fisso». Una frase “forte” che si va ad aggiungere a quelle sull’articolo 18 che non dev’essere più considerato un tabù. Affermazioni che se fossero state fatte da berlusconi [in effetti lo stile ricorda proprio quello di certi proclami dell’ex premier], avrebbero portato alla sua crocefissione.  Quanto detto da Monti svilisce qualcosa che per tanti è un punto di arrivo e per troppi è soltanto una pia illusione. Basti pensare ai milioni di precari: è di pochi giorni fa la stima dell’ISTAT per cui un giovane su tre è senza lavoro. Si pensi anche ai cinquantenni che, una volta estromessi dal mercato del lavoro, non sono più in grado di rientrarvi. Per non parlare poi delle banche che certamente non concedono mutui a chi non ha una posizione stabile, o dei mille stage gratuiti e senza prospettive con cui le imprese si garantiscono lavoro a costo zero.

L’elogio alla flessibilità fatto da Monti in realtà nasconde l’invito a rassegnarsi ed accettare una società ingiusta, in cui i “monotoni” in questione vengono chiamati a districarsi fra periodi più o meno lunghi di disoccupazione e fra un lavoro precario e l’altro, senza diritti nè sbocchi. Ed è proprio questo che è più inaccettabile della dichiarazione del Premier, rilasciata da chi – invece – dovrebbe per primo dare l’impulso perchè emerga finalmente una nuova Italia.

Da bamboccioni a sfigati

Da bamboccioni a sfigati

Michel Martone, 38 anni, è il viceministro al Lavoro e – per inciso – anche un figlio di papà. Il papà in questione è il giudice Antonio Martone,  cresciuto nello studio legale di Cesare Previti [si, proprio lui!], ex presidente dell’Authority scioperi, con “mani in pasta” un pò ovunque tanto da essere sentito qualche mese fa come “persona informata dei fatti” sulla loggia P3. Martone junior è stato consigliato a Monti dall’ex ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, e dall’ex responsabile della Funzione pubblica, Renato Brunetta [si, si, proprio loro!], con cui aveva collaborato nel precedente Governo.

Se ne evince che il viceministro è un uomo fortunato, talmente fortunato, da considerare con disprezzo i moltissimi che non condividono la sua stessa buona sorte. Eh si, perchè in questi giorni Martone è assurto [per così dire] agli onori della cronaca politica per aver affermato che «laurearsi dopo i 28 anni è da sfigati». Una dichiarazione che – se vogliamo – è ancora più colpevolmente superficiale e volgare di quella sui bamboccioni dell’ex ministro Padoa Schioppa, perchè pronunziata da una persona ancora giovane [ma evidentemente vecchia dentro], che si presume debba ben conoscere la realtà di tantissimi giovani che hanno avuto la sfiga [quella sì] di vivere in un Paese come l’Italia di inizio secolo. La frase di Martone è uno schiaffo in faccia alle migliaia di ragazzi che lavorano per pagarsi l’Università e che quindi si sottomettono ad un percorso di studi più lungo, e a tutti quelli che pur laureandosi sono costretti ad accettare lavori non all’altezza del titolo conseguito e delle proprie capacità [quando va bene], dato che il nostro sciagurato mercato del lavoro non fa sconti a nessuno. Che sia forse questa la vera “sfortuna” che un viceministro al Lavoro dovrebbe impegnarsi a risolvere?