La fine della legislatura

Napolitano ha sciolto le Camere. La parola torna al popolo sovrano. La legislatura, che si è conclusa qualche giorno fa, era cominciata nel segno di un berlusconi trionfante. Non aveva semplicemente vinto le elezioni. Aveva spopolato, guadagnando una maggioranza granitica. Per buona parte del suo mandato aveva dispiegato il suo potere in modo incontrollato, calpestando spesso la dignità della politica, disponendo della cosa pubblica per finalità private e circondandosi di una classe dirigente prona ai suoi voleri e completamente priva di senso dello Stato. Un’impasto che ha costituito l’humus per un drammatico declino sociale contraddistinto dall’aumento del debito pubblico e delle tasse, dalla diminuzione dell’occupazione e dall’impoverimento del ceto medio. Un declino che si è mescolato alla più grande crisi economica internazionale del dopoguerra. Il suo impero mediatico ha nascosto a lungo i mali del Paese, fino a quando una sconvolgente serie di scandali ha minato la credibilità del suo esecutivo. 

Il Governo Monti ha sicuramente rappresentato un’inversione di tendenza rispetto al precedente, in termini di considerazione internazionale. La sua politica però ha fallito perchè incapace di improntare la propria azione a principi di equità sociale. Sondaggi alla mano, Bersani – dopo essere riuscito a rintuzzare l’attacco di Renzi – deve solo convincere gli italiani della bontà del suo programma elettorale e, forse soprattutto, dell’affidabilità della coalizione che sta costruendo, per poter finalmente sedere a Palazzo Chigi e far voltare definitivamente pagina al Paese, dopo 20 anni di berlusconismo.

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Il ritorno del Caimano

76 anni, una condanna di primo grado a 4 anni per frode fiscale e la sentenza sul caso Ruby che si approssima, berlusconi si ricandida per la sesta volta alla guida del Paese con il solito bagaglio di megalomania, populismo, irresponsabilità ed arroganza: andando all’assalto del governo dei tecnici e conducendo l’Italia sull’orlo della crisi. Una mossa dirompente e destabilizzatrice che rappresenta molto di più del colpo di coda che tutti si aspettavano.
 
Facile immaginare come la campagna elettorale del Caimano sarà violentissima e diretta alla pancia della gente. Berlusconi volterà definitivamente le spalle a Monti proprio nei giorni in cui gli italiani dovranno pagare l’IMU e naturalmente annuncerà che in caso di vittoria questa tassa verrà abolita, come già fece con l’ICI. Poi l’attacco all’Europa e all’euro, le minacce alle istituzioni, le toghe rosse, i comunisti alle porte, i media schierati contro di lui e via via snocciolando tutto il resto del collaudatissimo repertorio. Con simili argomenti, l’ex premier ha già vinto tre campagne elettorali, grazie anche all’enorme capacità persuasiva del suo impero mediatico. Molto è cambiato, da allora. In un anno il PdL si è sfaldato e ha subito più di una sconfitta elettorale, prima fra tutte quella in Sicilia che era sempre stata il granaio dei suoi voti. Tuttavia i danni che possono essere arrecati al Paese dal ritorno rabbioso del Cavaliere possono purtroppo essere ancora drammaticamente reali.
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Primarie a confronto

E’ sicuramente curioso come intorno all’istituto delle primarie si stia delineando una significativa distinzione fra gli schieramenti di centrosinistra e di centrodestra. Le primarie del centrosinistra, indipendentemente da chi alla fine vincerà, hanno comunque fatto segnare dei risultati ragguardevoli. Hanno dimostrato cioè che è possibile ritornare ad una idea di politica che vent’anni di berlusconismo aveva cancellato: una politica in cui si confrontano opinioni diverse in modo civile e costruttivo, senza che vi sia deligittimazione o annientamento dell’avversario. Una politica fatta di passione e competenza dove non esiste prevaricazione, in cui il ruolo della gente comune torna ad essere centrale. Portare infatti alle urne tre milioni di persone in questo momento storico di grande disaffezione è di per sè un successo considerevole.
 
Dall’altra parte invece, le primarie, dopo esser state più volte annunciate e messe in discussione, vengono oggi definitivamente affossate da berlusconi. Segno di una politica mossa da tornaconti del tutto personali e bieche logiche di potere, che non è espressione di partiti democratici ma della volontà di un unico generalissimo. Una politica del tutto avulsa dai bisogni reali della gente, alla quale non viene data alcuna opportunità di partecipare alle scelte che la riguardano. L’ex premier torna in campo con tutto il suo bagaglio di arroganza e demagogia, nel tentativo di arraffare ciò che gli è stato tolto l’anno scorso. La speranza è che l’elettorato abbia finalmente compreso la differenza fra la sua politica e quella del centrosinistra e che alle prossime elezioni premi chi ha dimostrato, pur fra mille limiti, errori e difficoltà, di volersi occupare del bene comune.
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Gli Anni 90 al Cinema

Negli Anni 90 si assiste alla definitiva affermazione del cinema hollywoodiano postmoderno, nato nel decennio precedente. Un cinema di citazione, contaminazione, riscrittura dei generi, che si si concentra prevalentemente sul proprio potenziale seduttivo, ponendo spesso l’accento sugli aspetti scenografici, sull’uso degli effetti speciali, sulle innovazioni tecnologiche. In questi anni si va delineando in modo netto la tendenza ad inserire nei film un numero sempre maggiore di immagini digitali. Toy Story del 1995 è il primo film realizzato interamente al computer. Il cinema diventa a tutti gli effetti digitale, segnando una vera e propria rivoluzione in cui, dopo 100 anni, abbandona il suo elemento base e il suo simbolo: la pellicola.

Quanto al cinema italiano, gli Anni 90 vedono una serie di riconoscimenti a livello internazionale: Gabriele Salvatores vince l’Oscar per il miglior film straniero con Mediterraneo nel 1992, Federico Fellini riceve l’Oscar alla carriera e Roberto Benigni ottiene 3 Oscar nel ’99 per La vita è bella

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I Fantastici 5

Checchè ne dica Grillo, il confronto è il sale della democrazia. Se ne è avuta una dimostrazione ieri sera, assistendo al dibattito fra i 5 candidati alle primarie del centrosinistra. Finalmente si è riusciti a parlare di programmi ed intenzioni con grande misura ed equilibrio senza scontri verbali e personalismi fuori luogo. Bersani, Renzi e Puppato del PD, Vendola di SeL e Tabacci di API sono riusciti ad evitare ogni genere di rissa e, pur nei limiti temporali imposti dal format, a dare un’idea costruttiva di ciò che deve tornare ad essere la politica in Italia: uno scambio serrato, ma civile, di opinioni a confronto.

Dopo vent’anni di aggressioni e violenze, deligittimazioni reciproche e facili demagogie, dopo il cesarismo di berlusconi, la grezza propaganda di Bossi ed il populismo 2.0 di Grillo, si è finalmente tornati a parlare con passione e competenza di cose concrete: di tasse, di casta, di lavoro, di privilegi, di diritti. Un dibattito che difficilmente sposterà dei voti, ma che ha evidenziato come, anche in Italia, possa trovar spazio un’idea diversa di politica. Al di là delle differenti posizioni espresse, il progetto politico del centrosinistra è l’unico in grado di dare un’orizzonte futuro all’Italia post berlusconiana, e porsi definitivamente alle spalle i pifferai magici di ieri e di oggi.

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Grillo e la TV

Condivido quanto scritto da Eugenio Scalfari a proposito del rapporto fra Grillo e la televisione. «Grillo non vuole andare in tv perché sarebbe costretto a confrontarsi e a rispondere a domande e non vuole. Vuole soltanto monologare e se un giornalista lo insegue lo copre di contumelie. Quindi fugge dalla televisione ma le televisioni lo inseguono, lo riprendono, lo trasmettono. Conclusione: Beppe Grillo gode d’una posizione mediatica incomparabilmente superiore a quella di qualunque altro leader politico. Una posizione che non gli costa nulla e gli garantisce un ascolto che si ripete fino al prossimo comizio del quale sarà lui a decidere il giorno, l’ora e il luogo. In Sicilia il suo candidato ha avuto il 18 per cento dei voti e il suo Movimento il 14. I sondaggi successivi al voto siciliano lo collocano attorno al 22 per cento. Quale sia il programma del M5S resta un mistero salvo che vuole mandare tutti i politici di qualunque partito a casa o meglio ancora in galera perché “cazzo, hanno rubato tutti, sono tutti ladri”.»
 
La recente partecipazione dell’attivista del M5S Federica Salsi a Ballarò e la conseguente durissima scomunica dell’ex comico genovese ha riacceso il dibattito sulla democrazia interna del Movimento. In precedenza il veto a presenziare tribune televisive veniva giustificato con l’inesperienza degli esponenti del M5S che, secondo Grillo, sarebbero usciti con le ossa rotta dal confronto con conduttori e avversari politici molto più avvezzi ai vari talk show.  Adesso, forse resosi conto della risibilità di tale argomentazione, Grillo ha cambiato rotta, sentenziando che chi si reca a tali trasmissioni lo farebbe soltanto per soddisfare il proprio bisogno ad esibirsi e la propria vanità. Fatto sta che diventa sempre più esplosiva la contraddizione di chi vorrebbe promuovere la democrazia diretta nel Paese, ma che ha ridotto il proprio Movimento ad un contenitore dove tutti sono uguali, ma dove lui è più uguale degli altri.

 

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Resta in campo, ma forse no

Ed ecco che è arrivata una condanna a 4 anni per frode fiscale a mettere forse la parola fine all’avventura politica di berlusconi, che per quasi un ventennio ha tenuto in scacco un intero Paese sotto il giogo dei suoi interessi personali. L’uomo che nel 1994 era sceso in politica per evitare la galera e che da allora aveva dato il via ad una guerra senza quartiere alla Magistratura, fatta di continui attacchi,  deligittimazioni, leggi ad personam, abolizioni di reati gravissimi, legittimi impedimenti e prescrizioni brevi, adesso che non è più Presidente del Consiglio e non ha una maggioranza parlamentare che lavora perchè lui sfugga alla Giustizia, deve subire una grave sentenza di colpevolezza. La prima conseguenza è il suo farneticante doppio dietrofront con tanto di tuffo acrobatico, carpiato ed avvitato all’indietro, con buona pace del buon senso. Ieri aveva deciso di non candidarsi alle prossime elezioni e aveva elogiato l’azione di Monti. Oggi invece, prima annuncia l’intenzione di restare in campo per riformare la giustizia e poi conferma il suo ritiro, minacciando però di togliere la fiducia al Governo.

Rimane da vedere quanti saranno gli elettori disposti a dargli ancora credito. I sondaggi che danno un PdL allo sbando dimostrano che finalmente dopo ben 18 anni  gli italiani hanno veramente compreso la natura dell’uomo che li ha sedotti grazie al potere ipnotico del suo impero mediatico. In tutto questo tempo, come scrive Di Pietro nel suo blog, «Col suo cattivo esempio ha disseminato ovunque la malapianta della corruzione e di una politica intesa solo come ricerca a ogni costo del proprio personale vantaggio. Ha lasciato un’Italia peggiore di quella che aveva trovato, con una corruzione ancora più micidiale, più diffusa, ingegnerizzata e spesso, addirittura, più legalizzata di quanto non fosse all’epoca di Tangentopoli.»

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Un magna-magna

Diventa davvero difficile commentare l’ennesimo scandalo di cui si è resa protagonista la politica italiana. Ancora una volta ci troviamo di fronte ad incredibili episodi di ruberie del denaro pubblico, resi ancor più intollerabili perchè perpetrati in un momento di grave crisi economica in cui ai cittadini vengono imposti continui e pesanti sacrifici. Storie di fatture gonfiate, cene pantagrueliche, toga party, signorine compiacenti, automobili, vacanze lussuose e sprechi vari, sotto il cui peso deflagra il gruppo PdL della Regione Lazio, costringendo alle dimissioni la Governatrice Polverini. Ma le responsabilità sono attribuibili anche all’opposizione, in quanto ha concorso delibera dopo delibera a far lievitare  da 1 a 14 milioni l’aumento del denaro messo a disposizione ai partiti. Il tutto naturalmente mentre si tagliavano i fondi per i trasporti, la scuola e la sanità.
 
E’ evidente ormai come il sistema politico italiano sia costituito, per una sua parte, da un grande serbatoio da cui vengono succhiati denaro pubblico e privilegi fin quando ce n’è. La nostra classe dirigente che dovrebbe occuparsi di come far star meglio la comunità, se ne frega delle difficoltà dei cittadini, preferendo lasciarsi coinvolgere in vorticosi sistemi di magna-magna, completamente avulsa dalla realtà  di coloro i quali sono costretti ai salti mortali per arrivare a fine mese.

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Prometheus

L’astronave Prometheus atterra su un remoto pianeta alla ricerca dei misteriosi Ingegneri, una razza superiore di umanoidi che hanno fatto nascere la vita sulla Terra. L’incontro con la civiltà aliena avverrà, ma nulla sarà come previsto.

Prometheus, che segna il ritorno alla fantascienza di Ridley Scott dopo trent’anni, è un film riuscito a metà. Dalla sua, l’imponenza dell’impianto visivo e degli effetti speciali che regala allo spettatore suggestioni e momenti spettacolari, rimandando direttamente alla mitologia di Alien, di cui il nuovo lavoro del settantacinquenne regista inglese è il prequel. Ciò che invece non convince è la sceneggiatura che presenta diversi snodi irrisolti, passaggi prevedibili ed altri inverosimili, nonchè personaggi dallo scarso approfondimento psicologico, connotando la pellicola con una fastidiosa sensazione di incompiutezza. Fascino tecnologico a parte, Prometheus vacilla nella costruzione dello script tutt’altro che solido e calibrato, facendo perdere al film quell’equilibrio cercato fra una fantascienza filosofica che si occupi di temi come l’origine della vita e le basi della religione, ed un più banale monster movie. Riguardo al cast, su tutti svetta Michael Fassbender, perfettamente elegante ed ambiguo nei panni del robot cinefilo David che cerca di somigliare in tutti i modi al Peter O’Toole di Lawrence d’Arabia.

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Verso le primarie

Matteo Renzi scende in campo, candidandosi alla guida del Paese. Il sindaco di Firenze, 38 anni, cattolico, un passato nella Margherita e vincitore a 19 anni di 48 milioni alla Ruota della Fortuna, dà l’avvio alla campagna per le primarie del centrosinistra. 

La dirigenza del PD ha trattato con molta diffidenza la giovane promessa e D’Alema si è spinto a sostenere che è inadatto a governare il Paese. I toni si sono fatti accesi e la contrapposizione fra la vecchia generazione guidata da Bersani e la novità rappresentata dal rottamatore Renzi si è subito radicalizzata, assumendo delle connotazioni che vanno al di là della prossima scadenza elettorale e che hanno a che fare con quel ricambio generazionale che da tempo si invoca a gran voce all’interno del maggiore partito italiano. Come se il problema si limitasse ad un fatto anagrafico e non anche di idee, credibilità e coraggio. Comunque le primarie in passato hanno già fatto brutti scherzi alla dirigenza democratica, facendo prevalere, contro la volontà dell’apparato del partito, per esempio Vendola in Puglia, Pisapia a Milano e Doria a Genova. Cosa accadrebbe se il popolo di sinistra preferisse il sindaco toscano? Il partito resterebbe compatto attorno al nuovo leader o si spaccherebbe sotto il peso di spinte contrapposte? E che differenza farebbe la vittoria di uno piuttosto che l’altro nei riguardi della maggioranza degli italiani favorevoli ad un Monti bis?

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