Tra i gatti che non han padrone come me

Tra i gatti che non han padrone come me

Chissà se quando se n’è andato, vicino a lui ci fosse qualche gatto vagabondo senza padrone, come quelli cantati nello straordinario inno alla libertà che è Piazza Grande, uno dei suoi primi grandi successi. Come già capitato a proposito di Battisti e di De Andrè, con Lucio Dalla non scompare semplicemente un cantante, o un pezzo importante della Musica Italiana. C’è infatti oggi, come allora, la sensazione di avere a che fare con un patrimonio collettivo, con un segno vivido nell’immaginario nazionale di più di una generazione, con una costellazione di ricordi – ognuno ha i propri – legati a qualcuna delle sue tante canzoni e, perchè no, con la riflessione dolorosa che il tempo non fa sconti a nessuno, mai. Rotola via veloce, lasciandoci improvvisamente – ancora una volta – più vecchi e soli.

A modo mio avrei bisogno di carezze anch’io.
Avrei bisogno di pregare Dio.
Ma la mia vita non la cambierò mai mai,
a modo mio quel che sono l’ho voluto io.
E se non ci sarà più gente come me
voglio morire in Piazza Grande,
tra i gatti che non han padrone come me, attorno a me.
Uomini che odiano le donne… a confronto

Uomini che odiano le donne… a confronto

Dubito che si sentisse la mancanza di un remake di Uomini che Odiano le Donne a soli due anni di distanza dall’originale svedese, specie considerando che il film di David Fincher non può considerarsi un lavoro completamente riuscito, così come – del resto – non lo è il suo predecessore. Il regista del primo adattamento opera una sintesi notevole del complesso romanzo di Stieg Larsson, decidendo di asciugare la trama principale, tagliare del tutto quelle secondarie e ridurre la presenza dei molti personaggi di contorno, concentrandosi esclusivamente sull’indagine e sull’elemento thriller, nell’ambito di un impianto decisamente classico. Il risultato è un’esposizione semplice e coinvolgente, anche se alcune scelte producono delle inverosimiglianze. Ma l’anello più debole del film di Niels Arden Oplev è il protagonista maschile, attore del tutto privo di quel fascino che il personaggio cartaceo invece possiede, e talmente inespressivo da far apparire un ottimo attore persino Daniel Craig, interprete del remake americano.

Fincher si avvale di una produzione hollywoodiana certamente più ricca di quella svedese. La regia è estremamente curata, la fotografia e le scenografie hanno i giusti toni cupi ed opprimenti. L’adesione al romanzo è maggiore, con un intreccio più fitto di dettagli, che però finiscono per togliere mordente al thriller. Così la macchina narrativa incespica proprio in quello che avrebbe dovuto essere il suo pezzo forte. L’attenzione si sposta dall’indagine alle dinamiche dei personaggi e di Lisbeth in particolare. Il personaggio della ribelle e problematica hacker è ciò che davvero interessa al regista statunitense, perchè – come lo Zuckerberg di The Social Network – diventa il simbolo delle contraddizioni di quest’epoca, in cui siamo tutti più informatizzati ma più soli. Tuttavia qui – seppure Rooney Mara si faccia apprezzare – la pellicola americana paga il confronto con una Noomi Rapace magistrale, indimenticabile nella sua rabbia animalesca.

La cultura popò-lare in Italia

La cultura popò-lare in Italia

Una settimana fa è terminato un Festival di Sanremo all’insegna del trash, seguitissimo da un pubblico giovanile composto soprattutto da adolescenti, i quali hanno portato alla vittoria i loro beniamini. Lo stesso pubblico che al Cinema è accorso in massa per vedere un film come I Soliti Idioti.

L’iraniano Una Separazione ha trionfato nella notte degli Oscar come miglior film straniero. Un lavoro splendido [che consiglio a tutti], che riesce nell’impresa di riflettere sui mali e sulle contraddizioni della società iraniana, attraverso la lente di un piccolo giallo familiare. In Francia, dove – tanto per cominciare – a parità di abitanti si va al Cinema almeno il doppio che da noi, questo film è stato visto da più di 800 mila persone in undici settimane. In Italia, in dodici settimane di programmazione, si sono avuti circa 77 mila spettatori, ossia meno che un decimo dei francesi! Un dato avvilente che dimostra i danni fatti in un ventennio di becera videocrazia, in cui la politica ha sistematicamente mirato a mortificare e banalizzare il lavoro artistico ed intellettuale, ridotto a roba per gente che non ha voglia di faticare. Tanta strada va ancora fatta in questo Paese – drammaticamente indietro rispetto alle società più evolute – per educare alla cultura e all’arte, e per proporre dei modelli alti che possano costituire dei punti di riferimento per i giovani e non solo. La recente vittoria dei fratelli Taviani al prestigioso Festival del Cinema di Berlino, passata perlopiù tra il silenzio dei media [nonostante sia la prima affermazione italiana dopo ben 11 anni], è un altro eclatante esempio di come qui da noi la cultura non faccia alcuna notizia, diversamente dalla farfalla di Belen.

Ingiustizia è fatta

Ingiustizia è fatta

La scorsa settimana il Presidente della Repubblica tedesco si è dimesso  per un’accusa di interesse privato in atti d’ufficio. Il cancelliere Angela Merkel ha commentato la decisione del presidente Christian Wulff, affermando che «una delle forze dello stato di diritto è che tratta tutti nello stesso modo». Dato questo assunto iniziale, se ne deduce piuttosto facilmente che l’Italia non è uno stato di diritto. E non lo è perchè da 20 anni a questa parte consente ad un singolo uomo d’essere – citando Orwell – più uguale di tutti gli altri. Un uomo che, sfruttando il proprio impero economico e mediatico, e la propria posizione di enorme potere, si è fatto beffa della giustizia italiana. In tutto ciò è grande la responsabilità – o per essere ancora più chiari – la complicità di quella parte di Paese che ha votato per lui [direttamente o meno], consentendogli l’ultimo di una lunga serie di schiaffi alla legalità. Un pò come chi nasconde a casa sua un ricercato, sottraendolo al corso regolare della giustizia.

Fortunatamente in questo senso io ho la coscienza pulita, tuttavia l’amarezza di vedere un partito politico esultare per una sentenza che prescrive il reato, pur non assolvendo l’imputato, è tanta. Così come è tanta la vergogna di vivere in un Stato che non tratta tutti nello stesso modo. 

Oscar 2012 – parte terza

Oscar 2012 – parte terza

Paradiso Amaro di Alexander Payne: un ricco avvocato trascura la famiglia per via del lavoro, ma quando la moglie entra in coma irreversibile, a seguito di un incidente nautico, si ritrova a dover recuperare il rapporto con le figlie e a fare i conti con una difficile verità, da affrontare insieme al dolore. Nonostante il grande sfoggio di camicie sgargianti nel pieno stile delle Hawaai – dove la storia è ambientata – il film scivola via in modo incolore, con qualche caduta di troppo nel facile sentimentalismo. Payne, regista e sceneggiatore, va alla continua ricerca dell’equilibrio perfetto fra ironia e malinconia, ma finisce invece col normalizzare ogni aspetto dell’intreccio, per un risultato finale privo di guizzi o reali emozioni. George Clooney, che pure si impegna in un ruolo che domenica potrebbe portargli l’Oscar, non sfugge alla medesima sorte.

War Horse di Steven Spielberg: la storia di una amicizia tra un cavallo e un ragazzo, separati dallo scoppio improvviso della prima guerra mondiale. L’animale passerà di proprietario in proprietario, per tutta la durata del conflitto. Spielberg realizza un film che possiede i pregi e i difetti tipici del suo cinema. Pertanto, mentre da una parte risultano evidenti la cura e la maestria della messa in scena, dall’altra è sin troppo facile criticare l’eccesso di retorica e l’apologia dei buoni sentimenti. Questi ultimi però – trattandosi di un film per ragazzi – sono aspetti che stridono meno che in altre occasioni. La pellicola diventa uno strumento per dimostrare ancora una volta la concezione che il suo autore ha del Cinema: ossia quella di una appassionata fabbrica dei sogni a cui lasciarsi andare senza troppe sovrastrutture razionali. In questo senso War Horse è sicuramente un lavoro che emoziona e coinvolge. Piace inoltre l’omaggio cinefilo a mostri sacri come l’Anthony Mann di Winchester 73, il John Ford di Un Uomo Tranquillo, il Victor Fleming di Via col Vento e, in ultimo, lo Stanley Kubrik di Orizzonti di Gloria.

I Classici del Cinema – Un Posto al Sole

I Classici del Cinema – Un Posto al Sole

«Il più grande film sull’America mai realizzato» scrisse Charlie Chaplin a proposito di Un Posto al Sole [1951]. La storia – tratta dal romanzo Una Tragedia Americana di Theodore Dreiser – è quella di George Eastman, un ambizioso giovane di provincia che si trasferisce in città per dare la scalata al successo. Crede d’esserci riuscito quando conquista l’amore di una giovane ereditiera. Purtroppo però ha già una relazione con un’operaia che attende un figlio da lui e si rifiuta di lasciarlo. Costretto a scegliere, George decide di eliminarla. La invita in una gita al lago, ma nel momento di agire desiste dal suo intento. Destino vuole però che la ragazza cada incidentalmente in acqua, morendo affogata. Per George si prospetta l’inizio di un vero e proprio incubo.

Il capolavoro di George Stevens – a suo modo una pellicola rivoluzionaria, vincitrice di 6 premi Oscar – è una commistione di diversi generi: dramma sociale, ma anche film sentimentale, legal thriller e noir. La cinepresa viene utilizzata sapientemente: a volte si mantiene distante, osservatrice imparziale, quasi assente. A queste riprese si alternano sia dei primissimi piani che proiettano il pubblico dentro gli stati d’animo e i sentimenti dei protagonisti, sia delle lunghe dissolvenze incrociate che fanno montare la tensione. Per Stevens è un grosso colpo di fortuna che l’allora 17enne Elizabeth Taylor [inizialmente non a conoscenza dell’omosessualità del partner] si innamori di Montgomery Clift, perchè in tal modo può profittare del loro affiatamento per filmare alcune delle scene d’amore più intense della storia del Cinema, fra le quali un memorabile primo piano in cui la Taylor sussurra maternamente a Monty «Tell mama, tell mama all». Dialogo andato poi perso nel doppiaggio italiano, perchè tradotto con un banale «Dimmelo George, dimmelo», ed invece assolutamente emblematico dell’importanza storica della pellicola. Infatti è proprio con Un Posto al Sole che il protagonista maschile di un film può – per la prima volta – mostrarsi fragile ed insicuro, ed assumere senza vergogna quella parte di debolezza che fino ad allora era considerata solo femminile, spianando così la strada a tutti quegli antieroi emotivi, inquieti e tormentati che da lì a breve sarebbero stati declinati in vario modo da Brando, Dean e dal primo Newman. Monty semplicemente giganteggia, connotando il film di una sorprendente forza drammatica. L’attore fornisce una prova suntuosa, ben evidenziando l’aspetto ambiguo del protagonista, combattuto fra la vita che aveva sempre desiderato ed il suo dovere. Un uomo che per un attimo riesce ad afferrare la felicità, ma che – a causa della sua natura e della sorte avversa – pone in essere una serie di azioni che lo condurranno ineluttabilmente alla tragica sconfitta.

Cinque per Mills

Cinque per Mills

Qualcuno si ricorda di un imprenditore televisivo dall’oscuro passato e con qualche pendenza giudiziaria, che nel 1994 decise di scendere in politica e governò l’Italia fino allo scorso novembre? Lo stesso che, sfruttando la sua posizione di potere, cercò in tutti i modi possibili di sfuggire ai processi che lo riguardavano. Quello che aveva confidato ad Obama che in Italia esisteva una dittatura dei magistrati comunisti. Sempre quello che aveva imposto al Parlamento della Repubblica di ratificare che Ruby Rubacuori fosse effettivamente la nipote di Mubarack. Ancora lo stesso che i più sostenevano fosse meglio governasse, perchè tanto non c’erano alternative. Bene… ora che un’alternativa è stata trovata e lui non è più Presidente del Consiglio – anche se c’è chi afferma stia pensando a farsi eleggere prossimo Presidente della Repubblica – le notizie che riguardano i suoi processi dalle prime pagine stanno scivolando verso il fondo dei quotidiani. Tuttavia o forse proprio per tale ragione, ritengo sia buona cosa fare il punto.
Due giorni fa, giocando sempre sul filo della prescrizione che Ghedini e colleghi hanno cercato di far abbreviare in ogni modo, è arrivata la richiesta del PM in merito al processo Mills. Cinque anni di carcere per silvio berlusconi perchè «colpevole di corruzione, al di là di ogni ragionevole dubbio». Richiesta a cui si aggiunge quella di 250 mila euro di risarcimento da versare alla Presidenza del Consiglio, per danni morali e di immagine. Sempre due giorni fa la Corte Costituzionale ha respinto il ricorso della Camera contro la procura di Milano per il conflitto di attribuzione tra poteri, nell’ambito del processo Ruby, che vede l’ex premier imputato per concussione e prostituzione minorile.  Il Parlamento aveva sostenuto che i reati in oggetto fossero ministeriali, ossia posti in essere da berlusconi nell’esercizio delle sue funzioni. Bocciando il ricorso, la Consulta dà il via libera al proseguimento del processo a Milano, che altrimenti avrebbe dovuto ripartire da zero presso il Tribunale dei Ministri. Il tutto naturalmente condito dalle immancabili dichiarazioni di Bondi che parla di democrazia dimezzata.
Il PD non ci capisce niente (anche a Genova)

Il PD non ci capisce niente (anche a Genova)

Quanto accaduto nella mia città alle primarie del centro sinistra per la scelta del candidato sindaco si inserisce in un più ampio quadro nazionale, in cui il Partito Democratico ha più volte dimostrato una totale incapacità di ascoltare gli umori e le istanze di quella fetta di elettorato che dovrebbe rappresentare. Nel Paese esiste un enorme bisogno di recuperare una politica che sappia farsi interprete delle esigenze della gente comune. Invece il PD ormai viene percepito – analogamente al PdL – come un centro di potere autonomo, del tutto slegato dai problemi concreti della società reale.
 
A Genova la gente di sinistra chiedeva un forte segnale di cambiamento, dopo la disastrosa amministrazione di Marta Vincenzi. Il PD non ha avuto il coraggio di toglierle il suo appoggio, affiancandole invece un secondo candidato espressione del partito, la senatrice Roberta Pinotti. Così ha portato avanti una strabiliante strategia suicida, presentando 2 candidati che si son sostanzialmente divisi i voti che avrebbero dato la maggioranza assoluta ad un candidato unico. In questo contesto ha avuto la meglio l’indipendente Marco Doria, docente universitario di Storia economica,  vicino a Don Gallo e sostenuto da Sinistra e Libertà. Persona preparata, seria e per bene, sganciata dalle logiche partitiche di spartizione del potere, che – dopo aver trionfato con ben il 46% delle preferenze – ha dichiarato: «C’è una terza strada, tra l’antipolitica di Beppe Grillo e la voglia di lasciar perdere che emerge in settori della sinistra. E’ la voglia di cambiare da dentro, è la passione, l’entusiasmo della gente». Ed il PD? Come al solito non ci ha capito niente. Così, dopo aver perso le primarie a Milano e a Napoli, a beneficio rispettivamente di Pisapia e De Magistris, ha nuovamente confermato di non avere una classe dirigente all’altezza. Perlomeno però il segretario provinciale e quello regionale hanno avuto il buon senso politico di rassegnare le proprie dimissioni.
 
Oscar 2012 – parte seconda

Oscar 2012 – parte seconda

Hugo Cabret di Martin Scorsese è un formidabile gioco di prestigio, un trucco portentoso, esattamente come quelli che l’illusionista Georges Méliès – a cui il film è dedicato – proponeva alla sua platea a teatro, prima di diventare il più grande regista dei primi del Novecento. Apparentemente infatti Hugo Cabret si presenta come una delle tante fiabe per ragazzi, ma man mano che l’intreccio si svela, però, ecco che il film si trasforma in un intenso omaggio alla magia del Cinema, attraverso la figura del regista francese, mago del montaggio e pioniere degli effetti speciali. La vicenda è quella di un dodicenne appassionato di congegni meccanici che, rimasto orfano a cavallo fra gli Anni 20 e 30, vive nascosto nella stazione di Parigi dove ripara orologi e cerca invano di far funzionare un misterioso automa. Ma la trama, che scorre via senza particolari scossoni o sorprese, non è il punto di forza della pellicola, che invece trova la sua vera ragione d’essere nel recupero della meraviglia e dell’incanto del Cinema degli albori. The Help di  Tate Taylor:  tratto dal best sellers di Kathryn Stockett,  racconta della segregazione razziale nel profondo Sud degli Stati Uniti durante gli Anni 60, attraverso le storie delle padrone bianche e delle loro domestiche nere. Uno splendido cast tutto al femminile per un film coinvolgente, dall’impianto classico, estremamente curato in ogni suo aspetto, che riesce – nonostante il tema delicato – ad esprimersi su una sottile linea di equilibrio fra spunti ironici e momenti di commozione. The Help dimostra infatti la grande qualità di trattare con levità, senza mai scadere nel patetismo, il dramma sociale che più ha segnato la storia americana del secolo scorso.

Curiosamente, due fra le pellicole più accreditate alla vittoria finale degli Oscar – The Artist e Hugo Cabret [10 nomination il primo, 11 il secondo], riflettono entrambe sui valori fondanti della Settima Arte. Ma mentre il lavoro del francese Hazanavicius si mantiene in superficie, in un modo – se vogliamo – anche un pò “furbo” e ruffiano, il regista newyorchese si spinge a riflettere sui meccanismi stessi dell’immaginario collettivo. Il Cinema in questo senso è come uno di quei congegni che Hugo Cabret ama riparare, che ha bisogno di una chiave a forma di “cuore” per prender vita. Quello stesso cuore che – partendo dai fotogrammi dipinti a mano di Méliès – ci ha condotti oggi, 100 anni dopo, alle potenzialità espressive della tecnologia digitale del film di Scorsese.

Gli Anni 70 al Cinema

Gli Anni 70 al Cinema

Verso la fine degli Anni 60 il progressivo declino dell’industria cinematografica americana giunge alla sua fase finale. Ai vertici degli Studios – ormai tutti controllati da grandi gruppi economici – si installa una squadra di giovani leve. In questo contesto di crisi, alcuni film prodotti con mezzi limitati ed in modo indipendente si trasformano in trionfi inaspettati. Si tratta di pellicole legate al clima della rivolta giovanile di quel periodo, che segnano una netta svolta col passato, ed il cui successo dà l’impulso giusto per inaugurare una nuova fase, nota come New Hollywood. Gli Studios cominciano a dar fiducia ad un gruppo di giovani cineasti che introduce una sensibilità più moderna ed aderente alla realtà. Negli Anni 70 il cinema americano vive così uno straordinario rinnovamento e attraversa un momento di libertà senza precedenti. Alla figura del regista, finalmente “autore” del proprio lavoro, viene concessa una maggior autonomia creativa e questo determina una grande varietà di stili figurativi. Da una parte si filma con uno sguardo lucido, disincantato e quanto mai realistico i mali di una società profondamente traumatizzata e divisa dalla guerra del Vietnam e dallo scandalo Watergate. Dall’altra si rielaborano e si rivitalizzano secondo un linguaggio molto esplicito, distantissimo dalle precedenti convenzioni stilistiche e di contenuto, i generi classici del cinema: il western, il noir, la fantascienza, l’horror.  Sono questi gli anni – fra gli altri – di Francis Ford Coppola [Il Padrino, Il Padrino Parte II, La Conversazione e Apocalypse Now], Martin Scorsese [Mean StreetsTaxi Driver e New York New York], Steven Spielberg [Lo Squalo e Incontri Ravvicinati], George Lucas [American Graffiti e Guerre Stellari], Woody Allen [Io e Annie e Manhattan], Hal Ashby [Harold e Maude Oltre il Giardino], Michael Cimino [Il Cacciatore].  In questo modo, i cosiddetti “ragazzacci” del Cinema Americano, aiutati anche da una nuova generazione di attori-icona [Robert De Niro, Jack Nicholson, Al Pacino, Dustin Hoffman, Gene Hackman, Diane Keaton, Faye DunawayMeryl Streep], riescono finalmente ad emanciparsi dallo strapotere televisivo – rivendicandone una superiorità che oltre che estetica è di contenuto –  e ad ottenere un formidabile successo commerciale. 

Quanto all’Europa, mentre rinasce il Cinema Tedesco, si avviano verso la loro conclusione la Nouvelle Vague, la Commedia all’Italiana e la stagione degli spaghetti-western. In Italia il regista che realizza i progetti più ambiziosi è Bernardo Bertolucci con i suoi Ultimo Tango a ParigiNovecento.