Il capezzonismo

Così Alessandro Gilioli suo sul blog: «Lo sapevamo, cosa stava succedendo in Sinistra Ecologia e Libertà. Lo sapevamo cioè che c’era una parte di quei compagni che si sentiva attratta dal potente e dinamico contenitore onnicomprensivo di Renzi. Niente di strano, niente di male: capisco benissimo la sensazione di frustrazione costituita dalla marginalità. Capisco benissimo anche che la testimonianza in sé non è un valore, se non incide nella società. (…) Rispettabile ma sbagliato: per il semplice fatto che là dove stanno andando non incideranno sul Paese un milligrammo di più di quanto abbiano fatto finora. Anzi, saranno più marginali di prima. E lo saranno trasformandosi pure in complici di ciò che avversano. O almeno hanno avversato fino a ieri: la precarizzazione del lavoro, le privatizzazioni, i regali alle banche, l’allontanamento (ulteriore) della rappresentanza dai rappresentati, le liste bloccate, il governo con Alfano e Giovanardi. Non mi sembra un grandissimo risultato.(…) E se l’obiettivo è incidere, la stessa Sel residua non basta più. Anzi, come tale, da sola e con il suo attuale leader, non ha proprio più prospettive. Per via di tanti motivi. Non ultimo, la parabola da tre anni in fase discendente del suo fondatore, appunto. (…) Ma non è nemmeno tanto Vendola, la questione. La questione è l’area a sinistra del Pd. L’area che io – scusate – definisco semplicemente di sinistra, senza più quell’aggettivo – “radicale” – che ne fa una nicchia. Ci sono altre sinistre in giro, certo: in una parte del Pd e pure nel Movimento 5 stelle. Ma non c’è un partito in cui la sinistra sia prevalente. Non c’è una una forza politica di sinistra, oggi, in Italia. Credo che l’obiettivo oggi possa essere solo fare piazza pulita delle identità vecchie e nuove – Sel, Rifondazione, perfino la lista Tsipras – e costruire una cosa che si chiama la Sinistra e basta. Una cosa che abbia come primo obiettivo delineare un disegno politico, economico, sociale e di cittadinanza chiaro per questo Paese. Senza farsi pippe di alleanze, ora. Costruendo invece consenso e radicamento sociale sul proprio progetto alternativo di Paese. E su battaglie concrete in quella direzione».
 
Sinceramente comprendo poco i parlamentari di SEL che oggi decidono di avvicinarsi a Renzi. Una decisione posta in essere proprio nel momento in cui il PD si configura come partito neocentrista e leaderista. Un partito sempre meno propenso a coltivare la propria anima pluralista e in particolare a tollerare le varie componenti di sinistra (si pensi ad esempio alla marginalizzazione di Civati, Cuperlo e Mineo). Cosa è allora questa scelta se non un becero esercizio di salire sul carro del vincitore? Cosa differenzia Migliore, Fava e gli altri dal “capezzonismo” di cui sono affetti troppi politici italiani?
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L’arroganza di Renzi

Il PdR (Il Partito di Renzi, che di democratico ormai non ha più moltissimo) ha deciso di espellere Corradino Mineo dalla Commissione Affari Costituzionali, perchè contrario alla proposta di modifica del Senato avanzata dal Governo. ll dissidente stava infatti diventando un’ostacolo sempre più scomodo per chi è disposto a sacrificare anche la Costituzione in nome di ambizioni e vanità personali. «Il problema non sono io – ha affermato Mineo – se ci fosse un mio clone che rispondesse al capo bastone di turno, il problema sarebbe lo stesso: come si può pensare di cambiare la Costituzione con 15 contro 14?». Impossibile per qualsiasi persona dotata di intelligenza e senso civico non essere d’accordo con questa affermazione.
 
Un tema così importante e delicato come quello delle riforme istituzionali non può essere portato avanti a colpi di maggioranza. In questi casi ci si deve obbligatoriamente spendere per la condivisione più ampia possibile, altrimenti si è comunque miseramente fallito, aldilà delle dichiarazioni e degli slogan all’insegna della faciloneria e del populismo. Ancora una volta Renzi dimostra l’arroganza di chi non vuole (o non sa) scendere a patti col dissenso interno e di chi non sa (o non vuole) considerare il pluralismo come un bene da salvaguardare, conducendo i democratici su territori sempre più contigui a quelli dove sono soliti muoversi partiti padronali come FI e M5S. Non a caso uno dei commenti favorevoli alla decisione del PdR è di Luigi Di Maio, che in qualità di deputato pentastellato è ben abituato alle epurazioni di coloro che non concordano col pensiero unico del proprio leader. L’ottusa protervia del premier non si è fermata neppure dinanzi all’autosospensione di ben 14 senatori del suo partito, in solidarietà al collega rimosso. La legittimazione popolare (ricordata ieri da Renzi) non può rappresentare un lasciapassare per derive autoritarie, e a chi fra i fedelissimi del Presidente del Consiglio si fa scudo con la “disciplina di partito” risponde sacrosantemente la senatrice Lucrezia Ricchiuti: «la disciplina di partito è necessaria ma essa è un traguardo da raggiungere con il dibattito democratico interno al partito e al gruppo, con il confronto e l’apporto genuino dei parlamentari da tutti i territori. Intesa militarmente, la disciplina di gruppo è la morte del Parlamento libero».
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Oltre

Con buona pace di chi sosteneva che il voto dato all’ Altra Europa non fosse un voto utile, perchè la lista guidata da Alexis Tsipras non avrebbe mai raggiunto la soglia di sbarramento, oggi la Sinistra Italiana porta in Europa 3 esponenti. Questo, insieme allo straordinario successo di Syriza in Grecia, fa ben sperare che in Italia e nel Continente ci sia ancora spazio per le istanze portate avanti dalla Sinistra. Credo che – come ha giustamente sottolineato Vendola – si sia piantato non una semplice bandiera, ma ben più di un seme.
 
A parte ciò, i dati che emergono da questo turno elettorale sono sostanzialmente due. Il trionfo del PdR (il partito di Renzi) e il vistoso calo delle due più grandi forze populiste. Evidentemente la gente si è convinta che al momento Renzi costituisca la speranza più concreta di un reale cambiamento e che il suo partito rappresenti la roccaforte più robusta contro il dilagare della demagogia, della volgarità, dell’insulto e della piccineria. Renzi ha oggi un mandato solido ed autorevolissimo. Guai a sciuparlo, perchè al prossimo giro potrebbe succedere ciò che è accaduto in Francia ieri. Rispetto alle elezioni politiche dell’anno scorso Forza Italia perde il 5,5% (anche se allora si presentava insieme ad Alfano) ed il M5S il 4,5%. Un crollo in entrambi i casi. Per berlusconi segna sicuramente l’inizio della fine e per grillo, accreditato alla vigilia delle consultazioni di ben altre percentuali, è una sonora porta in faccia ai propositi di vittoria espressi durante la sua campagna. Perde l’Italia antidemocratica, violenta ed impresentabile. Perde l’Italia che non prevede il pluralismo di idee e soffoca il dissenso, autoritaria ed illiberale. L’Italia che va avanti a forze di becera propaganda; che mette all’indice il giornalismo che osa criticare; che deligittima ed insulta gli avversari politici; che specula sulla disperazione e sulla rabbia della gente; che si muove secondo una presunzione di superiorità, politica e morale; che non contempla il confronto democratico; che è “oltre Hitler”. Il punto più basso di questa agghiacciante campagna elettorale l’ha toccato proprio grillo, quando – nel corso dello stesso comizio – ha affermato da una parte di voler istituire dei tribunali popolari via web che giudicheranno le colpe e stabiliranno la pena per giornalisti, imprenditori e politici, e dall’altra di essere l’unico leader che si rifà alla lezione di Berlinguer. Tanto. Troppo per qualsiasi persona normalmente dotata di raziocinio e buon senso. Oltre non c’è Hitler, ma solo la più perfetta stupidità.

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Con una minoranza

«Stavo pensando una cosa molto triste, cioè che io, anche in una società più decente di questa, mi troverò sempre con una minoranza di persone. Ma non nel senso di quei film dove c’è un uomo e una donna che si odiano, si sbranano su un’isola deserta perché il regista non crede nelle persone. Io credo nelle persone, però non credo nella maggioranza delle persone.» Cito Nanni Moretti per descrivere la mia posizione rispetto al desolante panorama politico italiano. La stragrande maggioranza degli Italiani fra meno di un mese voterà per 3 partiti che sento lontani.

Su Forza Italia, fondata vent’anni fa a Palermo da un pregiudicato e da un latitante, ho già scritto decine di post. L’ottuagenario berlusconi, ridotto ormai alla parodia di se stesso, continua pur ai servizi sociali la propria personale battaglia contraria al senso dello Stato, al rispetto delle Istituzioni e al principio di legalità, non lesinando – come da consumato copione – gaffes di caratura internazionale, attacchi al Presidente della Repubblica che non gli ha concesso la grazia e ai magistrati rei di un vero e proprio colpo di Stato. E se il ducetto di Arcore ha sempre anteposto i propri interessi a quelli del Paese, il Reverendo Grillo gli interessi del Paese li vuole demolire. Leader non di una forza politica, ma di un’autentica setta religiosa in cui nessuno può osare criticare il suo pensiero, il profeta del vaffanculo è – ancor più di berlusconi – l’espressione più antidemocratica dell’orizzonte politico di casa nostra. Il Partito Democratico ha certamente serietà, tradizioni e valori che non si possono comparare con quelle di FI o del M5S, ma la sua nuova leadership non mi convince affatto. Lo stile comunicativo di Renzi, sempre molto attento a cavalcare i mass media con slogan ad effetto puntualmente disattesi dai fatti, deve moltissimo alla “lezione” berlusconiana sul modo di sedurre gli elettori. Dopo gli ultimi vent’anni, solo un uomo capace di imitare il Cavaliere poteva ottenere un consenso così trasversale (secondo un sondaggio del Corsera, tra coloro che l’anno scorso avevano votato il Pdl, ben il 7% intenderebbe passare al Pd). Io ancora una volta mi allontanerò dalla maggioranza dei miei connazionali e voterò per la Lista Tsipras. Curzio Maltese, persona stimabile ed ottimo giornalista, è il capolista per il collegio del Nord Ovest. Darò a lui la mia fiducia.

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Dialogare o eliminare?

I diversi milioni che hanno votato Grillo nel febbraio 2013 lo hanno fatto per la spinta al cambiamento tanto sbandierata durante la campagna elettorale dei 5 stelle. Oggi, dopo un anno di Parlamento, qualche consuntivo è possibile farlo. Con la politica del “noi contro tutti” il Movimento non ha prodotto alcun reale cambiamento. Le consultazioni con Renzi sono emblematiche. Chi ha votato perchè Grillo si recasse a Roma lo ha fatto perchè il leader dei 5 Stelle mettesse in campo la proposta del Movimento, la confrontasse con quella del premier incaricato, con l’obiettivo di metterne in evidenza i limiti o le contraddizioni. Insomma: facesse politica. Invece tutto si è risolto in uno show inutile e banalotto, con la prevedibile appendice del processo ai senatori pentastellati che hanno osato manifestare perplessita’ circa il metodo usato dal proprio “portavoce” nel corso di tale confronto.

Grillo si rifiuta di riformare la democrazia, di concordare una soluzione alla crisi, di partecipare a traghettare l’Italia fuori dall’emergenza, perchè sostiene che la priorità sia abbattere il sistema. «Governeremo sulle macerie» è solito affermare. «A me non interessa dialogare democraticamente con un sistema che voglio eliminare» ha sentenziato due giorni fa. Vale la pena ricordare che in Italia le forme storiche di antiparlamentarismo che intendevano eliminare la democrazia si sono trasformati in governi autoritari? Occorre davvero rimarcare che il cambiamento di cui questo Paese ha necessità deve condursi dentro le istituzioni e tramite la politica, e non attraverso la ricerca dello sfascio?

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L’errore più grande

Chi si augurava che con l’arrivo di Matteo Renzi il Partito Democratico avesse finito con gli sbagli, con le mosse autodistruttive, con le manovre incomprensibili al proprio elettorato e con le scelte facilmente strumentalizzabili dagli avversari politici, ha fatto male i propri conti. Non solo non è affatto così, ma oggi, con l’iniziativa del Sindaco di Firenze di andare al Governo senza passare dalla legittimazione del voto, i democratici commettono l’errore più grande, quello che in un colpo solo può sancire il suicidio politico del loro segretario e la fine delle speranze di vincere le prossime elezioni.
 
Renzi ha costruito la propria immagine proprio grazie all’investitura popolare delle primarie, dimostrando sempre una straordinaria capacità di cogliere ed assecondare gli umori della gente, con particolare riferimento alle istanze di cambiamento. Con questa decisione però volta le spalle alla volontà dei cittadini, fortemente avversi all’ipotesi della cosiddetta staffetta [anche se in realtà nella staffetta il testimone lo si passa, non lo si prende con la forza], che tanto sa di vecchia politica. Snatura la sua identità di leader acclamato a furor di popolo,  per diventare il terzo Presidente del Consiglio consecutivo designato “a tavolino” [troppo anche per una Repubblica Parlamentare come la nostra]. Rinnega le sue dichiarazioni sempre contrarie alle larghe intese, per spartire il Governo con Alfano. Una mossa imprudente ed impudente che lo mette alla guida del Paese in uno dei suoi momenti peggiori tutt’altro che in condizioni di forza, con una maggioranza disomogenea ed inadatta a dare quelle forti risposte di cui l’Italia ha bisogno e con un gran numero di parlamentari del proprio partito appartenenti ad altre correnti, alla mercè quindi dei franchi tiratori sia esterni che interni. Un azzardo che offre alle opposizioni di berlusconi e grillo comodissime argomentazioni demagogiche con cui rafforzare il proprio consenso. Insomma: il sindaco di Firenze rischia di sperperare il patrimonio di credibilità accumulato fino ad ora, consegnando il Paese per i prossimi 10 anni alle forze populiste, e al contempo affossando il partito di cui è segretario soltanto da poche settimane. Un record storico. Persino per il PD. Tutto ciò naturalmente al netto da ogni considerazione riguardo alla gestione di questo delicatissimo passaggio politico, giustamente definita da Lucia Annunziata «sbracata nei modi, nello stile e nella sostanza». Quantomeno, aggiungo io.

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Philip Seymour Hoffman

Philip Seymour Hoffman era uno dei migliori attori americani, forse il più grande della sua generazione. Capace di impreziosire con la sola presenza tutti i film a cui prendeva parte, anche quelli meno riusciti. Non c’è stato genere o ruolo che non sia riuscito a sostenere con straordinaria versatilità, dando prova al tempo stesso di metodo rigoroso e di sorprendente naturalezza. Non una star quindi, che finisce col riproporre se stessa all’infinito, ma un formidabile interprete, in grado di reinventarsi ogni volta e perdersi fra le pieghe del proprio personaggio.

Un talento fuori dal comune che però non lo ha salvato da una debolezza personale che lo ha condotto alla morte all’età di 46 anni. Disse una volta: «Per me recitare è talmente difficile che, a meno che io non abbia la percezione che il lavoro sia di una certa statura, a meno che io non raggiunga le aspettative che ho di me stesso, sono infelice. E allora, è una miserabile esistenza. Io metto un pezzo di me là fuori. Se questo non ha nessun effetto, provo una grande vergogna». Un’affermazione che forse può chiarire perchè con apparentemente così tanto per lui, niente sia stato sufficiente a tenerlo ancorato a questo mondo. Alcuni grandi artisti traggono la loro creatività da un luogo di fragilità e sofferenza che poi è lo stesso da dove provengono i propri demoni e i propri fantasmi. Un male di vivere da cui non ci si può separare.

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La buffonata dell’impeachment

La politica del chiamarsi sempre fuori da qualsiasi accordo o soluzione condivisa dà agio al M5S di continuare a sbraitare all’inciucio dei partiti tradizionali, in uno stato di perenne campagna elettorale, dove l’unica cosa che importa è alzare i toni. Sempre e comunque. Ciò gli permette di raggiungere quella visibilità che in altri modi non riesce ad ottenere.  L’ultima tappa di questa escalation oltranzista è la ridicola richiesta di impeachment contro il Presidente della Repubblica.
 
La Costituzione prevede che il Capo dello Stato possa essere messo in stato di accusa dal Parlamento, a maggioranza assoluta dei suoi membri, nei casi di alto tradimento o attentato alla Costituzione. Ora, tutto si può dire su Napolitano tranne che si sia realmente macchiato di una di queste due gravissime colpe. E su tutto può fare affidamento Grillo, tranne naturalmente che sul voto del Parlamento a favore della sua richiesta. Qual’è allora il senso di questa becera operazione di propaganda, priva del minimo valore giuridico, e che non si fa scrupolo di utilizzare uno strumento serissimo e di fondamentale importanza istituzionale per mere logiche di bottega? E’ quello di proseguire pervicacemente un’azione di delegittimazione del sistema politico, che si vuol fare apparire – nella sua interezza – come corrotto, marcio e malato, a fronte di un M5S, unico baluardo di legalità a fianco dei cittadini. Piuttosto che impiegare i milioni di voti ottenuti lo scorso febbraio per partecipare al normale confronto democratico fra i vari partiti [per ultimo quello intorno alla legge elettorale], Grillo preferisce la contrapposizione sempre più insultante e violenta, arrivando a trasformare un dibattito parlamentare in una rissa da angiporto e a interpretare l’applicazione di un regolamento come un’intimidazione mafiosa. Ancora una volta si sceglie di cavalcare l’onda del populismo e della rabbia contro la casta, allo scopo di conquistare maggiore visibilità e consensi. E lo si fa oggi ancora più forsennatamente perchè, come scrive Bracconi sul suo blog, «il dato oggettivo è che il quadro politico ha subito una brusca accelerazione. Giusto o sbagliato che sia, tutto si è messo in movimento, e ciò costituisce un problema politico serio per un Movimento che ha fatto dell’immobilismo altrui uno dei pilastri su cui costruire la propria identità».
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Un passo avanti… ed uno indietro

Se ciò che conta è il risultato finale, va riconosciuto a Renzi il successo di una legge elettorale condivisa fra le forze politiche più importanti del Paese (se si eccettua naturalmente il M5S, che ancora una volta si rifiuta di partecipare al dibattito democratico e così disattende il mandato ricevuto dagli elettori). In un mese il sindaco di Firenze porta a casa un’operazione che la politica aveva inseguito da tanto tempo. Si è detto molto dell’incontro fra Renzi e berlusconi. Si doveva tenere. Non si doveva tenere. Non si doveva tenere al Nazareno. Probabilmente tutti hanno un pò di ragione. Resta il fatto che una legge elettorale non si può fare a colpi di maggioranza e non è colpa del PD se il leader di FI è ancora berlusconi. Nel merito, certo qualche perplessità c’è. Prima fra tutti la mancanza delle preferenze, che però potrebbe essere ovviata con le Parlamentarie. Inoltre un premio di maggioranza attribuito a chi prende il 35% dei voti significa prevedere una soglia troppo bassa. Bene invece il doppio turno, unico sistema che allo stato delle cose impedisce una nuova stagione di larghe intese. Meglio ancora la soglia di sbarramento al 5% per le forze coalizzate, che evita un’eccessiva frantumazione della squadra di governo. Insomma: una legge criticabile, ma che certamente rappresenta un passo in avanti rispetto al Porcellum. Si poteva fare meglio? Forse si, ma in dieci anni nessuno c’era riuscito.
 
Ciò che invece senza alcun dubbio dispiace è l’arroganza con cui Renzi ha messo a tacere la minoranza interna ed in particolare il Presidente Cuperlo, che aveva espresso un forte ma rispettoso dissenso verso il risultato ottenuto. Una caduta di stile –  non la prima – che dimostra la difficoltà che il Sindaco di Firenze ha di svolgere il ruolo di segretario senza rinunciare al gusto dell’attacco personale, dello sberleffo umiliante, del “qui comando io” che potrebbe in futuro rivelarsi un problema molto serio. Il PD ha diverse sensibilità che vanno armonizzate nel rispetto delle opinioni altrui. In questo ambito deve muoversi il segretario che non può ricercare la «profonda sintonia» con berlusconi, senza prima impegnarsi per costruirla al proprio interno.
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La Lega e la negritudine

«Il giornale della Lega additerà quotidianamente gli appuntamenti pubblici della ministra Kyenge, accusata dai pensatori fosforici del movimento di “favorire la negritudine“. Probabile che si tratti di una forma di istigazione. Di sicuro ha tutta l’aria di una sciocchezza. L’ennesima. La Lega rappresenta la prova plastica di come l’assenza di cultura possa distruggere un’intuizione a suo modo geniale, quale fu trent’anni fa quella di dare voce ai ceti tartassati del Nord. In mano a una classe dirigente preparata o appena normale, l’idea avrebbe attirato le migliori energie del lavoro e dell’università per costruire un federalismo fiscale moderno. Con i Bossi, i Borghezio, gli Speroni e adesso i Salvini si è invece scelta la strada becera, antistorica e per fortuna minoritaria del razzismo secessionista. Gli attacchi a Roma ladrona si sono illanguiditi con l’aumentare dei privilegi e dei denari pubblici, in un tourbillon di mutande verdi e lauree prepagate. Sono rimasti in piedi soltanto i simboli grotteschi e i luoghi comuni. L’odio per l’euro, i terun, i negher, la diversità e la complessità di un mondo nuovo che non si lascia esplorare dalle scorciatoie del pensiero». 

Così Gramellini sull’ultima provocazione di stampo xenofobo del Carroccio, protagonista di una vera e propria ossessione per Cecile Kyenge, non riuscendo evidentemente a tollerare che un ministro dello Stato italiano sia di pelle nera. L’ennesima mossa diretta agli istinti più bassi e rozzi della società, parte di una propaganda sguaiata che mira a nascondere il vuoto di contenuti della Lega, in caduta libera di consensi a causa dei tanti scandali che l’hanno colpita. Ultima in ordine di tempo la vicenda riguardante la lista “Pensionati per Cota” inficiata da firme false, che ha portato il  TAR del Piemonte ad annullare le elezioni regionali del 2010. Una decisione contro la quale Salvini ha ovviamente già gridato al golpe e alla magistratura bolscevica, secondo il collaudato andazzo ormai di moda presso i leader dei partiti di centrodestra.

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