Oltre il fallimento

Quasi un anno fa pubblicavo questo post in cui parlavo esplicitamente di fallimento di Renzi, costretto ad espellere Corradino Mineo dalla Commissione Affari Costituzionali, perchè contrario alla proposta di modifica del Senato avanzata dal Governo. Oggi il premier  reitera questa sua “sana e democratica” abitudine, sostituendo – fatto senza precedenti – ben 10 parlamentari dissidenti (fra cui Bersani, Bindi e Cuperlo), colpevoli di non essere d’accordo con la linea governativa sull’Italicum. Stando così le cose, sacrosanto l’Aventino annunciato da SeL e le altre opposizioni. Ora, oltre a ribadire le stesse considerazioni espresse nel giugno del 2014, non posso che aggiungere un senso di incredulità rispetto alla cieca volontà di far approvare con la forza una legge elettorale che andrebbe condivisa dalla più larga maggioranza possibile, ma che tristemente non trova d’accordo neppure il partito di maggioranza. Davvero non si riesce a comprendere il motivo per cui l’Italicum, nato da una «profonda intesa» con berlusconi, non possa oggi – a Patto del Nazareno bello che sepolto – sollecitare un’identità di vedute almeno con la sinistra del PD. Ormai siamo oltre al fallimento, siamo allo spregio della propria storia, alla negazione dei valori fondanti del Partito Democratico.

Trovo al riguardo estremamente lucido l’articolo di Lucia Annunziata: «Non avrei mai immaginato di arrivare a vedere nella mia vita (…) una “cacciata” da parte di un partito di Sinistra di dieci suoi dissidenti. La sostituzione forzosa di un gruppo di eletti dal popolo al fine di ottenere il passaggio di una legge su cui questi eletti sono in dissenso, e’ un gesto che intacca qualcosa di piu’ delle regole democratiche e delle prerogative di chi viene eletto. E’ una decisione che trucca le carte del voto stesso e che alla fine è (…) semplicemente una truffa. Se la politica e’ l’arte di dare forma al mondo attraverso la costruzione di consenso, allora la coercizione , le espulsioni, il voto ottenuto con la forza sono l’esatto contrario. La sostituzione di dieci deputati dissidenti e’ in effetti, una rinuncia alla politica. In verità, un fallimento per Matteo Renzi».

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Troppo tardi?

«Nella sentenza che ha confermato le condanne per alcuni responsabili delle efferatezze alla scuola Diaz la Cassazione scrive che quei fatti “hanno gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero”. Ma si sa che in Italia le parole scorrono come l’acqua fresca. Ora però la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha stabilito che quelle persone (non meritano di essere chiamati poliziotti) si macchiarono di un crimine orrendo qual è la tortura. E questo giudizio è decisamente più pesante, per gli effetti reputazionali sul Paese. Al punto da far sorgere una domanda che già si doveva porre dopo la sentenza italiana. Qualcuno in effetti la fece. Prima i deputati Andrea Sarubbi e Furio Colombo, poi il loro collega Ermete Realacci. Inutilmente, però. La domanda riguarda l’opportunità di certe scelte. È opportuno che la presidenza della Finmeccanica, società pubblica più esposta ai giudizi internazionali insieme all’Eni, sia stata affidata a chi era capo della polizia mentre si consumava quella pagina nera della democrazia italiana? Conosciamo la giustificazione: De Gennaro è stato pienamente assolto da ogni accusa. Siamo felici per lui. Ma non ci sfugge nemmeno la differenza che passa fra responsabilità penale e oggettiva. Che vanno sempre tenute ben distinte. Dopo i fatti del G8 De Gennaro è salito al vertice dei servizi segreti, poi a Palazzo Chigi con Monti. Infine alla presidenza della Finmeccanica con Letta, confermato da Renzi. E con tutto il rispetto per l’ex capo della polizia e i suoi meriti professionali, ci permettiamo di insistere: è stato opportuno?».

Diciamolo chiaramente: le violenze e le sevizie subite dai fermati alla scuola Diaz sono indegne per un Paese che intende definirsi “civile”. Ecco perchè le parole di Orfini, che giudica vergognoso che De Gennaro sia presidente di Finmeccanica, sono particolarmente lodevoli, anche se il Presidente del PD omette di sottolineare – come invece fa Sergio Rizzo nell’articolo riportato – che se il capo della Polizia all’epoca del G8 di Genova è oggi ai vertici di una prestigiosissima società pubblica,  lo si deve proprio al suo partito. Chi ieri ha chiesto conto della vicenda al premier, si è sentito ribattere – col solito tono supponente – che lui i riscontri li dà in Parlamento, alludendo alla legge sul reato di tortura finalmente approdata in Aula. Ma questa risposta è largamente insufficiente: recuperare un ritardo di 25 anni rispetto agli obblighi assunti con le Nazioni Unite, adeguandosi così ai principali paesi europei che hanno già recepito la fattispecie nei propri ordinamenti, non può essere considerato un merito. Si tratta infatti di un un dovere, di un atto “minimo ed indispensabile” per chiunque intenda fregiarsi del termine di rinnovatore. Se Renzi si pone davvero come obiettivo quello di cambiare verso al Paese, deve – lo ripeto ancora una volta – collocare al centro della sua azione politica la questione morale. Premiare con l’opportunità di una brillante carriera personaggi (condannati o “solo” indagati) come De Gennaro, sul quale comunque gravano terribili responsabilità oggettive, la dice lunga su quanta strada l’Italia deve ancora fare per essere una democrazia compiuta, capace di garantire i diritti più elementari. E se la sentenza della Corte Europea può aiutarci in questo è la benvenuta, sperando che – come segnala Vauro – non sia ormai troppo tardi.

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L’eterno ritorno di True Detective

True Detective è un capolavoro. La vicenda è quella di due investigatori, un tempo poliziotti, e della loro ventennale caccia ad un serial killer che uccide donne e bambine con rituali satanici, nella cupa provincia della Louisiana. La storia va avanti su tre diversi livelli temporali, abilmente intrecciati fra loro: il 1995, l’anno in cui i due si conoscono ed affrontano il caso, il 2002, in cui il loro rapporto subisce una rottura, e il 2012, quando le indagini sull’assassino seriale vengono riaperte e Rust e Marty – ormai invecchiati e lontani dal lavoro da anni – sono chiamati dalla polizia a ricordare le loro indagini al riguardo.

Ma, contrariamente ad altre crime story, qui la trama è secondaria rispetto a tutto il resto. True Detective infatti è prima di ogni altra cosa un’acuta riflessione sul tempo che passa, il passato oscuro che ritorna e le sue ricadute sul presente. Non a caso un elemento visuale che viene riproposto più volte durante gli 8 episodi della prima stagione è la spirale, simbolo di ritorno al passato, di ciclica continuità. «Una volta qualcuno mi disse: ‘Il tempo è un cerchio piatto’. Ogni cosa che abbiamo fatto o che faremo, la faremo ancora e ancora e ancora…» sostiene il personaggio interpretato da McConaughey. Così, in True Detective le vere indagini non sono quelle intorno ai delitti del temibile “Re Giallo”, ma quelle ben più profonde che riguardano le vite dei due detective, i quali si interrogano a vicenda, lottando a più riprese contro i propri demoni interiori. La caccia al killer seriale è solo la cornice di un quadro più grande di natura quasi metafisica, che ha a che fare con un personale percorso di consapevolezza, con una parabola di difficile redenzione, con l’eterna battaglia fra il bene ed il male che molti di noi sono costretti ad affrontare. Dietro ai due personaggi principali: Rust – dall’angoscioso passato, depresso, sociopatico, dedito all’uso di alcool e droghe – e Marty – che vorrebbe essere un uomo esemplare ma che mostra ben presto tutte le sue debolezze e ambiguità – vi sono le prove maiuscole di Matthew McConaughey e Woody Harrelson, capaci di dare sottigliezze, spessore e carattere ai rispettivi ruoli. Il primo in particolare è semplicemente inarrivabile nel delineare un personaggio sofferto e borderline che in mani altrui sarebbe stato poco più che una caricatura, ma che grazie al neo premio Oscar diventa il vero perno attorno cui ruota tutta la vicenda. Notevolissimo anche il lavoro del regista Cary Joji Fukunaga, che fa delle lagune malsane e delle periferie degradate della Louisiana la proiezione dei tormenti dei protagonisti, dando al tutto un indefinito senso di inquietudine. Ultimo artefice dell’enorme successo della serie è il romanziere Nic Pizzolatto, il quale firma una sceneggiatura lenta ed implacabile, straordinaria per tensione, intensità e profondità, in grado di trattare senza banalità argomenti come la vita, la morte, il dolore, l’amore, la famiglia, la paura, la religione.

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Perdono il pelo ma non il vizio

L’Italia è prima per corruzione tra i membri dell’Unione Europea, secondo uno studio di Transparency International che riporta le valutazioni degli osservatori internazionali sul livello di corruzione di 175 paesi del mondo. L’Italia peggiora la sua situazione complessiva, dato che Bulgaria e Grecia la raggiungono al 69esimo posto, migliorando la loro posizione in classifica. Adesso dietro all’Italia, in Europa, non c’è più nessuno.

Questo dato sconfortante esprime perfettamente l’enorme impegno che ancora deve essere profuso dalle Isitituzioni per far davvero “cambiare verso” al Paese. Il rinnovamento ed il miglioramento nazionale infatti non possono non partire dalla questione morale, che investe sicuramente la classe politica, dirigenziale e finanziaria, ma che – allo stesso modo – riguarda tutti noi. L’opinione pubblica infatti – obnubilata da vent’anni di berlusconismo – è progressivamente diventata sempre meno reattiva di fronte ai tanti casi di malaffare che dalle massime Istituzioni ai tanti furbetti del quartierino hanno riempito le cronache dei quotidiani. Si ha la percezione che oggi aggirare le regole per il proprio tornaconto sia diventata la prassi, e questo determina peraltro diffusi effetti emulativi. Fatto sta che da noi la corruzione non è più un fenomeno socialmente, culturalmente ed eticamente censurato, con tutto ciò che questo comporta. Ad esempio, i più si sono dimenticati che in un Paese normale quando si ricoprono importanti ruoli pubblici non è sufficiente essere onesti, occorre apparire tali. In casi come quello che riguarda il cosiddetto “Sistema Incalza“, pertanto, compito del Governo è chiamare a sé Maurizio Lupi e pretendere un gesto che altrove sarebbe scontato. Solo qui infatti un Ministro delle Infrastutture, reo di aver ricevuto favori e regali da parte di manager ed imprenditori, indagati per aver messo in piedi un sistema di corruzione atto ad alterare il normale funzionamento delle assegnazioni e della gestione degli appalti dei più importanti cantieri, sarebbe ancora in carica. I delicati equilibri interni alla maggioranza non possono costituire un freno alla risoluzione di una vicenda su cui non è possibile fare sconti a chicchessia, specie se l’azione di Governo è stata impostata intorno alla parola “cambiamento”. 

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Come nei film di Mel Brooks

Negli Stati Uniti – dove per via di un antico retaggio la condotta di chi ricopre importanti ruoli pubblici deve essere ancora irreprensibile – Hillary Clinton sta difendendosi dalle accuse dei media per  aver  utilizzato – durante il  periodo in cui era Segretario di Stato – un indirizzo email personale anche per le cose di lavoro, impedendo così la conservazione automatica dei messaggi di posta negli archivi del governo. Durante una conferenza stampa lei si è difesa sostenendo che ha scelto così “per comodità” e che la grandissima parte delle sue email di lavoro sono state inviate a indirizzi email governativi, quindi sono state comunque archiviate.

Nelle stesse ore, ad anni luce di distanza, silvio berlusconi è stato definitivamente scagionato dalle accuse di concussione e prostituzione minorile, con una sentenza che comunque stabilisce che ad Arcore c’è stata prostituzione a pagamento. Semplicemente non si è potuto dimostrare che l’ex premier  sapesse che Ruby fosse minorenne e che l’abuso – che resta tale – da lui perpetrato nei confronti del questore di Milano al fine di far liberare la ragazza, costituisca un reato. Dopo l’assoluzione, il Nostro ha fieramente sentenziato: «Ora torno in campo per un Italia migliore» (sic!). A stretto giro di posta la fidanzata si è dichiarata sempre più onorata ed orgogliosa di stargli accanto (contenta lei). Sono infine seguite le affermazioni degli esponenti di punta del partito che lo hanno acclamato come una star. Naturalmente c’è chi lo ha descritto come un martire della libertà e chi si è spinto ad auspicare una riforma della giustizia che metta al sicuro l’equilibrio della democrazia (gulp!). Evidentemente a nessuno importa che sia stato provato che l’ex Presidente del Consiglio è un vecchio puttaniere ed un inguaribile ballista (con la favola della nipote di Mubarack). Ancor meno interessa che sul leader di FI gravino a tutt’oggi pesanti pendenze giudiziarie irrisolte. Il fatto poi che comunque si stia parlando di un pregiudicato, interdetto dai pubblici uffici e condannato in via definitiva per una cosuccia come l’evasione fiscale è sfuggito ai più. Siamo in Italia, abbiamo la pizza, gli spaghetti e il mandolino, gli Stati Uniti ci fanno un baffo e i film di Mel Brooks, al nostro confronto, sono cose serissime.

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Buon viaggio Signor Spock!

La saga di Star Trek, nata in televisione negli anni sessanta dal genio di Gene Roddenberry, è stata tra le prime serie a produrre larghe comunità di fan e ad allargare la propria dimensione in modo transmediale, replicandosi in cartoni animati, fumetti, romanzi, giochi di ruolo e videogames, fino a sbarcare, dagli anni Ottanta, anche al cinema. La serie originale è durata solo tre stagioni televisive, dal 1966 al ’69, eppure Star Trek è un fenomeno vivissimo ancora oggi, a 50 anni di distanza. Il merito principale di questo straordinario successo va proprio a Leonard Nimoy, interprete magnifico di un personaggio entrato di diritto nell’immaginario collettivo: il Signor Spock, metà alieno e metà umano, cultore del pensiero razionale e della logica cristallina dei Vulcaniani ma non del tutto scevro dalle emozioni dei Terrestri, con le sue orecchie a punta, le sopracciglia all’insù ed il tradizionale saluto con la mano alzata e le dita divaricate a V (ideato dallo stesso attore che si era ispirato alla tradizione ebraica). L’ufficiale scientifico della nave stellare USS Enterprise è sicuramente un personaggio complesso ed affascinante, la cui essenza sta proprio nella non semplice ricerca di un equilibrio fra i due mondi di appartenenza, nell’onere di gestire le proprie passioni come vorrebbe la rigida educazione vulcaniana basata sulla razionalità e sulla repressione della dimensione emotiva. Come giustamente fa notare Ernesto Assante nel suo post: «Nimoy è stato un perfetto Spock, (…) straordinario proprio perché costretto dal personaggio ad un’interpretazione minimale, fatta di sfumature, sguardi, piccolissime variazioni».

Pur avendo avuto una carriera molto varia ed essersi cimentato con capacità nella regia, nella musica, nella fotografia e nella poesia, il nome di Leonard Nimoy, nato a Boston 83 anni fa, resta indissolubilmente legato a quello del suo personaggio, vera e propria icona pop riprodotta all’infinito su t-shirt, tazze, poster, copertine e vignette in ogni angolo del mondo. Una profonda devozione che ha coinvolto generazioni e generazioni di fan e che continuerà anche in futuro, perchè le esplorazioni dell’astronave Enterprise «alla scoperta di nuovi mondi e di strane forme di vita fino ad arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima» sono senza tempo. Buon viaggio Signor Spock!

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Oscar è mio zio!

Ho visto gli 8 film candidati agli Oscar 2015 che verranno assegnati domenica prossima. Nessun capolavoro, almeno tre buoni film e qualche autore sopravvalutato è il risultato complessivo. Di seguito riporto alcune brevissime considerazioni su ognuno dei lavori in questione, partendo da quello che più è piaciuto, per scendere via via fino a quello meno convincente.

The Imitation Game di Morten Tyldum
Pellicola dall’impianto classico, ben confenzionata seppure un pò convenzionale. La vicenda narrata – quella del matematico Alan Turing, uno dei padri del moderno computer, che durante la Seconda Guerra Mondiale salvò di fatto la vita a milioni di persone – è talmente interessante che riesce a far dimenticare i difetti del film. Un cast affiatato di attori inglesi, su cui primeggia Benedict Cumberbatch, fa il resto. Teso e coinvolgente.

Selma di Ava DuVernay
E’ la ricostruzione fedele di una delle pagine più importanti della recente storia Americana: le tre marce organizzate da Martin Luther King nel 1965 per la rivendicazione del diritto di voto ai neri. Un ritratto asciutto e rigoroso degli eventi, privo di inutili spettacolarizzazioni, con incursioni interessanti nella vita del reverendo King, con i suoi dubbi, le sue frustrazioni e la sua tenace determinazione. Ottimo il protagonista David Oyelowo, come tutto il cast di primissimo ordine al suo fianco. Solido e accorato.

Whiplash di Damien Chazelle
Racconta il gioco al massacro fra due personaggi estremi: un giovane che è disposto a rinunciare a tutto – sanità mentale e fisica comprese – pur di diventare il miglior batterista del mondo ed il suo sadico professore di musica (uno strepitoso J. K. Simmons). Schema già visto altre volte, ma trattato con una certa originalità. Intenso ed onesto.

Boyhood di Richard Linklater
Decisamente innovativa l’idea di girare per dodici anni consecutivi con gli stessi attori, una manciata di giorni ogni anno, per testimoniare i cambiamenti, anche fisici, di un bambino che diventa adolescente e della sua famiglia nell’America di oggi. Peccato che la sceneggiatura non sia altrettanto originale, ma si limiti a descrivere un susseguirsi di ordinarie scenette familiari,  poco avvincenti. La durata eccessiva poi non aiuta. Esperimento non del tutto riuscito.

Birdman di Alejandro González Iñárritu
Un film in cui lo stile sovrasta la storia. Un mix, freddo e logorroico, fra Viale del Tramonto, The Wrestler e Il Cigno Nero. Non si riesce a provare empatia per nessuno dei personaggi, tutti un pò sopra le righe anche se ben interpretati. Pretenzioso.

La Teoria del Tutto di James Marsh
Un lavoro di caratura televisiva. Il personaggio di Stephen Hawking – cumunque ben interpretato da Eddie Redmayne – viene trattato con la grana grossa di chi non sa trovare spazi per sfaccettature o approfondimenti. Piatto.

American Sniper di Clint Eastwood
Eastwood decide di  raccontare la vera storia di Chris Kyle, il più temibile cecchino americano della guerra in Iraq.  Il film però si limita ad essere una stanca ripetizione di missioni militari e scontri a fuoco, a cui si alternano le banali e appena abbozzate dinamiche familiari e personali di Kile di ritorno a casa dopo ogni missione. Ne deriva un lavoro monoespressivo, troppo schematico e superficiale, non esente da una certa retorica patriottica a stelle e strisce.

Grand Budapest Hotel di Wes Anderson
Anderson evidentemente non riesce a realizzare film che non siano infarciti di personaggi stralunati, inquadrature ardite e colori pastello. Il risultato è un lavoro autoreferenziale e fine a se stesso che risulta noioso oltre il lecito. Operina compiaciuta tutta ghirigori, ma senza sostanza.

Oscar 2015

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Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra

«Le scelte compiute dalla Banca Centrale Europea nelle ultime ore hanno il sapore di un vero e proprio ricatto nei confronti della Grecia. Provano a neutralizzare il significato di una svolta democratica che parla a tutta l’Europa e che dice che è giunto il momento di archiviare le politiche dell’austerity». Queste le dichiarazioni di un leader della nostra Sinistra.

«La deci­sione della Banca cen­trale euro­pea sulla Gre­cia è legit­tima e oppor­tuna». Queste invece le parole di un leader che di sinistra ha ben poco e che solo qualche giorno prima aveva assicurato al Primo Ministro greco di «avere in comune con lui l’idea di pro­vare a cam­biare le cose». Con uno stile che ricorda molto quello portato al successo dal suo predecessore berlusconi – ossia quello del presidente imprenditore ma anche operaio, che di volta in volta si immedesima nei suoi interlocutori, cambiando pelle (ed idee) per essere gradito a tutti – ieri è stato velo­cis­simo a com­pli­men­tarsi con Fran­co­forte per la porta sbat­tuta in fac­cia alla Gre­cia. Chi, all’interno del suo partito, ha ancora ben chiaro in mente cosa sia la Sinistra, così gli risponde: «Il governo ita­liano si distin­gue per subal­ter­nità alla Ger­ma­nia, come a voler dimo­strare che siamo i primi della classe, fac­ciamo i cosid­detti com­piti a casa e dun­que meri­tiamo un po’ di fles­si­bi­lità, ma in que­sto modo si com­mette un dop­pio errore: si con­danna la Gre­cia e non si  rico­no­sce che i pro­blemi che Tsi­pras sta ponendo sono comuni a tutti i paesi dell’euro, se non li si affronta affon­diamo anche noi (…). Il presidente del Consiglio si è schie­rato con quelli che, affron­tando il caso della Gre­cia, stanno cer­cando di dimo­strare che le scelte fatte dai cit­ta­dini con il voto demo­cra­tico hanno poco spa­zio all’interno delle regole euro­pee».

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Non è Chance il giardiniere

Nel 1990 Sergio Mattarella si dimise da ministro della Pubblica Istruzione in segno di protesta contro l’approvazione della legge Mammì, che – unica al mondo – consentiva ad uno stesso soggetto privato di detenere più di due reti televisive nazionali. Fu tra i primi ad intuire il gravissimo azzardo di una legge che di fatto spianò la strada all’ascesa prima economica e poi politica di silvio berlusconi. Qualche anno dopo, in qualità di dirigente del Partito Popolare, definì «un incubo irrazionale» l’ingresso di Forza Italia nel PPE. Ecco perchè il Cavaliere, che è uomo che non dimentica gli sgarbi ricevuti, non ha gradito la sua candidatura al Quirinale. Chi fra i Cinque Stelle in questi giorni ha criticato la proposta di Renzi,  contesta al neo Presidente quantomeno di non essere stato sufficientemente tempestivo – come Ministro della Difesa – nel denunciare l’estrema pericolosità dell’uso dell’uranio impoverito durante la Guerra del Golfo, come queste dichiarazioni di Occhetto rilasciate 15 anni fa e rivolte al Governo D’Alema fanno intendere. Ma al di là delle speculazioni dell’ultim’ora di cui certe formazioni politiche non sanno proprio fare a meno, Mattarella – autentico coniglio dal cilindro per il premier – è persona degna di considerazione. Bene ha fatto Renzi a seguire il consiglio di Bersani e a non puntare su Chance il giardiniere, ma su una figura di alto profilo,  ferma ed indipendente, che sappia difendere la Costituzione e la legalità, e sia libero da logiche di partito. 

Rinunciando al suo importante dicastero, 25 anni fa, Sergio Mattarella dimostrò un attaccamento non comune ai propri principi ed ideali. Il suo percorso è quello di un uomo delle Istituzioni schivo e discreto, ma tutt’altro che pavido e certo non manovrabile da alcuno, in grado di interpretare il suo ruolo in autonomia e con misura. Il nuovo Presidente ha sempre fatto dell’impegno nella lotta contro la mafia e di un lavoro rigoroso al Parlamento, al Governo e alla Corte Costituzionale la sua cifra caratteristica. Oggi riesce nella titanica impresa di mettere d’accordo quasi tutti: da Vendola ad Alfano, da Civati a Casini, dai fittiani ai fuorisciti grillini. Fra polemiche, malumori, strappi e dimissioni, gli altri è bene che se ne facciano una ragione.

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Non chiamatelo più democratico

Uno dei sindaci migliori che Genova abbia mai avuto è stato Adriano Sansa, il quale riguardo alla bruttissima vicenda delle primarie liguri ha rilasciato una dichiarazione che più di ogni altra risulta condivisibile.  Anche questa riflessione di Michele Serra centra con lucidità la questione: «Se il centrodestra, mediante primarie, dovesse scegliere tra Hitler e Cicchitto, spererei che vincesse Cicchitto, o perlomeno che non vincesse Hitler. Ma non mi sognerei mai di andare a votare, per una ragione così ovvia che quasi imbarazza doverla ripetere: è intrusivo e sleale andare a decidere cose d’altri in casa d’altri (…). Per ragioni poco comprensibili, e comunque mai spiegate, questa banale regola di rispetto è saltata per le primarie del Pd, che in Liguria hanno vissuto l’ennesima pagina opaca (eufemismo). Che Sergio Cofferati parli con l’acredine dello sconfitto non leva una sola virgola alla sensatezza delle cose che ha dichiarato annunciando il suo addio al Pd. La nuova classe dirigente democratica può legittimamente pensare che perdere uno stagionato dirigente della vecchia sinistra (tra l’altro europarlamentare e dunque non sull’orlo della disoccupazione) non sia poi così grave. Ma gravi, molto gravi, sono le accuse e i sospetti che gravano su quelle primarie, e su altre precedenti: non dunque su Cofferati, ma su chi rimane. È sconcertante la sbrigativa disinvoltura con la quale il nuovo Pd parla di se stesso. Non dei suoi avversari: di se stesso».

Per tali ragioni il silenzio colpevole del PD in merito all’inquinamento del voto ligure (altrove le primarie vennero invalidate per molto meno), e soprattutto le affermazioni della Serracchiani (che ormai si limita ad essere per Renzi ciò che la Santanchè è sempre stata per berlusconi) che mirano a svilire la decisione di Sergio Cofferati, riducendola ad una volgare questione di sconfitta, sono semplicemente vergognose. Assolutamente inaccettabili sia per un personaggio come “il Cinese” che ha una storia personale e politica che meriterebbe un rispetto diverso, sia per molti fra quelli che hanno votato PD e che oramai non si riconoscono più in un partito che ha smesso di fare della giustizia, della trasparenza, della correttezza, del pluralismo, della tolleranza verso chi la pensa diversamente (in una parola sola: della democrazia) valori da perseguire. E un partito che tace di fronte al malaffare e che non è più garante di uguaglianza per tutti non può più essere chiamato democratico.

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