Di onde, città e funamboli

Stamane, profittando di una tregua che la pioggia ha concesso, ho deciso di fare due passi sul “mio” lungomare. Il mare in questa stagione ha il sapore delle cose che appartengono al passato, di quelle che come si facevano una volta, non si fanno più. Ma, allo stesso tempo, presenta la medesima forza e la medesima vitalità di chi, col presente, deve fare i conti tutti il giorni e sa che deve lottare con le ore e con i minuti, col prossimo ed anche con se stesso. La sua tenacia nell’aggredire la spiaggia rimanda a quella di chi si sveglia ogni mattino per tenere testa alla vita. Il mare oggi è cattivo ed indomito. Bello da guardare. Poter spaziare con lo sguardo fino all’orizzonte senza che niente si frapponga, consegnando ai tuoi pensieri lo spazio necessario perchè si sciolgano quieti, confusi nella prospettiva più ampia possibile, è un dono del quale non potrò mai smettere di esser grato.
 
Anche questo è Genova. La mia città è come una di quelle ragazze dalla bellezza non appariscente che a mano a mano che frequenti, ti avvicini e conosci, si svela in tutto il suo incanto. Nell’armonia nascosta di chi conquista giorno dopo giorno la sua personale strada fra ciò che è bello e ciò che è brutto, fra salite impegnative e discese vorticose. In equilibrio sul litorale, ad imparare la vita fra la concretezza della terra e l’istintività delle onde. La mia città è come mia moglie che domani compie un nuovo anno. Piccolo e prodigioso funambolosul filo dello stupore di un amore condiviso. Auguri!

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